Che fine ha fatto il Teatro Mercadante?

Comitato cittadino
Altamura2001

Il Teatro di tutti

Movimento cittadino

Comunicato del 5 febbraio
2001

Che fine ha fatto il
Teatro Mercadante?


Lo si dica chiaramente: del Teatro
Mercadante non ci importa nulla. Ce lo dicano chiaramente: dei diritti
e degli interessi della collettività non ci importa nulla.

Esattamente un anno fa il nostro Comitato
si è fatto promotore di una raccolta di firme che non aveva
precedenti. In poche settimane, 6000 cittadini altamurani hanno
sottoscritto un atto di iniziativa amministrativa ai sensi della
legge n. 241 del 1990 in cui si chiedeva: 1) al Sindaco ed all’amministrazione
comunale di Altamura, nonché al Ministro per i beni e le
attività culturali di promuovere la procedura di esproprio
del Teatro Mercadante; 2) al Prefetto di Bari di constatare l’indisponibilità
di fondi propri e l’impossibilità a perseguire il proprio
scopo statutario da parte del Consorzio Teatro Mercadante (l’associazione
che detiene il teatro con l’unico scopo di "conservarlo,
amministrarlo e gestirlo": art. 1 dello Statuto consorziale)
e di conseguenza di provvedere, ai sensi dell’art. 42 del codice
civile, a sottrarre il bene al consorzio e ad affidarlo ad altro
ente in grado di provvedere al suo recupero e alla sua riapertura.

Nulla di tutto questo è sinora
avvenuto e non comprendiamo il perché; eppure, a seguito
di quella mobilitazione popolare, i nostri amministratori sono stati
costretti a prendere impegni precisi e ad adottare atti ufficiali.

1) Non comprendiamo perché
nessuno dei venti consiglieri comunali (di quasi tutti i partiti)
presenti alla seduta del 9 marzo 2000 del Consiglio Comunale ha
ritenuto doveroso o almeno opportuno chiedere all’Amministrazione,
a distanza di dieci mesi, che fine avesse fatto il mandato vincolante
affidato alla giunta in quel consiglio, quali atti ed iniziative
fossero stati prodotti in dieci mesi, insomma a che punto fosse
la procedura espropriativa deliberata. Eppure, in quella seduta,
il Consiglio comunale deliberò all’unanimità
di "impegnare la Giunta Comunale ad attivare i procedimenti
e le iniziative idonee ad acquisire detto immobile al patrimonio
pubblico, stante l’evidente e oggettivo interesse pubblico
e generale ad evitare l’ulteriore deterioramento di detta struttura,
inattiva da circa dieci anni e quindi per la tutela dell’immobile
e delle suppellettili e beni mobili ivi esistenti".

2) Non comprendiamo perché
il partito del sindaco, dell’assessore alla cultura e dell’assessore
al contenzioso, Alleanza Nazionale, non ritiene doveroso o almeno
opportuno chiedere ai propri uomini dell’amministrazione perché,
a distanza di un anno, non si siano ancora attivati a predisporre
gli atti necessari per l’esproprio del teatro. Eppure Alleanza
Nazionale, con alcuni dei suoi dirigenti ed iscritti, si era lodevolmente
mobilitata a sottoscrivere la nostra petizione ed aveva addirittura
sollecitato un suo onorevole, Salvatore Tatarella, a presentare
un’interrogazione parlamentare sulla questione.

3) Non comprendiamo perché
la Giunta comunale, a distanza di otto mesi, non ha ancora dato
il via libera all’avvocato Antonio Ventura per l’inoltro
della citazione in giudizio che l’avvocato ha predisposto da
mesi e tiene nel cassetto in attesa di disposizioni. Eppure la Giunta,
sempre a seguito della nostra petizione sottoscritta da 6000 cittadini,
aveva conferito, con la deliberazione n. 311 del 9 giugno 2000,
all’avvocato Ventura l’incarico di agire in giudizio dinanzi
al Tribunale di Altamura per far accertare e dichiarare "la
nullità e l’illiceità delle determinazioni assunte
dal Consorzio in ordine alla modifica dello Statuto, con cui i consorziati
hanno ritenuto di attribuirsi impropriamente il diritto di proprietà
del teatro", liquidando a suo favore la somma di due milioni
a titolo di acconto.

4) Non comprendiamo perché
l’Amministrazione comunale, a distanza di tre mesi, non ha
ancora dato alcuna risposta alla nota (protocollata al Comune di
Altamura il 10 novembre 2000) dell’architetto Mario Antonio
De Cunzo, Soprintendente di Bari, che comunicava al Comune di Altamura
di "concordare con codesta Amministrazione sulle opportunità
che il teatro sia oggetto di provvedimento di esproprio", in
quanto "tale iniziativa risponderebbe inoltre al preminente
interesse generale alla concreta valorizzazione del Teatro medesimo,
peraltro auspicata dai cittadini di Altamura e non solo" e
chiedeva all’Amministrazione comunale di fare la propria parte
predisponendo ed inviando alla Soprintendenza una serie di documenti
ed atti amministrativi necessari per completare l’istruttoria
della procedura espropriativa: "non appena – concludeva l’architetto
De Cunzo – codesto Comune avrà trasmesso quanto richiesto,
questo Ufficio provvederà a trasmettere all’Ufficio
Centrale del Ministero per i beni e le attività culturali
la predetta documentazione unitamente al proprio parere di competenza.
Si resta in attesa di riscontro". Eppure l’Amministrazione
comunale, dando seguito alla nostra petizione ed al mandato vincolante
del consiglio comunale del 9 marzo 2000, aveva tempestivamente inoltrato
il 16 giugno 2000 al Soprintendente per i beni ambientali, architettonici,
artistici e storici ed al Ministro per i beni e le attività
culturali un atto di iniziativa del procedimento espropriativo del
teatro, a firma del sindaco Vito Plotino, con cui chiedeva alla
Soprintendenza di "attivare il procedimento per l’ablazione
del bene ai sensi dell’art. 91 del D.lgs. 29 ottobre 1999 n.
490", sottolineando come "a tutt’oggi non risulta
che alcun idoneo lavoro (di recupero, ndr) … sia stato
posto in essere", che "allo stato non risulta che il Consorzio
Teatro Mercadante sia in grado di provvedere a tali adempimenti,
né che abbia attivato minimali procedimenti (corroborati
da idonea, pertinente, documentazione: segnatamente progettazione)
per usufruire di contributi pubblici" e che "l’istanza
alla effettiva restituzione dell’uso del bene alla Collettività
non solo scaturisce da una iniziativa popolare di migliaia di cittadini,
ma che il Consiglio Comunale, con deliberazione n. 23 del 9 marzo
2000, per il restauro ed il ripristino del manufatto ha previsto
nel bilancio una posta di rilevante importo".

5) Non comprendiamo perché
la Giunta comunale non risponde, da mesi, alle numerose sollecitazione
(scritte e telefoniche) dell’avvocato Gagliardi La Gala che
chiede "un incontro, urgente e necessario, con l’Amministrazione
Comunale al fine di impostare il procedimento di riscontro alle
legittime richieste della Soprintendenza" (lettera del 28 novembre
2000, protocollo comunale n. 34133 del 30 novembre 2000) e, "per
poter diligentemente seguire l’iter del procedimento ed assistere
proficuamente il Comune, di essere informato di tutti gli eventuali
atti che dovessero pervenire o di incontri e decisioni che l’Amministrazione
dovesse ritenere di porre in essere" (lettera del 18 gennaio
2001, protocollo comunale n. 2072 del 19 gennaio 2001). Eppure la
Giunta comunale, con la deliberazione n. 67 del 9 febbraio 2000,
incaricò il prof. avv. Franco Gagliardi La Gala di "assistere
il Comune nel suo intendimento di ricondurre ad un effettivo uso
pubblico l’antico Teatro Mercadante" e fece propria, con
la deliberazione n. 311 del 9 giugno 2000, la nota dell’avvocato
del 25 maggio 2000 "con cui l’esperto ha trasmesso lo
schema dell’atto da inviare al Soprintendente ed al Ministro
allo scopo di attivare il procedimento diretto a conseguire la espropriazione
del Teatro Mercadante con l’obiettivo finale di ristrutturarlo
e consentirne la fruibilità".

6) Non comprendiamo perché
da parte del Consorzio Teatro Mercadante – sebbene numerose siano
state le occasioni di incontro e di confronto trasparente ed alla
luce del sole (ultima in ordine di tempo, la conferenza di servizi
da noi sollecitata al Comune, convocata per il 23 novembre 2000
e fallita per l’assenza dei rappresentanti del consorzio stesso)
– non sia arrivato alcun cenno di risposta alle domande che noi
da anni poniamo: quale futuro il Consorzio vuole riservare ad un
teatro chiuso da dieci anni e che il consorzio oltre un secolo fa
– nel contratto stipulato con il Comune e nel patto (lo Statuto
fondamentale del 1895) stretto con gli altamurani che, in più
di trecento, contribuirono economicamente alla costruzione dell’immobile
– si è impegnato a "conservare, amministrare e gestire"?
E’ disponibile il Consorzio a procedere, in tempi rapidi, ad
una cessione volontaria a favore del Comune, una cessione che, dall’altro
lato, impegni il Comune a riconoscere ciò che ai singoli
consorziati spetta per statuto (il diritto di palco o di poltrona),
ad accollarsi il debito maturato dal consorzio nei confronti di
un istituto bancario locale ed a prevedere che nel consiglio di
amministrazione di quella che sarà necessariamente l’istituzione
chiamata a gestire il teatro comunale siedano anche rappresentanti
del consorzio, cioè dell’associazione che riunisce i
titolari del diritto di palco? E’ disponibile il Consorzio
a concordare questa cessione che metterebbe il Comune nelle condizioni
di accedere ai fondi del Programma Operativo Regionale (POR 2000-2006),
risorse straordinarie comunitarie riservate solo agli interventi
di recupero del "patrimonio culturale pubblico"?
Dove è mai possibile, altrimenti, reperire i 4-5 miliardi
necessari per i lavori di restauro? Per quale obiettivo gestire
i fondi e recuperare il teatro? Quale gestione assicurare al teatro
comunale? Attraverso quali regolamenti d’uso è possibile
assicurare la fruibilità pubblica del teatro? Come finalizzare
la gestione di questo bene al progresso culturale, sociale, civile
ed economico della città?

7) Non comprendiamo perché,
dopo essere stata bocciata due anni fa da questa stessa Amministrazione,
qualcuno torni ad avanzare la proposta che il Comune prenda in affitto
dal Consorzio il teatro, ora inagibile ed inutilizzabile, per poi
restituirlo dopo 15 anni, reso agibile e ristrutturato a spese della
collettività. Non comprendiamo perché qualcuno si
ostini a pensare che il Comune possa adottare atti illogici ed illeciti,
che le casse comunali servano a risolvere problemi e difficoltà
economiche di questo o quel privato, che sia possibile per il Comune
ciò che sarebbe impensabile per un privato, cioè prendere
in affitto un immobile inagibile, compensare i canoni di locazione
con le spese per la ristrutturazione, impegnarsi ad effettuare i
lavori senza sapere né quando potrà fruire effettivamente
del teatro, né se la somma che si è preventivata (un
miliardo e mezzo per 15 anni) risulterà sufficiente a coprire
gli effettivi costi di ristrutturazione. Non comprendiamo, in altri
termini, come qualcuno, all’interno dell’amministrazione
comunale e al di fuori, possa pensare e suggerire che un amministratore
pubblico stipuli un contratto nullo e, quindi, compia un atto illegittimo.
Non comprendiamo come possa pensare o suggerire che la giunta comunale
intraprenda una strada (l’affitto) del tutto in contrasto con
l’indicazione chiara, vincolante per la Giunta e votata all’unanimità,
del Consiglio comunale del 9 marzo 2000 (l’acquisizione del
teatro al patrimonio pubblico).

Lo confessiamo: sono tante le cose
che non riusciamo a comprendere di questa politica amministrativa
altamurana, che si è ridotta davvero ad un teatrino in cui
sono in tanti a ricoprire più ruoli ed a scambiarsi gli abiti
di scena come nella peggiore tradizione della commedia all’italiana.
Ci convinciamo sempre più che, prima ancora che puntare
sulla cultura
, sia necessario, a questo punto, puntare su
una nuova cultura dell’amministrare
ispirata alla trasparenza
degli atti e dei comportamenti, al rispetto della legalità
e dei diritti dei cittadini, alla difesa di tutta la collettività
e non solo dei soliti pochi e forti.

Speriamo che qualcuno ci chiarisca
presto ciò che noi non siamo riusciti sinora a comprendere.

Enzo Colonna, Lello Rella

"Comitato per la difesa del
Teatro Cittadino – Il Teatro di tutti
"

"Movimento cittadino per la
costruzione della città di tutti – Altamura2001"

Indirizzi di posta elettronica:

comitatoteatro@hotmail.com – lacittaditutti@hotmail.com
(la a va scritta senza accento)

Tutta la documentazione sulla vicenda
del Teatro Mercadante è presente, insieme ad altre informazioni
e ad un forum di discussione, sul sito internet

http://www.enzocolonna.com

Il caso di Nardò

Questo è il testo
dell’interrogazione presentata alla Commissione europea dal
parlamentare Giorgio Celli (Gruppo dei Verdi al Parlamento europeo)
in merito al "Progetto di porto turistico ‘marina Torre
Inserraglio’ da realizzarsi in località ‘Serra
Cicora’ — Comune di Nardò (Lecce)". In questo
caso siamo in presenza di un intervento di trasformazione urbanistica
programmato in una zona vicina a due Siti di Importanza Comunitaria
(SIC).

* * *

Il Comune di Nardò (Lecce)
ha avviato un procedimento amministrativo su istanza della società
ICOS s.r.l. per l’approvazione del "progetto definitivo"
del porto turistico "Marina di Torre Inserraglio", da
realizzarsi in località "Serra Cicora". Il progetto
prevede: un’area totale d’intervento di 72.000 mq; escavazione
di un bacino interno di 42.000 mq; un canale di accesso di 55 m
di lunghezza per 35 m di larghezza; due moli foranei a mare aventi
lunghezza l’uno pari a 148 m e l’altro di 15 m; infrastrutture
a terra (superficie totale di 27.000 mq, area parcheggio per oltre
300 posti auto, strade di collegamento e due edifici per servizi).

La zona prescelta per l’intervento
è situata a circa Km. 4 dal SIC IT9150013-Palude del Capitano,
a circa Km 1,100 dal SIC IT9150007-Torre Uluzzu, e contigua
al SIC IT9150024-Torre Inserraglio.

Lo scavo del canale di accesso al
porto interesserà un tratto di scogliera caratterizzato da
un habitat di interesse Comunitario ai sensi della Direttiva 92/43/CEE,
denominato "Scogliera delle coste mediterranee con limonio
endemico". Ampia superficie della zona oggetto d’intervento
è ricoperta da macchia mediterranea tutelata da leggi sia
nazionali che regionali; sul sito si registra, altresì, la
presenza di specie di orchidacee (Orchis Morio; Orchis papilionacea,
Ophrys tenthredinifera) tutelate dalla convenzione CITES. Ad una
distanza di circa Km. 2,500 si trova la Zona A — Riserva Integrale
delll’Area Naturale Marina Protetta Porto Cesareo (istituita
con D.M. dello Stato Italiano del 12.dicembre 1997). Inoltre, Il
porto dovrebbe nascere a soli 20 metri dal Parco Regionale attrezzato
di Porto Selvaggio ed ai piedi di un importantissimo sito d’importanza
archeologica oggetto da oltre tre anni di una campagna di scavi
condotti dal Dipartimento di Paleontologia dell’Università
di Lecce (qualche mese fa l’Università ha richiesto ufficialmente
l’apposizione del vincolo archeologico. Lo sbancamento costiero
previsto dal progetto pregiudicherebbe definitivamente la ricerca
lungo la fascia costiera che -secondo quanto sostenuto dall’Università-
dovrebbe contenere tracce di una frequentazione risalente al Neolitico
antico. L’Università di Lecce ha già provveduto con
proprie note ad allertare la Sopraintendenza Archeologica di Taranto
e quella per i Beni Ambientali di Bari. A tutt’oggi, però,
non si sono avuti riscontri tangibili). La zona è anche sottoposta
a diversi vincoli urbanistici [vincolo ex L. 1497/39 (oggi abrogata
e sostituita dal “Testo Unico delle disposizioni legislative in
materia di beni culturali ed ambientali a norma dell’art. 1 della
L 352/97, approvato con D.lgs. n. 490 del 29.10.99, 0, 0); vincolo di
Piano regolatore generale vigente quale zona “E2”, zona agricola
di salvaguardia paesaggistica; vincolo di variante al PRG adottata
quale zona “E4”, zona di salvaguardia ecologica]. L’accanimento
della società ICOS è legato a doppio filo alla presenza
nella zona del Residence “Torre Inserraglio” di proprietà
della stessa società, che è situato, tra l’altro,
in piena zona SIC (quello di Torre Inserraglio per l’appunto!).
Nell’estate del 2000, nello stabilimento balneare del residence
è stato sbancato un tratto di scogliera per creare uno scivolo
in cemento per barche, senza che sia stata effettuata nessuna verifica
di impatto od incidenza ambientale. Il residence, insomma, che ancora
continua ad essere ampliato, è un espediente continuo per
alterare in modo definitivo la zona. Nel Comune di Nardò
si è formato un comitato cittadino cui aderiscono associazioni
ambientaliste, partiti politici e cittadini che si oppone alla realizzazione
del progetto per il devastante impatto che esso avrebbe sull’ambiente
circostante.

Può la Commissione assicurare
che venga effettuata la valutazione d’incidenza e la verifica d’impatto
ambientale ai fini dell’assoggettabilità a VIA sul progetto
in questione? Quali misure intende prendere la Commissione per assicurare
la tutela dei siti SIC menzionati?

Non pensa che le opere legate alla
presenza del residence “Torre Inserraglio” nel sito SIC avente lo
stesso nome abbiano comportato un’infrazione del diritto comunitario
sugli habitat (direttiva 92/43) e sulla VIA (direttiva 97/11)? Può
la Commissione verificare se ci sono gli estremi per l’apertura
di un procedimento d’infrazione?

Giorgio Celli

Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venato

Art. 1. (Fauna selvatica)

1. La fauna selvatica è patrimonio
indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della
comunità  nazionale ed internazionale.

2. L’esercizio dell’attività 
venatoria è consentito purchè non contrasti con l’esigenza
di conservazione della fauna selvatica e non arrechi danno effettivo
alle produzioni agricole.

3. Le regioni a statuto ordinario
provvedono ad emanare norme relative alla gestione ed alla tutela
di tutte le specie della fauna selvatica in conformità  alla
presente legge, alle convenzioni internazionali ed alle direttive
comunitarie. Le regioni a statuto speciale e le province autonome
provvedono in base alle competenze esclusive nei limiti stabiliti
dai rispettivi statuti. Le province attuano la disciplina regionale
ai sensi dell’articolo 14, comma 1, lettera f), della legge 8 giugno
1990, n. 142.

4. Le direttive 79/409/CEE del Consiglio
del 2 aprile 1979, 85/411/CEE della Commissione del 25 luglio 1985
e 91/244/CEE della Commissione del 6 marzo 1991, con i relativi
allegati, concernenti la conservazione degli uccelli selvatici,
sono integralmente recepite ed attuate nei modi e nei termini previsti
dalla presente legge la quale costituisce inoltre attuazione della
Convenzione di Parigi del 18 ottobre 1950, resa esecutiva con legge
24 novembre 1978, n. 812, e della Convenzione di Berna del 19 settembre
1979, resa esecutiva con legge 5 agosto 1981, n. 503.

5. Le regioni e le province autonome
in attuazione delle citate direttive 70/409/CEE, 85/411/CEE e 91/244/CEE
provvedono ad istituire lungo le rotte di migrazione dell’avifauna,
segnalate dall’Istituto nazionale per la fauna selvatica di cui
all’articolo 7 entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore
della presente legge, zone di protezione finalizzate al mantenimento
ed alla sistemazione, conforme alle esigenze ecologiche, degli habitat
interni a tali zone e ad esse limitrofi; provvedono al ripristino
dei biotopi distrutti e alla creazione di biotopi. Tali attività 
concernono particolarmente e prioritariamente le specie di cui all’elenco
allegato alla citata direttiva 79/409/CEE, come sostituito dalle
citate direttive 85/411/CEE e 91/244/CEE. In caso di inerzia delle
regioni e delle province autonome per un anno dopo la segnalazione
da parte dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica, provvedono
con controllo sostitutivo, d’intesa, il Ministro dell’agricoltura
e delle foreste e il Ministro dell’ambiente.

6. Le regioni e le province autonome
trasmettono annualmente al Ministro dell’agricoltura e delle foreste
e al Ministro dell’ambiente una relazione sulle misure adottate
ai sensi del comma 5 e sui loro effetti rilevabili.

7. Ai sensi dell’articolo 2 della
legge 9 marzo 1989, n. 86, il Ministro per il coordinamento delle
politiche comunitarie, di concerto con il Ministro dell’agricoltura
e delle foreste e con il Ministro dell’ambiente, verifica, con la
collaborazione delle regioni e delle province autonome e sentiti
il Comitato tecnico faunistico- venatorio nazionale di cui all’articolo
8 e l’Istituto nazionale per la fauna selvatica, lo stato di conformità 
della presente legge e delle leggi regionali e provinciali in materia
agli atti emanati dalle istituzioni delle Comunità  europee
volti alla conservazione della fauna selvatica.

Art. 2. (Oggetto della tutela)

1. Fanno parte della fauna selvatica
oggetto della tutela della presente legge le specie di mammiferi
e di uccelli dei quali esistono popolazioni viventi stabilmente
o temporaneamente in stato di naturale libertà  nel territorio
nazionale. Sono particolarmente protette, anche sotto il profilo
sanzionatorio, le seguenti specie:

a) mammiferi: lupo (Canis lupus),
sciacallo dorato (Canis aureus), orso (Ursus arctos), martora (Martes
martes), puzzola (Mustela putorius), lontra (Lutra lutra), gatto
selvatico (Felis sylvestris), lince (Lynx lynx), foca monaca (Monachus
monachus), tutte le specie di cetacei (Cetacea), cervo sardo (Cervus
elaphus corsicanus), camoscio d’Abruzzo (Rupicapra pyrenaica, 0, 0);

b) uccelli: marangone minore (Phalacrocorax
pigmeus), marangone dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis), tutte
le specie di pellicani (Pelecanidae), tarabuso (Botaurus stellaris),
tutte le specie di cicogne (Ciconiidae), spatola (Platalea leucorodia),
mignattaio (Plegadis falcinellus), fenicottero (Phoenicopterus ruber),
cigno re- ale (Cygnus olor), cigno selvatico (Cygnus cygnus), volpoca
(Tadorna tadorna), fistione turco (Netta rufina), gobbo rugginoso
(Oxyura leucocephala), tutte le specie di rapaci diurni (Accipitriformes
e falconiformes), pollo sultano (Porphyrio porphyrio), otarda (Otis
tarda), gallina prataiola (Tetrax tetrax), gru (Grus grus), piviere
tortolino (Eudromias morinellus), avocetta (Recurvirostra avosetta),
cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus), occhione (Burhinus oedicnemus),
pernice di mare (Glareola pratincola), gabbiano corso (Larus audouinii),
gabbiano corallino (Larus melanocephalus), gabbiano roseo (Larus
genei), sterna zampenere (Gelochelidon nilotica), sterna maggiore
(Sterna caspia), tutte le specie di rapaci notturni (Strigiformes),
ghiandaia marina (Coracias garrulus), tutte le specie di picchi
(Picidae), gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax, 0, 0);

c) tutte le altre specie che direttive
comunitarie o convenzioni internazionali o apposito decreto del
Presidente del Consiglio dei ministri indicano come minacciate di
estinzione.

2. Le norme della presente legge non
si applicano alle talpe, ai ratti, ai topi propriamente detti, alle
arvicole.

3. Il controllo del livello di popolazione
degli uccelli negli aeroporti, ai fini della sicurezza aerea, è
affidato al Ministro dei trasporti.

Art. 3. (Divieto di uccellagione)

1. E’ vietata in tutto il territorio
nazionale ogni forma di uccellagione e di cattura di uccelli e di
mammiferi selvatici, nonchè il prelievo di uova, nidi e piccoli
nati.

Art. 4. (Cattura temporanea e inanellamento)

1. Le regioni, su parere dell’Istituto
nazionale per la fauna selvatica, possono autorizzare esclusivamente
gli istituti scientifici delle università  e del Consiglio
nazionale delle ricerche e i musei di storia naturale ad effettuare,
a scopo di stu- dio e ricerca scientifica, la cattura e l’utilizzazione
di mammiferi ed uccelli, nonchè il prelievo di uova, nidi
e piccoli nati.

2. L’attività  di cattura temporanea
per l’inanellamento degli uccelli a scopo scientifico è organizzata
e coordinata sull’intero territorio nazionale dall’Istituto nazionale
per la fauna selvatica;

tale attività  funge da schema
nazionale di inanellamento in seno all’Unione europea per l’inanellamento
(EURING). L’attività  di inanellamento puo’ essere svolta
esclusivamente da titolari di specifica autorizzazione, rilasciata
dalle regioni su parere dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica;
l’espressione di tale parere è subordinata alla partecipazione
a specifici corsi di istruzione, organizzati dallo stesso Istituto,
ed al superamento del relativo esame finale.

3. L’attività  di cattura per
l’inanellamento e per la cessione a fini di richiamo puo’ essere
svolta esclusivamente da impianti della cui autorizzazione siano
titolari le province e che siano gestiti da personale qualificato
e valutato idoneo dall’Istituto nazionale per la fauna selvatica.
L’autorizzazione alla gestione di tali impianti è concessa
dalle regioni su parere dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica,
il quale svolge altresì compiti di controllo e di certificazione
dell’attività  svolta dagli impianti stessi e ne determina
il periodo di attività .

4. La cattura per la cessione a fini
di richiamo è consentita solo per esemplari appartenenti
alle seguenti specie: allodola; cesena;

tordo sassello; tordo bottaccio; storno;
merlo; passero; passera mattugia; pavoncella e colombaccio. Gli
esemplari appartenenti ad altre specie eventualmente catturati devono
essere inanellati ed immediatamente liberati.

5. E’ fatto obbligo a chiunque abbatte,
cattura o rinviene uccelli inanellati di darne notizia all’Istituto
nazionale per la fauna selvatica o al comune nel cui territorio
è avvenuto il fatto, il quale provvede ad informare il predetto
Istituto.

6. Le regioni emanano norme in ordine
al soccorso, alla detenzione temporanea e alla successiva liberazione
di fauna selvatica in difficoltà .

Art. 5. (Esercizio venatorio da
appostamento fisso e richiami vivi)

1. Le regioni, su parere dell’Istituto
nazionale per la fauna selvatica, emanano norme per regolamentare
l’allevamento, la vendita e la detenzione di uccelli allevati appartenenti
alle specie cacciabili, nonchè il loro uso in funzione di
richiami.

2. Le regioni emanano altresì
norme relative alla costituzione e gestione del patrimonio di richiami
vivi di cattura appartenenti alle specie di cui all’articolo 4,
comma 4, consentendo, ad ogni cacciatore che eserciti l’attività 
venatoria ai sensi dell’articolo 12, comma 5, lettera b), la detenzione
di un numero massimo di dieci unità  per ogni specie, fino
ad un massimo complessivo di quaranta unità . Per i cacciatori
che esercitano l’attività  venatoria da appostamento temporaneo
con richiami vivi, il patrimonio di cui sopra non potrà  superare
il numero massimo complessivo di dieci unità .

3. Le regioni emanano norme per l’autorizzazione
degli appostamenti fissi, che le province rilasciano in numero non
superiore a quello rilasciato nell’annata venatoria 1989-1990.

4. L’autorizzazione di cui al comma
3 puo’ essere richiesta da coloro che ne erano in possesso nell’annata
venatoria 1989-1990. Ove si realizzi una possibile capienza, l’autorizzazione
puo’ essere richiesta dagli ultrasessantenni nel rispetto delle
priorità  defi- nite dalle norme regionali.

5. Non sono considerati fissi ai sensi
e per gli effetti di cui all’articolo 12, comma 5, gli appostamenti
per la caccia agli ungulati e ai colombacci e gli appostamenti di
cui all’articolo 14, comma 12.

6. L’accesso con armi proprie all’appostamento
fisso con l’uso di richiami vivi è consentito unicamente
a coloro che hanno optato per la forma di caccia di cui all’articolo
12, comma 5, lettera b). Oltre al titolare, possono accedere all’appostamento
fisso le persone autorizzate dal titolare medesimo.

7. E’ vietato l’uso di richiami che
non siano identificabili mediante anello inamovibile, numerato secondo
le norme regionali che disciplinano anche la procedura in materia.

8. La sostituzione di un richiamo
puo’ avvenire soltanto dietro presentazione all’ente competente
del richiamo morto da sostituire.

9. E’ vietata la vendita di uccelli
di cattura utilizzabili come richiami vivi per l’attività 
venatoria.

Art. 6. (Tassidermia)

1. Le regioni, sulla base di apposito
regolamento, disciplinano l’attività  di tassidermia ed imbalsamazione
e la detenzione o il possesso di preparazioni tassidermiche e trofei.

2. I tassidermisti autorizzati devono
segnalare all’autorità  competente le richieste di impagliare
o imbalsamare spoglie di specie protette o comunque non cacciabili
ovvero le richieste relative a spoglie di specie cacciabili avanzate
in periodi diversi da quelli previsti nel calendario venatorio per
la caccia della specie in questione.

3. L’inadempienza alle disposizioni
di cui al comma 2 comporta la revoca dell’autorizzazione a svolgere
l’attività  di tassidermista, oltre alle sanzioni previste
per chi detiene illecitamente esemplari di specie protette o per
chi cattura esemplari cacciabili al di fuori dei periodi fissati
nel calendario venatorio.

4. Le regioni provvedono ad emanare,
non oltre un anno dalla data di entrata in vigore della presente
legge, un regolamento atto a disciplinare l’attività  di tassidermia
ed imbalsamazione di cui al comma 1.

Art. 7. (Istituto nazionale per
la fauna selvatica)

1. L’Istituto nazionale di biologia
della selvaggina di cui all’articolo 35 della legge 27 dicembre
1977, n. 968, dalla data di entrata in vigore della presente legge
assume la denominazione di Istituto nazionale per la fauna selvatica
(INFS) ed opera quale organo scientifico e tecnico di ricerca e
consulenza per lo Stato, le regioni e le province.

2. L’Istituto nazionale per la fauna
selvatica, con sede centrale in Ozzano dell’Emilia (Bologna), è
sottoposto alla vigilanza della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Il Presidente del Consiglio dei ministri, di intesa con le regioni,
definisce nelle norme regolamentari dell’Istituto nazionale per
la fauna selvatica l’istituzione di unità  operative tecniche
consultive decentrate che forniscono alle regioni supporto per la
predisposizione dei piani regionali.

3. L’Istituto nazionale per la fauna
selvatica ha il compito di censire il patrimonio ambientale costituito
dalla fauna selvatica, di studiarne lo stato, l’evoluzione ed i
rapporti con le altre componenti ambientali, di elaborare progetti
di intervento ricostitutivo o migliorativo sia delle comunità 
animali sia degli ambienti al fine della riqualificazione faunistica
del territorio nazionale, di effettuare e di coordinare l’attività 
di inanellamento a scopo scientifico sull’intero territorio italiano,
di collaborare con gli organismi stranieri ed in particolare con
quelli dei Paesi della Comunità  economica europea aventi
analoghi compiti e finalità , di collaborare con le università 
e gli altri organismi di ricerca nazionali, di controllare e valutare
gli interventi faunistici operati dalle regioni e dalle province
autonome, di esprimere i pareri tecnico-scientifici richiesti dallo
Stato, dalle regioni e dalle province autonome.

4. Presso l’Istituto nazionale per
la fauna selvatica sono istituiti una scuola di specializzazione
post-universitaria sulla biologia e la conservazione della fauna
selvatica e corsi di preparazione professionale per la gestione
della fauna selvatica per tecnici diplomati. Entro tre mesi dalla
data di entrata in vigore della presente legge una commissione istituita
con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, composta
da un rappresentante del Ministro dell’agricoltura e delle foreste,
da un rappresentante del Ministro dell’ambiente, da un rappresentante
del Ministro della sanità  e dal direttore generale dell’Istituto
nazionale di biologia della selvaggina in carica alla data di entrata
in vigore della presente legge, provvede ad adeguare lo statuto
e la pianta organica dell’Istituto ai nuovi compiti previsti dal
presente articolo e li sottopone al Presidente del Consiglio dei
ministri, che li approva con proprio decreto.

5. Per l’attuazione dei propri fini
istituzionali, l’Istituto nazionale per la fauna selvatica provvede
direttamente alle attività  di cui all’articolo 4.

6. L’Istituto nazionale per la fauna
selvatica è rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale
dello Stato nei giudizi attivi e passivi avanti l’autorità 
giudiziaria, i collegi arbitrali, le giurisdizioni amministrative
e speciali.

Art. 8. (Comitato tecnico faunistico-venatorio
nazionale)

1. Presso il Ministero dell’agricoltura
e delle foreste è istituito il Comitato tecnico faunistico-venatorio
nazionale (CTFVN) composto da tre rappresentanti nominati dal Ministro
dell’agricoltura e delle foreste, da tre rappresentanti nominati
dal Ministro dell’ambiente, da tre rappresentanti delle regioni
nominati dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato,
le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, da tre
rappresentanti delle province nominati dall’Unione delle province
d’Italia, dal direttore dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica,
da un rappresentante per ogni associazione venatoria nazionale riconosciuta,
da tre rappresentanti delle organizzazioni professionali agricole
maggiormente rappresentative a livello nazionale, da quattro rappresentanti
delle associazioni di protezione ambientale presenti nel Consiglio
nazionale per l’ambiente, da un rappresentante dell’Unione zoologica
italiana, da un rappresentante dell’Ente nazionale per la cinofilia
italiana, da un rappresentante del Consiglio internazionale della
caccia e della conservazione della selvaggina, da un rappresentante
dell’Ente nazionale per la protezione degli animali, da un rappresentante
del Club alpino italiano.

2. Il Comitato tecnico faunistico-venatorio
nazionale è costituito, entro un anno dalla data di entrata
in vigore della presente legge, con decreto del Presidente del Consiglio
dei ministri sulla base delle designazioni delle organizzazioni
ed associazioni di cui al comma 1 ed è presieduto dal Ministro
dell’agricoltura e delle foreste o da un suo delegato.

3. Al Comitato sono conferiti compiti
di organo tecnico consultivo per tutto quello che concerne l’applicazione
della presente legge.

4. Il Comitato tecnico faunistico-venatorio
nazionale viene rinnovato ogni cinque anni.

Art. 9. (Funzioni amministrative)

1. Le regioni esercitano le funzioni
amministrative di programmazione e di coordinamento ai fini della
pianificazione faunistico-venatoria di cui all’articolo 10 e svolgono
i compiti di orientamento, di controllo e sostitutivi previsti dalla
presente legge e dagli statuti regionali. Alle province spettano
le funzioni amministrative in materia di caccia e di protezione
della fauna secondo quanto previsto dalla legge 8 giugno 1990, n.
142, che esercitano nel rispetto della presente legge.

2. Le regioni a statuto speciale e
le province autonome esercitano le funzioni amministrative in materia
di caccia in base alle competenze esclusive nei limiti stabiliti
dai rispettivi statuti.

Art. 10. (Piani faunistico-venatori)

1. Tutto il territorio agro-silvo-pastorale
nazionale è soggetto a pianificazione faunistico-venatoria
finalizzata, per quanto attiene alle specie carnivore, alla conservazione
delle effettive capacità  riproduttive e al contenimento naturale
di altre specie e, per quanto riguarda le altre specie, al conseguimento
della densità  ottimale e alla sua conservazione mediante
la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione
del prelievo venatorio.

2. Le regioni e le province, con le
modalità  ai commi 7 e 10, realizzano la pianificazione di
cui al comma 1 mediante la destinazione differenziata del territorio.

3. Il territorio agro-silvo-pastorale
di ogni regione è destinato per una quota dal 20 al 30 per
cento a protezione della fauna selvatica, fatta eccezione per il
territorio delle Alpi di ciascuna regione, che costituisce una zona
faunistica a sè stante ed è destinato a protezione
nella percentuale dal 10 al 20 per cento. In dette percentuali sono
compresi i territori ove sia comunque vietata l’attività 
venatoria anche per effetto di altri leggi o disposizioni.

4. Il territorio di protezione di
cui al comma 3 comprende anche i territori di cui al comma 8, lettera
a), b) e c). Si intende per protezione il divieto di abbattimento
e cattura a fini venatori accompagnato da provvedimenti atti ad
agevolare la sosta della fauna, la riproduzione, la cura della prole.

5. Il territorio agro-silvo-pastorale
regionale puo’ essere destinato nella percentuale massima globale
del 15 per cento a caccia riservata a gestione privata ai sensi
dell’articolo 16, comma 1, e a centri privati di riproduzione della
fauna selvatica allo stato naturale.

6. Sul rimanente territorio agro-silvo-pastorale
le regioni promuovono forme di gestione programmata della caccia,
secondo le modalità  stabilite dall’articolo 14.

7. Ai fini della pianificazione generale
del territorio agro-silvo- pastorale le province predispongono,
articolandoli per comprensori omogenei, piani faunistico-venatori.
Le province predispongono altresì piani di miglioramento
ambientale tesi a favorire la riproduzione naturale di fauna selvatica
nonchè piani di immissione di fauna selvatica anche tramite
la cattura di selvatici presenti in soprannumero nei parchi nazionali
e regionali ed in altri ambiti faunistici, salvo accertamento delle
compatibilità  genetiche da parte dell’Istituto nazionale
per la fauna selvatica e sentite le organizzazioni professionali
agricole presenti nel Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale
tramite le loro strutture regionali.

8. I piani faunistico-venatori di
cui al comma 7 comprendono:

a) le oasi di protezione, destinate
al rifugio, alla riproduzione ed alla sosta della fauna selvatica;

b) le zone di ripopolamento e cattura,
destinate alla riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale
ed alla cattura della stessa per l’immissione sul territorio in
tempi e condizioni utili all’ambientamento fino alla ricostituzione
e alla stabilizzazione della densità  faunistica ottimale
per il territorio;

c) i centri pubblici di riproduzione
della fauna selvatica allo stato naturale, ai fini di ricostituzione
delle popolazioni autoctone;

d) i centri privati di riproduzione
di fauna selvatica allo stato naturale, organizzati in forma di
azienda agricola singola, consortile o cooperativa, ove è
vietato l’esercizio dell’attività  venatoria ed è consentito
il prelievo di animali allevati appartenenti a specie cacciabili
da parte del titolare dell’impresa agricola, di dipendenti della
stessa e di persone nominativamente in- dicate;

e) le zone e i periodi per l’addestramento,
l’allenamento e le gare di cani anche su fauna selvatica naturale
o con l’abbattimento di fauna di allevamento appartenente a specie
cacciabili, la cui gestione puo’ essere affidata ad associazioni
venatorie e cinofile ovvero ad imprenditori agricoli singoli o associati;

f) i criteri per la determinazione
del risarcimento in favore dei conduttori dei fondi rustici per
i danni arrecati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole
e alle opere approntate su fondi vincolati per gli scopi di cui
alle lettere a), b) e c, 0, 0);

g) i criteri della corresponsione
degli incentivi in favore dei proprietari o conduttori dei fondi
rustici, singoli o associati, che si impegnino alla tutela ed al
ripristino degli habitat naturali e all’incremento della fauna selvatica
nelle zone di cui alle lettere a) e b, 0, 0);

h) l’identificazione delle zone in
cui sono collocabili gli appostamenti fissi.

9. Ogni zona dovrà  essere indicata
da tabelle perimetrali, esenti da tasse, secondo le disposizioni
impartite dalle regioni, apposte a cura dell’ente, associazione
o privato che si preposto o incaricato della gestione della singola
zona.

10. Le regioni attuano la pianificazione
faunistico-venatoria mediante il coordinamento dei piani provinciali
di cui al comma 7 secondo criteri dei quali l’Istituto nazionale
per la fauna selvatica garantisce la omogeneità  e la congruenza
a norma del comma 11, nonchè con l’esercizio di poteri sostitutivi
nel caso di mancato adempimento da parte delle province dopo dodici
mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

11. Entro quattro mesi dalla data
di entrata in vigore della presente legge, l’Istituto nazionale
per la fauna selvatica trasmette al Ministro dell’agricoltura e
delle foreste e al Ministro dell’ambiente il primo documento orientativo
circa i criteri di omogeneità  e congruenza che orienteranno
la pianificazione faunistico-venatoria. I Ministri, d’intesa, trasmettono
alle regioni con proprie osservazioni i criteri della programmazione,
che deve essere basata anche sulla conoscenza delle risorse e della
consistenza faunistica, da conseguirsi anche mediante modalità 
omogenee di rilevazione e di censimento.

12. Il piano faunistico-venatorio
regionale determina i criteri per la individuazione dei territori
da destinare alla costituzione di aziende faunistico-venatorie,
di aziende agri-turistico-venatorie e di centri privati di riproduzione
della fauna selvatica allo stato naturale.

13. La deliberazione che determina
il perimetro delle zone da vincolare, come indicato al comma 8,
lettere a), b) e c), deve essere notificata ai proprietari o conduttori
dei fondi interessati e pubblicata mediante affissione all’albo
pretorio dei comuni territorialmente interessati.

14. Qualora nei successivi sessanta
giorni sia presentata opposizione motivata, in carta semplice ed
esente da oneri fiscali, da parte dei proprietari o conduttori dei
fondi costituenti almeno il 40 per cento della superficie complessiva
che si intende vincolare, la zona non puo’ essere istituita.

15. Il consenso si intende validamente
accordato anche nel caso in cui non sia stata presentata formale
opposizione.

16. Le regioni, in via eccezionale,
ed in vista di particolari necessità  ambientali, possono
disporre la costituzione coattiva di oasi di protezione e di zone
di ripopolamento e cattura, nonchè l’attuazione dei piani
di miglioramento ambientale di cui al comma 7.

17. Nelle zone non vincolate per la
opposizione manifestata dai proprietari o conduttori di fondi interessati,
resta, in ogni caso, precluso l’esercizio dell’attività  venatoria.
Le regioni possono destinare le suddette aree ad altro uso nell’ambito
della pianificazione faunistico-venatoria.

Art. 11. (Zona faunistica delle
Alpi)

1. Agli effetti della pr

La petizione avviata nei giorni scorsi dal ”Coordinamento Cittadino Aladar”.

SVILUPPO TURISTICO E CULTURALE
DEL TERRITORIO
SALVAGUARDIA E VALORIZZAZIONE
DELLA "VALLE E DELLE PISTE DEI DINOSAURI" E DEI BENI CULTURALI
UNO SVILUPPO INDUSTRIALE, ARTIGIANALE E AGRICOLO ORGANIZZATO
PER IL PARCO DELL’ALTA MURGIA

Nel giugno 1999 i professori Sarti
e Nicosia delle Università di Ancona e Roma scoprivano nella
cava esistente in contrada Pontrelli, a sei chilometri da Altamura,
una superficie paleocarsica che custodisce oltre 30 mila orme di
dinosauri vissuti in questa area, 65 milioni di anni fa.

Una scoperta di valore mondiale che
se valorizzata appieno insieme all’Uomo Arcaico della Grotta
di Lamalunga, potrà far diventare Altamura insieme a Gravina
(area archeologica di Botromagno) e Matera (i Sassi), polo formidabile
di attrazione turistica, creando grandi opportunità occupazionali
in un settore così importante per l’economia italiana
e del mezzogiorno.

In questi mesi l’area è
stata visitata da migliaia di turisti, tanti anche stranieri, studenti,
scolari e insegnanti. Scienziati e ricercatori insieme a giornalisti
e TV di tutto il mondo sono venuti ad Altamura e visitando la "Valle
dei dinosauri" ne sono rimasti affascinati. Le grandi riviste
e gli operatori turistici hanno così inserito Altamura e
la Murgia in itinerari turistico-culturali e gastronomici.

Anche la Walt Disney si sta interessando
alla "Valle e alle piste dei Dinosauri" di Altamura, tanto
da immaginare che Aladar il giovane Iguanodonte protagonista del
film "DINOSAURI", sia nato e sia vissuto proprio ad Altamura
e dichiarandosi pronta a collaborare per la valorizzazione della
Valle dei Dinosauri.

Mentre si stanno ponendo le basi per
rendere il territorio storico archeologico della Murgia, occasione
di sviluppo turistico, una scelta poco accorta dell’Amministrazione
Comunale, mette in discussione tutto questo. Adiacente alla "Valle
dei Dinosauri" infatti, stanno sorgendo. nella stessa località
Pontrelli, ben otto capannoni industriali per oltre ventimila metri
quadrati.

Una vera e propria zona industriale
in un territorio suscettibile di sviluppo turistico e nonostante
Altamura abbia un PRG con aree destinate ad uso industriale ed artigianale.

Nel gennaio 2000, alcune Associazione
Culturali di Altamura, prima dell’approvazione degli accordi
di programma (L.R. 34), vera e propria variante al PRG, che portarono
alla variante dell’area "Pontrelli" – peraltro interessata
nel 1996 ad una lottizzazione abusiva denunciata alla stessa Magistratura
– chiedevano all’Amministrazione Comunale di bloccare questa
decisione che avrebbe portato per la sua assurdità Altamura
sulle pagine dei giornali di tutto il mondo.

La scelta invece è stata diversa
e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: "la Valle dei
dinosauri e di Aladar" è assediata dal cemento.

Non solo. Lo stesso futuro del Parco
dell’Alta Murgia è in discussione visto che ad Altamura
la L.R. 34 da legge di intervento straordinario urbanistico viene
utilizzata per dare l’ultimo assalto alla Murgia altamurana
già compromessa da anni di spietramento selvaggio che ne
hanno cambiato anche l’assetto idro-geologico.

Per tali ragioni noi Cittadini di
Altamura, aderendo all’appello del "Coordinamento Cittadino
Aladar" ci rivolgiamo al Presidente della Commissione Europea,
al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio affinchè
fermino questo scempio.

Inoltre chiediamo che

– i Ministri dell’Ambiente e
dei Beni Culturali, i Parlamentari italiani , Presidente della Regione,
il Presidente della Provincia di Bari, i Consiglieri Regionali e
Provinciali, i Consiglieri Comunali, il Sindaco di Altamura intervengano
con la massima urgenza operando invece per la piena valorizzazione
turistica della "Valle e delle piste dei Dinosauri" e
dei beni culturali che la Murgia custodisce da millenni.

Chiediamo inoltre che si blocchi questo
uso dissennato della L.R. 34 applicata in maniera del tutto scriteriata
nel nostro territorio favorendo invece uno sviluppo industriale
ordinato e in aree organizzate (acqua, luce, strade ecc.) proprio
per non far raddoppiare i costi di insediamento agli stessi imprenditori.

Altamura, gennaio 2001

Industrie al posto dei dinosauri.

martedì , 23
gennaio 2001

Industrie al posto dei
dinosauri

Divani in pelle accanto alle orme dei dinosauri.
Chi ha deciso che il polo industriale del salotto dovesse insediare
ad Altamura i suoi capannoni, proprio nell’area limitrofa
alla "Valle dei dinosauri"? Lo ha deciso il Comune di
Altamura, lo hanno denunciato i due imprenditori Filippo Mininni
e Maria Grazia Patrone, lo sta analizzando il sostituto procuratore
del tribunale di Bari, Elisabetta Pugliese, che ha aperto un’inchiesta.

I reati ipotizzati per ora riguarderebbero alcuni abusi d’ufficio,
commessi nel rilascio, da parte del Comune di Altamura, del "via
libera" per la costruzione di 73 capannoni industriali, all’interno
dell’area del parco naturale dell’alta Murgia. Di questi,
otto ne stanno sorgendo in una zona destinata dal piano regolatore
generale a verde agricolo, contigua a quella dove, nel ‘99,
vennero rinvenute 30 mila impronte di dinosauri vissuti 65 milioni
di anni fa.
I capannoni, denunciano invece gli imprenditori Mininni e Patrone,
proprietari di 100 ettari in contrada Jesce, "sarebbero dovuti
essere realizzati in aree industrialiartigianali, circa 259 ettari
in contrada Jesce, come indicato dal piano regolatore". Il
successivo accordo di programma ne avrebbe invece stravolto destinazione
e lottizzazione.
Per non parlare poi, denunciano i due, della "violazione
della speciale protezione di Murgia alta, zona tutelata, posto
che le approvazioni dei programmi comportano insediamenti causa
di indiscutibile inquinamento ambientale". Il sostituto procuratore
Pugliese, che ha incaricato i carabinieri del reparto operativo
di Bari di acquisire atti e documenti negli uffici del Comune
di Altamura, dovrà anche approfondire l’ipotesi che
siano stati violati i vincoli di natura ambientale sulla zona.

Nell’esposto, presentato al procuratore della repubblica,
Emilio Marzano, il 22 dicembre scorso, i due fanno specifico riferimento
alle irregolarità che alcuni amministratori avrebbero compiuto,
e le motivano con un intento ben preciso. Fanno riferimento alla
"consapevolezza", da parte degli stessi amministratori,
"del carattere speculativo delle operazioni sottese alle
richieste di accordi di programma, che si sostanziano in vendite
di suoli acquistati come terreni agricoli".
Ma le responsabilità, secondo Mininni, sarebbero addebitabili
anche agli amministratori regionali: "Da notareaffermache
gli accordi di programma ricadono quasi tutti anche all’interno
delle zone vincolate dal piano urbanistico territoriale tematico,
recentemente adottato dalla giunta regionale. Nelle delibere di
giunta, relative all’approvazione degli accordi di programma
è detto stranamente che non esistono vincoli né
attuali né ipotizzati di natura ambientale sulle aree oggetto
di accordo di programma".
Del caso si è occupata anche la società Walt Disney,
che è scesa in campo per tutelare l’importante ritrovamento.
Ma non solo. Una settimana fa il senatore Ferdinando Pappalardo
ha presentato in aula un’interrogazione, inviata il 19 settembre
2000 al ministro per i beni e le attività culturali, Giovanna
Melandri, per comunicarle che, secondo notizie di stampa, "il
Comune di Altamura avrebbe autorizzato, in deroga al Piano regolatore
generale, attraverso la stipula di accordi di programma e con
il complice assenso della Regione Puglia, la costruzione di impianti
industriali nelle immediate adiacenze della cava “De Lucia”, con
l’effetto di pregiudicare irreversibilmente l’integrità
stessa di questo importantissimo giacimento paleontologico, prima
e più ancora che le possibilità di una sua valorizzazione
a fini culturali e turistici".
Il senatore chiede quindi al ministro "quali iniziative intenda
sollecitamente assumere per impedire lo scempio del sito paleontologico
incentrato sulla cava “De Lucia” e per predisporre, di concerto
con gli enti locali e con le istituzioni culturali e accademiche,
un programma di studi e di ricerche, nonché, d’intesa
con gli stessi soggetti privati interessati, un progetto di valorizzazione
del giacimento e dei preziosi reperti in esso rinvenuti".

 

Lettera dell’Avvocato LaGala.

Bari, lì 18 gennaio 2001
Illustre Signor Sindaco
Del Comune di Altamura

SEDE

e p.c. Responsabile del procedimento

SEDE

 


OGGETTO: procedimento
ablatorio concernente l’acquisizione del Teatro Mercadante.

RIF.TO: delibera
di incarico della Giunta Municipale n. 67 del 9/2/2000.

 

Illustre Signor Sindaco,

in data odierna, come anticipato nella
mia del 28 novembre 2000, ho inviato al Soprintendente ai Beni A.A.A.S.
della Puglia, Arch. Mario De Cunzo, a mezzo R.A.R., la lettera con
la richiesta di un incontro al fine di chiarire la posizione del
Comune rispetto alle richieste della Soprintendenza sì da
predisporre correttamente il procedimento di acquisizione del Teatro
Mercadante.

Ove il Soprintendente dovesse indicare
direttamente al Comune la data e l’ora dell’incontro,
per cortesia, chiedo di essere informato per mezzo fax; del pari,
per poter diligentemente seguire l’iter del procedimento ed
assistere proficuamente il Comune chiedo di essere informato di
tutti gli eventuali atti che dovessero pervenire o di incontri e
decisioni che l’Amministrazione dovesse ritenere di porre in
essere.

Avv. Franco Gagliardi La Gala

L’appello e la convocazione lanciati dall’Associazione Culturale Piazza.

La “Valle dei Dinosauri” sta per
essere devastata da insediamenti industriali che stanno sorgendo a poche decine
di metri dalla cava Pontrelli. Questo uso spregiudicato del territorio, applicando
una legge straordinaria come se fosse uno strumento urbanistico ordinario, pone
in discussione la valorizzazione turistico culturale di tutta quell’area,
proprio quando tutto il mondo (la Walt Disney in testa) guarda con estremo interesse
all?importante scoperta.

Piazza insieme ad altre Associazioni aveva da
tempo lanciato l’allarme. Addirittura prima del Consiglio Comunale che
ratificò quegli accordi di programma, si inviava all’Amministrazione
Comunale un appello a riflettere sulle gravi conseguenze che avrebbero indignato
tutto il mondo e si chiedeva di sospendere la decisione.

Non accadde nulla. Anzi l’Amministrazione
decise di andare avanti proponendo altre decine e decine di accordi di programma
che devasteranno definitivamente il nostro territorio, nonostante ad Altamura
ci sia un?area artigianale e industriale prevista dal PRG.

E’ evidente allora che i cittadini e le associazioni
devono darsi impegni di partecipazione per evitare che qui si crei una sorta
di “complicità  collettiva”, dove tutti alla fine saremo colpevoli
di fronte all’opinione pubblica nazionale e internazionale e alle future
generazioni.

Ti invitiamo pertanto GIOVEDI’ 18 gennaio
2001 alle ore 19.00 presso il Centro Servizi Culturali
(Viale Martiri,
75) a partecipare ad un incontro per la eventuale costituzione di un Coordinamento
Cittadino per la difesa dei Beni Culturali del territorio e della Murgia e per
esaminare tutte le iniziative da intraprendere al fine di evitare che il “cemento
speculativo” seppellisca anche la nostra storia e la nostra identità .

Altamura, 15 gennaio 2001

Associazione Culturale Piazza

Corso Federico II, n. 90 Altamura

Il cemento assedia la ”casa” dei dinosauri.

sabato, 30 dicembre 2000

ARCHEOLOGIA

Il cemento assedia la
“casa” dei dinosauri

Le costruzioni previste dagli “accordi di programma”
con la Regione. Il presidente Fitto: ma i controlli spettano ai
Comuni Il cemento assedia la “casa” dei dinosauri Capannoni
industriali alle soglie del parco archeologico in Puglia. “Bloccheremo
il progetto” DAL NOSTRO INVIATO ALTAMURA (Bari) – Non sappiamo
se si chiamasse Aladar, come il bestione buono del film Dinosauri
della Walt Disney. Sappiamo però che era tale e quale Aladar.
E che potrebbe scomparire una seconda volta, non più per
colp a di una glaciazione, ma del cemento dei capannoni industriali
che stanno sorgendo proprio intorno alla vera Valle dei Dinosauri.
Il nostro Aladar era un dinosauro iguanodonte, alto una decina di
metri, che 65 milioni di anni fa, nel Cretacico superi ore, viveva
qui, nella Valle dei Dinosauri a quattro chilometri dalla città ,
insieme con duemila suoi compagni di branco. La scoperta, a maggio
dell’ anno scorso, è stata del paleontologo Umberto Nicosia,
dell’ università  di Roma, e dei geologi Massi mo Santantonio,
Massimo Sarti e Michele Claps, dell’ ateneo di Ancona. Gli studiosi
quasi non credevano ai loro occhi: nella cava di pietre “Pontrelli”,
che si apprestava a diventare una discarica di rifiuti, c’ erano
trentamila orme di dinosauri. Un a rivoluzione, dissero subito gli
esperti italiani e stranieri di Paleogeografia, poiché fino
a quel momento si era creduto che 65 milioni di anni fa l’ altopiano
della Murgia non era fra le terre emerse. Un tesoro da far fruttare,
perché no, speraro no tutti, magari insieme con l’ altra
recentissima ed eccezionale scoperta, a pochi chilometri dalla Valle
dei Dinosauri: l’ Homo Arcaicus, lo scheletro intatto e completo
del più antico esemplare umano mai rinvenuto, la cui “età ”
si aggirerebbe into rno ai 250 mila anni. Diciotto mesi dopo, niente
di tutto questo. Diciotto mesi dopo, a non più di cinquanta
metri in linea d’ aria dalla cava “Pontrelli”, si ergono
due capannoni in cemento armato (ma ne sono previsti sei, per 25
mila metri quadrati ) in cui si produrranno salotti. “Sono
soltanto i primi diecimila metri quadrati della grande pietra tombale
che rischia di seppellire un intero territorio e le sue ricchezze”,
dicono da tempo, inascoltati, molti imprenditori, diversi tecnici
e le as sociazioni culturali Archeoclub, Piazza e Mercadante. Che
non si tratti di una “svista” urbanistica, o di un fatto
isolato, lo si capisce dando un’ occhiata alla cartina: altri 17
opifici industriali sorgeranno proprio sul cranio dell’ Homo Arcaicus,
che dalle viscere della grotta di Lamalunga, in cui si trova, non
deve aver mai visto una cosa del genere. Ma non è finita.
Ci sono altri 50 capannoni (e fanno 73) che per la quasi totalità 
ricadranno “a pioggia” in un territorio che due anni fa
una legge dello Stato ha dichiarato “Parco nazionale dell’
Alta Murgia”. Basta così? Macché. Sono pronti
altri 70 progetti dello stesso tipo. Come gli altri, disseminati
qua e là , che utilizzano i finanziamenti europei previsti
per lo sviluppo e l’ occu pazione, costi quel che costi. I 73 progetti,
approvati a valanga dal Consiglio comunale di Altamura, per numero
e dislocazione costituiscono un unicum nel panorama italiano. Si
tratta di “accordi di programma” (intese tra Regioni e
Comuni) che hanno lo scopo – “quando mancano i piani regolatori
e gli altri strumenti urbanistici”, stabilisce la legge regionale
– di decidere dove e come insediare nuove attività  produttive,
senza perdersi in lungaggini burocratiche. Una finalità  buona,
ma pur semp re l’ eccezione, non la regola. Soprattutto quando già 
esistono aree industriali attrezzate. Come quella di un milione
di metri quadrati che si estende tra Altamura e Matera, dove, fra
gli altri, è presente il gruppo Natuzzi, leader del salotto.
Un’ area, questa, che l’ ex presidente del Cnel, Giuseppe De Rita,
in tempi non sospetti aveva individuato come il “nuovo distretto
del salotto italiano”. Ma allora perché non si è
scelto di andare lì, o anche altrove, a realizzare gli “accordi
di progra mma”, invece di ferire la Valle dei Dinosauri, l’
Homo Arcaicus, il Parco naturale? “Perché così
hanno scelto gli imprenditori riunitisi in consorzio – risponde
il sindaco Vito Plotino, di An -. Diventeremo la Milano del Sud,
qui abbiamo uno sviluppo impetuoso, con questi accordi creeremo
1542 posti di lavoro. Quanto ai dinosauri, quell’ area è
stata scelta prima che fossero scoperte le orme”. Sì,
ma si è cominciato a costruire dopo. “E allora vuol
dire che bloccheremo quel progetto – annuncia P lotino -. E interverremo
ovunque si presentino incompatibilità  simili”. Come
farà , il sindaco Plotino non lo spiega. “Nemmeno in
Consiglio comunale – ironizza – mi hanno fatto tutte queste obiezioni”.
“Ci credo – afferma Pietro Pepe, consigliere regi onale del
Ppi -, là  dentro ormai ci sono solo anime morte. Sotto elezioni,
poi, sembrano tutti un po’ più accondiscendenti. La verità 
è che la politica non esiste più. E così vincono
i clan d’ ogni tipo: per esempio quelli formati da studi tecnici,
i mprenditori, funzionari, che hanno la vera regia di queste operazioni”.
Un’ accusa che lascia indifferente Plotino, ma che viene commentata
con prudenza dal presidente della Giunta regionale, Raffaele Fitto,
che ha firmato gli accordi di programma. ” A noi, le domande
presentate risultano regolari – dice Fitto -. Poi, ogni Comune fa
le sue scelte e si assume le sue responsabilità , è
ovvio. Non spetta a me fare il controllore dell’ attuazione di quegli
accordi”. Adesso è il procuratore della Repub blica
di Bari, Emilio Marzano, che vuol vederci chiaro. Povero Aladar:
finire in tribunale, per non finire prima sotto i rifiuti e poi
sotto il cemento. Carlo Vulpio DALLA REALTA’ AL FILM La Walt Disney:
è la valle del nostro Aladar “Mentre noi stava mo lavorando
di fantasia, la realtà  ce lo faceva trovare qui. Avevamo
Aladar in casa e non lo sapevamo”. Così Fabiola Bertinotti,
della Walt Disney, racconta “l’ incontro” tra il protagonista
del kolossal “Dinosauri”, l’ iguanodonte Aladar (nella
fot o), e i suoi fratelli gemelli della Valle dei Dinosauri di Altamura.
Una scoperta che ha entusiasmato la Walt Disney e l’ ha portata
a proiettare il film in anteprima a Bari, oltre che a Roma e Milano.
“Il film racconta una storia di speranza – dice Bertinotti
– e rovescia la morale del branco: non più solo la sopravvivenza,
ma anche la protezione dei deboli”. C. Vul.


domenica , 14 gennaio
2001


ARCHEOLOGIA

La Disney vuole salvare la “Valle dei dinosauri”


ALTAMURA La Disney vuole salvare la “Valle dei dinosauri”
DAL NOSTRO INVIATO ALTAMURA (Bari) – La natura l’ ha conservata
per 65 milioni di anni. Ma ora che di fronte alla minaccia del cemento
nemmeno la natura può far nulla, è la magistratura
che ce rcherà  di impedirne una rapida “sepoltura”.
Nell’ attesa (di vincoli della Soprintendenza che non arrivano,
o di un intervento diretto del ministero dei Beni culturali), la
Valle dei dinosauri, che è proprio quella dell’ iguanodonte
Aladar, protagoni sta del film Dinosauri della Walt Disney, potrebbe
essere “salvata” dalla stessa multinazionale dei cartoon.
“Farne noi un Parco dei dinosauri sarebbe un sogno, burocrazia
permettendo”, spiega Fabiola Bertinotti, della Disney. Nel
frattempo, “per acc endere i riflettori sulla Valle, un tesoro
unico in Europa”, l’ idea da realizzare subito è legata
alla versione home-video del film. “Per l’ occasione, pensiamo
a un intervento diretto, di tipo culturale – spiega la Bertinotti-.
Un’ iniziativa inedi ta anche per noi, ma ne vale la pena”.
Per il momento, i dinosauri devono sperare nel lavoro del pm Elisabetta
Pugliese, che accerterà  perché, in base agli accordi
di programma tra Comune e Regione Puglia, si stanno costruendo sei
capannoni industria li per 25 mila metri quadrati proprio a due
passi dalla Valle, dove sono conservate trentamila orme di duemila
iguanodonti vissuti nel Cretacico superiore. Ma l’ indagine riguarderà 
anche gli altri insediamenti industriali approvati con il medesimo
s trumento degli accordi di programma (73, ma in tutto sono 150),
poiché oltre alla Valle dei dinosauri rischiano di essere
compromessi anche il sito archeologico dell’ Homo arcaicus (il più
antico esemplare completo di essere umano mai rinvenuto, 250 mila

anni) e il Parco nazionale dell’ Alta Murgia, in cui ricadrebbero,
come una “rosa” sparata da un fucile a pallini, il 90
per cento dei nuovi opifici. La scelta, rivendicata con orgoglio
dal sindaco Vito Plotino (“Creeremo 1542 posti di lavoro”)
e dalla giunta di centrodestra, ha scatenato polemiche infuocate:
se la città  ha un piano regolatore e può creare altrove
un’ ordinata area industriale, è la contestazione, perché
questo scempio? “Affari e poi affari, con quattro-cinque studi
tecnici alla regia delle operazioni”, sostengono Raffaele Crivelli,
Pietro Pepe e Michele Ventricelli, esponenti regionali di Rifondazione,
Ppi e Ds. Che sottolineano anche la “stranezza” di due
lettere dell’ assessorato regionale all’ Ambiente, ricevute da lla
Giunta comunale prima dell’ approvazione dei progetti ma protocollate
dopo, in cui si rammenta “l’ obbligo di rispettare le leggi
europee e nazionali per queste zone di protezione speciale”.
In città  intanto il protagonista è l’ iguanodonte
Alada r. Per lui, opposizione e associazioni culturali stanno preparando
una grande manifestazione pubblica: “Non sfrattate i dinosauri”.
Carlo Vulpio

Appello per un’Altamura nuova. Altamura2001.

L’inadeguatezza delle forme della
rappresentanza politica ed amministrativa rispetto alle trasformazioni
economiche, sociali e culturali in atto si fa di giorno in giorno
più drammatica. Il fenomeno è nazionale, ma nella
nostra città esso assume caratteri specifici di tale evidenza
che lo aggravano ulteriormente.

Altamura sembra essere incosciente
della trasformazione che la attraversa, disinteressarsi a una mutazione
che coinvolge l’interezza del suo corpo; viene governata da
pochi nell’interesse di pochissimi. Il suo ceto politico appare
incapace di prospettare un governo collettivo, condiviso e pubblicamente
riconosciuto della trasformazione. L’immobilismo, l’incapacità,
l’afasia della sinistra e il successo degli slogan semplicistici
della destra sono lì a dimostrarlo.

Eppure se si vuole segnare una svolta
ideale e politica in città, se si vuole sottrarre Altamura
alle logiche di un’esclusione sociale sempre più grave,
di una privatizzazione dello spazio pubblico messa in atto in questi
anni, se si vuole restituire voce alla politica come governo collettivo
della trasformazione e fare in modo che non sia il solito "comitato
d’affari", è necessario guardare alle trasformazioni
della spazio politico, indagare e comprendere la compressione della
partecipazione che si è verificata nell’inarrestabile
e inevitabile declino delle forme classiche della politica e dei
suoi attori dell’ultimo ventennio. Gran parte del mondo dell’associazionismo
e delle professioni, della cultura, dei giovani, sembra rassegnata
al silenzio, all’impossibilità di cambiare il corso
delle cose. A volte si ha l’impressione che siano molti, davvero
molti, coloro che non riescono più a trovare punti di riferimento
credibili nella politica del centrosinistra altamurano.

Le forme organizzative di partito
sono rimaste bloccate, culturalmente incapaci di rispondere adeguatamente
a vecchie e nuove esigenze dei cittadini, delle forze imprenditoriali,
culturali e sociali del territorio; ingessate in logiche centralistiche
e settarie che credevamo inesorabilmente appartenenti al passato.

Vistosi ed allarmanti appaiono i ritardi
e le inefficienze della Pubblica Amministrazione, inadeguati i tentativi
di risposta alle grandi e piccole sfide dell’immigrazione,
del disagio giovanile, delle crisi ambientali, della scuola e della
formazione, dell’economia globalizzata ed informatizzata, del
degrado civile e sociale, della domanda di strutture, spazi e servizi
aperti alla fruizione collettiva ed alla partecipazione dei cittadini.

Sembra che le forze partitiche, chiuse
a quanti non rientrino nella ristretta cerchia di intimi e fedelissimi,
si aggreghino o disaggreghino su tutto fuorché su questi
temi, che le coalizioni nascano e muoiano non sui contenuti, ma
sulla conservazione di piccoli apparati o di piccole carriere personali;
tutto si riduce nella conversazione tra pochi addetti ai lavori.
Tanto più si parla di programmi e di contenuti, tanto minore
è la concreta volontà di realizzarli.

L’interesse di tutti interessa
davvero a qualcuno?!

Quand’anche, in qualche singola
forza politica o singolo esponente politico, emerge la consapevolezza
dell’assoluta necessità di proporre alla città
un concreto e radicale piano di riforme e di sviluppo civile, questa
finisce per inaridirsi in estenuanti contese o per esprimersi in
modo tardivo, confuso e contraddittorio, finisce per tradursi in
iniziative inutili ed occasionali. Sono mancate le parole e le idee
chiare; anzi, su molte questioni, sono mancate del tutto le parole
e le idee.

Che cosa aspettiamo allora?
Che un centrodestra caotico ed inaffidabile si proponga per altri
cinque anni alla guida della città?

Che cosa aspettiamo? Che questo centrosinistra
si dissolva completamente nelle rivalità personali e nella
sterile ricerca di un leader?

Che cosa aspettiamo ancora? Che una
politica delle marionette e delle ambizioni personali occupi definitivamente
lo spazio un tempo assegnato alla ragione, alle idealità,
alla passione ed alla partecipazione dei cittadini, ai progetti
ed alle realizzazioni?

Che cosa aspettiamo? Che scribi e
farisei locali continuino a discutere di questo o quel successo
elettorale, di posti di potere occupati o da occupare, mentre carovane
di elettori si muovono verso l’astensione, verso l’indifferenza,
lontani dall’impegno civile?

Che cosa aspettiamo? Che tutti si
convincano davvero che le cose non cambiano, i metodi restano sempre
gli stessi ed i soliti pochi continuano comunque a fare i loro affari?

L’aspetto più desolante
della situazione altamurana è che tutti, del ceto politico,
sembrano d’accordo nell’aspettare. Aspettare cosa? Non
lo capiamo. E’ necessario allora uscire velocemente da questo
appiattimento. Per fare questo bisogna mirare alto. Serve
un metodo di governo fatto di capacità, di sensibilità
e di scelte coraggiose. Serve un piano di sviluppo civile
che punti ad una migliore qualità della vita per tutti e
non solo ad una vita di qualità riservata a pochi: attraverso
una migliore organizzazione e modernizzazione dell’apparato
istituzionale ed amministrativo, la valorizzazione dell’impegno
e delle professionalità degli altamurani, il coinvolgimento
dei cittadini nelle scelte amministrative; attraverso infrastrutture
e servizi adeguati alle effettive necessità dei cittadini
e non agli interessi di pochi; attraverso investimenti massicci
nella formazione e nella ricerca per nuovi percorsi professionali
e mestieri; attraverso il rispetto della legalità e degli
interessi collettivi, la valorizzazione e l’apertura alla fruizione
collettiva di tutti gli immobili di interesse pubblico; attraverso
il sostegno alle attività di volontariato e del settore no
profit
, il ricorso a forme di cooperazione pubblico-privato;
attraverso la difesa del territorio e dell’ambiente da tutte
le forme di speculazione e di distruzione, una crescita urbana programmata
e qualificata, la piena attuazione delle destinazioni urbanistiche
di piano, l’effettiva realizzazione di tutte le opere primarie
e secondarie di urbanizzazione.

E’ per queste ragioni che Altamura
ha assoluto bisogno di una nuova stagione politica. Questa necessità
non si riferisce soltanto all’esigenza di delineare un’idea
diversa di governo della città, ma soprattutto all’urgenza
di rivitalizzare una rete di persone, rapporti ed esperienze che
oggi appare priva del mordente necessario, utile per assicurare
condizioni migliori al confronto politico e sociale. La scelta tra
destra e sinistra dipende certo dalle scelte, dalle proposte, ma
anche e soprattutto dalla capacità di comunicare, parlare
e ascoltare; quella capacità, per intenderci, che è
mancata negli ultimi anni alla sinistra, non solo altamurana.

E’ necessario riconquistare il
senso di uno "spazio pubblico" (oggi immiserito a terra
di conquista di avventurieri, opportunisti ed affaristi) per tracciare
un possibile sentiero di riflessione che possa indicare la città
futura come luogo comune di diritti eguali ed interi per tutti,
sottratto alle strategie dell’intolleranza, dell’esclusione,
della repressione, e che possa immaginare una città non più
corpo e spazio amorfo di una socialità perduta o ridotta
a un circolo chiuso di produzione e consumo. Non possiamo accettare
passivamente che le trasformazioni in atto non siano governate collettivamente.
Tutto ciò implica una decisa capacità di rinnovamento
politico e culturale del centrosinistra altamurano, di apertura
autentica verso la società, i suoi soggetti, i diversi interessi.

Per fare questo non è più
sufficiente piangere, lamentarsi, disperarsi e recriminare se un
territorio è quotidianamente saccheggiato, se dilagano forme
di inciviltà, intolleranza, di teppismo o delinquenza di
ogni genere, se l’unico teatro cittadino è chiuso da
dieci anni, se mancano spazi verdi, se mancano servizi e strutture
a disposizione della collettività… mentre il tormentone
partitico continua e lascia imputridire la nostra città.

Diciamo la verità: di chi è
la colpa di tutto questo. Sono solo amministrazioni fatiscenti e
distratte i colpevoli? Solo una classe politica mediocre e sterilmente
rissosa, priva di di idee e passioni? O questo non è anche
il risultato ovvio di scelte da tutti noi fatte in questi anni?

E’ giunto il momento, allora,
di un impegno diretto di noi cittadini. Spetta a noi scegliere
la qualità dello sviluppo che vogliamo e su cui intediamo
impegnarci. Spetta a tutti noi prendere cura delle cose che a noi
stanno a cuore e che non hanno sinora trovato un’adeguata risposta
nel funzionamento della politica altamurana. Spetta a noi prendere
l’iniziativa e proporre un piano di sviluppo civile adeguato
alle nostre esigenze di cittadini.

Vogliamo dare inizio ad nuova iniziativa
politica e civile
che sia un segno di speranza, di libertà
e di responsabilità
. Perché è giunto il
momento di ricominciare a rappresentare gli interessi di tutta la
comunità per opporsi finalmente a quella rappresentanza dei
pochi e dei forti attuata in questi ultimi anni.

Un’iniziativa autenticamente
libertaria, aperta alla partecipazione di tutti.

Vogliamo verificare – diteci, dunque
– se questo Movimento, come crediamo, ha un senso o potrà
averne, se potrà essere utile ad Altamura ed a noi stessi
che in questa città ci viviamo. Chiunque voglia sottoscrivere
questo appello, sia interessato o voglia aderire a questa nuova
iniziativa che punta alla costruzione di una città aperta
a tutti ed a disposizione di tutti può contattarci ai seguenti
indirizzi:

lacittaditutti@hotmail.com
(la a va scritta senza accento)

oppure

altamura2001@hotmail.com

oppure

Movimento cittadino per la costruzione
di una città di tutti – Altamura2001

C.so Federico II di Svevia n. 90
(recapito provvisorio c/o Associazione culturale Piazza)

 

Il documento con il resoconto della manifestazione del 14 dicembre 2000.


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Scarica i documenti in formato
PDF

Manifesto
fotografico
ManifestoProgramma
Volantino

Vi trasmetto messaggio e documento
ricevuti dagli amici di Torre
di Nebbia
. Il documento e l’appuntamento del 16 dicembre a Castel
del Monte (su cui spero di acquisire presto ulteriori e più
dettagliate informazioni) appaiono decisivi, anche alla luce della
presenza, all’incontro del 16, del Ministro per l’Ambiente Bordon
e del Presidente della Regione Fitto, vale a dire dei soggetti a
cui à? istituzionalmente demandato il raggiungimento dell’intesa
sull’istituzione del Parco dell’Alta Murgia. E’ l’occasione per
contarsi e far contare le ragioni di chi non si rassegna ancora
all’idea di un territorio immiserito a luogo di discariche (abusive
e no), cave, capannoni e lottizzazioni (abusivi e no), spietramento,
poligoni e depositi militari. Le ragioni, insomma, di chi, come
noi, ritiene che la Murgia, come la citt?, sia di tutti e non riservata
allo sfruttamento esclusivo dei soliti pochi.

DOCUMENTO DI ADESIONE ALLA MANIFESTAZIONE
INDETTA DAI COMITATI TERRITORIALI ALTA MURGIA
PER IL 16 DICEMBRE 2000 A CASTEL DEL MONTE

Da anni ormai il territorio dell’Alta
Murgia è al centro di un dibattito che vede coinvolti, a
diversi livelli, gruppi di base, associazioni di categorie, operatori
economici, Enti locali e Istituzioni nazionali. Tale dibattito si
è incentrato principalmente sull’esigenza di salvaguardare
il patrimonio naturale e antropico e sul ruolo da assegnare a quest’area
nel più vasto contesto territoriale in cui si colloca.

L’esito più importante
e tuttavia ancora provvisorio di questo articolato percorso va individuato,
come è noto, nell’approvazione della L.S. 426 del dicembre
1998 che sancisce la volontà da parte del Parlamento di istituire
il Parco nazionale dell’Alta Murgia, previa l’intesa
tra Ministero dell’Ambiente e Regione Puglia.

Questa intesa, a tutt’oggi, non
è stata raggiunta soprattutto a causa dell’ostracismo
e dell’indifferenza manifestati dal governo della Regione Puglia.

Nonostante l’esistenza di una
serie di norme tese a tutelare il suo patrimonio ambientale, Il
territorio dell’Alta Murgia risulta oggi subire una sorta di
ultimo assalto che sta compromettendo irreversibilmente la vita
dei suoi delicati ecosistemi

 

Negli anni più recenti la principale
causa di degrado è rappresentata dalla pratica cosiddetta
dello “spietramento”. Dopo aver impoverito la diversità
genetica delle culture tradizionali con l’estensione della monocoltura
cerealicola, un’assurda politica di sovvenzioni pubbliche ha consentito
di estendere lo spietramento ben oltre il limite del ragionevole.
Eufemisticamente definito “recupero del franco di coltivazione”,
la trasformazione dei pascoli spontanei in colture, per lo più
cerealicole, attraverso la frantumazione delle pietre calcarce,
produce terreni poveri soggetti ad un veloce processo di desertificazione,
a causa dell’azione erosiva dei venti ed al dilavamento delle acque
piovane, azioni non più contrastate dalla presenza degli
apparati radicali della vegetazione spontanea. Attualmente lo spietramento
ha trasformato in coltivazioni cerealicole più della metà
di quell’habitat, la pseudo steppa meditennea, Sito di Importanza
Comunitaria (SIC) ai sensi della direttiva 43/92/CEE. Tale devastante
pratica di dissodamento dei suoli rischia altresi di perturbate
il delicato equilibrio idrogeologico sotterraneo, sottoposto a vincolo
di “Riserva di acqua potabile’ (R.D. 3011M923 n. 3267, L 10/5/76
n° 319 e sue modifiche, Piano Regionale Acque del. Cons. Reg.
n. 455 dei 10/5/1984). E’ un disastro ecologico ma non finisce qui.

Inoltre i cosiddetti invasi artificiali
costruiti lungo il Costone dell’Alta Murgia, nonostante che da più
parti si sia evidenziato il danno ambientale, la poca trasparenza
nelle concessioni e, soprattutto l’inutilitá idraulica del
progetto (sbarramento di 6 lame, copertura in cemento di 8 ha di
Murgia, 40 km di canali, 100 ponti, 5 pozzi artesiani e tre torri
coliche) propedeutico ad una diga (Capodacqua) che non c’é:
grandi distese di cemento in cambio di insignificanti pozzanghere
d’acqua, come testimonia da anni l’invaso costruito a Monte Caccia.

L’Alta Murgia rischia di diventare
ricettacolo di fanghi di depurazione e reflui, in violazione
al Piano Regionale delle Acque.

La proliferazione di seconde case
e di villaggi residenziali (alcuni dei quali di dimensioni ragguardevoli)
e dei numerosi "accordi di programma" che consentono grazie
alla famigerata L.R. n°34, di costruire in modo indifferenziato
nelle zone agricole capannoni industriali, continua a “consumare”
e frammentare porzioni sempre più vaste di territorio.

L’Alta Murgia paga il prezzo di una
pesante servitù militare: 5 poligoni di tiro pressoché
permanenti ed una polveriera (quella di Poggiorsini) su cui grava
il sospetto di essere stata utilizzata come deposito di scorie
nucleari.

Infine, la piaga delle cave:
la presenza di centinaia di atti di estrazione ha trasformato gran
parte del territorio in una desolante distesa di enormi buchi con
il loro corollario di emuli di materiale di scarto. Le cave dismesse,
mai ripristinate dal punto di visto paesaggistico (come prescrive
la legge), sono potenziali discariche di rifiuti di ogni tipo, con
conseguenze inimmaginabili per quello che rimane dell’ecosistema
e per la falda.

Il quadro è senza alcun paradosso
catastrofico. Ci sentiamo tuttavia in dovere di lavorare per invertire
tale tendenza e le possibilità per riuscirci ci sono tutte.

Intanto c’è ancora una piccola
(ma ancora più preziosa proprio per questo) fetta di territorio
integro da salvare.

Per salvaguardare il reddito anche
futuro degli operatori agricoli è necessario promuovere un
processo di riqualificazione del territorio nella sua globalità,
e delle pratiche agricole in particolare, capace di integrare le
attività tradizionali con mezzi e strumenti non solo compatibili
con l’ambiente ma tali da determinante il miglioramento e la ricostruzione.
Le politiche rurali approvate dalla CEE vanno tutte nella direzione
di coniugare tutela e sviluppo (ex Reg CEE 20-78/92 ora Reg 1257/99
sugli aiuti all’agricoltura biologica) e l’Alta Murgia. in questo
scenario, può assumere certamente un ruolo fondamentale.

Altra risorsa su cui puntare è
il turismo rurale e culturale: i nostri centri storici sono m patrimonio
notevole da valorizzare, le testimonianze storiche-architettoniche
delle masserie e delle emergenze più significative (spicca
fra tutte Castel del Monte, il monumento più visitato della
Puglia) della civiltà delle Murge, inserite in uno scenario
naturale unico, rappresentano le basi ideali per far decollare un
turismo basato sulla scoperta del territorio e sul rispetto della
natura.

Per fare questo però è
necessario:

l. porre un argine immediato alle
forme di degrado che stanno compromettendo definitivamente le risorse
di cui l’Alta Murgia dispone;

2. attuare la legge 426/98 art.2 comma
5 sull’istituzione del Parco Nazionale.

Non deve sfuggire a nessuno che ogni
ritardo nell’emanazione dei decreto istitutivo del Parco dell’Alta
Murgia non puó che comportate il rinvio di urgenti attivazioni
di dinamiche di sviluppo economico sostenibile, dei relativi finanziamenti
previsti sia statali che comunitari (Piani triennali per l’Ambiente,
LIFE NATURA, Q.C.S, Agenda 2000, Programma Agrombientale, Delibera
Cons. Reg. n. 357/1998 Agricoltura Biologica, ecc … )

La nostra richiesta non è piú
derogabile data la velocitá dei processi di degrado in corso.

 

Considerato che:




- i processi di degrado rischiano
di cancellare per sempre gli ecosistemi naturali ed antropici
dell’Alta Murgia;

- la legge 426/98 art.2 comma
5 che istituisce il Parco, d’intesa con la Regione da raggiungersi
entro il temine di 180 gg (centottanta giorni, 0, 0);

- la Regione Puglia con la
Legge Regionale ‘Norme per l’istituzione e la gestione delle
aree naturali protette nella Regione Puglia~’ con l’art.5
ha individuato l’Alta Murgia come area protetta;

- che associazioni di categoria
(CIA, ACLI, Confcommercio) ed i sindacati unitari CGIL, CISLI,
UIL hanno espresso consenso all’istituzione dei Parco;

- che si registra un consenso
diffuso ed a piú riprese rinnovato nella societá
civile ed in altri settori produttivi, da parte dell’Universitá,
del mondo della scuola e della ricerca scientifica, delle
associazioni culturali, ambientaliste e professionali, delle
comunitá ecclesiastiche e religiose.

- Che il Ministero dell’Ambiente
ha piú volte sollecitato la Regione Puglia a sottoscrivere
l’intesa (note dei 61/10/99 e 22/12/99 del Servizio Conservazione
Natura, 0, 0);

- Che i Comuni inclusi nell’area
dei Parco, ad eccezione della sola Amministrazione di Altamura
hanno giá e più volte espresso il loro assenso,
presso la Regione Puglia, all’intesa per l’istituzione del
Parco Nazionale dell’Alta Murgia (vedi Documento approvato
dalla Conferenza di Servizi presso il Comune di Andria il
2711012000).

 



Visto:




- la legge 426/98 art.2 comma
5;


- il D.P.R n° 357 del
819197 “Regolamento di attuazione della direttiva 43/92/CEE
relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali,
nonché della flora e della fauna selvatiche- ;

- la direttiva 409/79/CEE;

- il P.U.T.T. e P.B.A. Piano
Urbanistico Territoriale Tematico – Piano beni Ambientali adottato
dalla G.R. con delibera n’ 69/65/1994;

- il P.R.A. (Piano Regionale
Risanamento Acque) approvato con delibera del Cons. Reg. n.455
del 10/5/1984;

- la L 43111985 (Tutela di
zone di particolare interesse ambientale, 0, 0);

- la L.R. 1911997, art. 5 (individuazione
dell’Alta Murgia come area protetta, 0, 0);

- il D.P.R. 12/4/1996 (atto
di indirizzo e coordinamento concernente disposizioni in materia
di valutazione di impatto ambientale)

- la nota dell’Assessorato
Regionale all’Ambiente del 16/2/2000 recante le nome di attuazione
dei D.P.R. n. 357 per la Zona di Protezione Speciale “Alta Murgia”;

- il D.M. 310412000 (elenco
siti SIC e delle zone di protezione speciale-G.U. n. 95 del
2210412000)

- il Reg CEE 1765/92, art 9
(PAC seminativi)

- i( Reg CEE 1257199 (sostegno
allo sviluppo rurale- FEAOG)

- il Reg CEE 1260199 (disposizioni
generali sui fondi strutturali, 0, 0);

- il Programma Operativo Regionale
(P.O.R.) 2000-2006 fondi strutturali;

- la L-R. n. 7198 (nome per
l’esercizio delle funzioni relative agli usi civici e terre
collettive)

- le risultanze della Conferenza
di servizi convocata dal Presidente Regione Puglia pre-tempore
il 24/11 111993 in Bui, per la proposta di perimetrazione e
nome di salvaguardia provvisoria del Parco Nazionale dell’Alta
Murgia;

- il documento approvato dai
Comuni del Parco nella conferenza di servizi convocata presso
il comune di Ruvo di Puglia il 27102198;

- l’impegno ad attivare, sui
rispettivi territori comunali inseriti nell’area parco, politiche
urbanistiche ed ambientali rispettose dei vincoli e dei valori
ambientali ivi presenti;

 


SI CHIEDE



- al Sig. Ministro dell’Ambiente
di emanare Ordinanza ministeriale urgente di divieto della pratica
dello spietramento (dissodamento dei pascoli) su tutto il territorio
di pertinenza ai comuni dell’Alta Murgia in attesa della perimetrazione
del Parco, in quanto opera di distruzione irreversibile delle
componenti biotiche ed abiotiche di tale sito rilevante sul
piano della Biodiversitá;

- alla Regione Puglia di attuare
immediatamente la L 426198 art.2 comma 5; e di procedere immediatamente
alla perimetrazione, definitiva del Parco;

- alla Regione Puglia, assessorato
all’Ambiente, di sottoporre a “valutazione d’incidenza”, come
previsto dal D.P.R. 357, tutte le opere di dissodamento a qualunque
estensione esse si riferiscano;

- alla Regione Puglia, assessorato
all’Ambiente, di sottopone a Valutazione d’Incidenza” e/o Valutazione
di Impatto Ambientale tutti i progetti (in particolare modo
le attività estrattive, ed il cambio di destinazione
d’uso agricolo dei suoli ricadenti nell’area, giusta prescrizione
ex art.5 D.P.R. 357197 ed art. 1, comma 6 D.P.R. 12/4/96 (G.U.
12/9/96, 0, 0);

- alla Regione Puglia di bloccare
ogni eventuale pratica di spandimento dei lunghi e reflui nell’area
dell’Alta Murgia quale “arca di riserva di acqua potabile” prevista
dal P.R,A.

- alla Regione Puglia di attivate
il P.R.A.E (Piano Regionale Attività Estrattive) nel
rispetto delle aree protette e/o dei Siti di Importanza Comunitaria;

- alla Regione Puglia, Assessorato
all’Agricoltura, di verificare la legittimità in ordine
all’erogazione di contributi previsti dal Reg CEE n. 1257199
(ex Reg CEE 2079/92 e Reg. del. Cons: Reg. n’ 357 dei 25111/1998)
inerenti le tecniche di agricoltura biologica, limitatamente
agli interventi effettuati nell’area dell’Alta Murgia previo
spietramento e trasformazione dei pascoli; atteso che tale pratica
di trasformazione di suoli in pascolativi è in contrasto
con le finalitá dei regolamenti stessi;

- alla Regione Puglia, assessorato
all’Agricoltura, la rigorosa applicazione dell’art. 9 del Reg.
CEE 1765199 (PAC seminativi, divieto di indennità
compensativa per i terreni destinati al 3111211991 a
pascolo permanente),

- alla Regione Puglia di attivarsi
per il rispetto e il recupero al demanio pubblico dell’enome
patrimonio di “uso civico” insistente nell’arca dell’Alta Murgia
quale categoria vincolata, sul piano paesaggistico, dalla L
413185 e dalla L:R: 30190 e quale patrimonio, dei vari Comuni
al servizio dei benessere e della fruizione ambientale collettiva;
giusta L.R. n. 7198;

- alla Regione Puglia, assessorato
all’Ambiente, di emanare le nome di salvaguardia della Zona
di Protezione Speciale nonché SIC “Alta Murgia”, giusta
art.4 D.P.R. 357197;

- alla Regione Puglia, la previsione,
nell’ambilo del POR 2000-2006 e dei relativi “Complementi di
programmazione,’, di conferire risorse per le aree protette,
per misure di sviluppo sostembile, anche a fini compensativi
dei vincoli ambientali;

- alla Regione Puglia, la modifica
della L.R. n’ 13 del 25/09/2000 (procedure per l’attuazione
dei POR) in ordine alla revisione ex art.37 di riduzione percentuale
del cofinanziamento anche per i Comuni interessati al Parco
dell’Alta Murgia;

- all’AIMA una efficace azione
di controllo in ordine alla corretta applicazione dei regolamenti
comunitari di sostegno a[l’agricoltura;

- alla Commissione europea,
Direzione Generale per l’Ambiente, la verifica di osservanza
delle direttive CEE 791409 e 92143;

- alla Commissione europea,
Direzione generale per l’Agricoltura, la verifica di osservanza
del Reg. CEE 1765192 art.9 e Reg.CEE 2078/92 ora 1257199;

- al Corpo Forestale dello
Stato di attivarsi nel controllo del territorio dell’Alta Murgia
e nel bloccare tutti gli spietramenti in corso che non dimostrano
di avere ottenuto un risultato positivo con la ‘valutazione
d’incidenza” così come prescritto dal D.P.R. 357/1997;