Il Municipio come “non luogo”?.

Da molto tempo sono convinto che il Municipio sia diventato una sorta di “non luogo”?. Mi sforzo di spiegarmi: un Municipio, un’Amministrazione Comunale -a mio avviso- altro non devono essere che ambiti in cui Soggetti motivati politicamente si attivano per realizzare cose di interesse collettivo. Faccio qualche piccolo esempio: riparare un marciapiede e realizzare un parco urbano, valorizzare a fini turistici i propri Beni culturali e ambientali e costruire una villetta, una piazzetta, recuperare un verde di città  quasi inesistente e attivare una zona pubblica omogenea per l’edilizia produttiva, rispettando e assecondando un Piano Regolatore. Insomma: avere un disegno in testa, avere una propria idea di città . Da anni, almeno dieci, tutto questo, ad Altamura (ma non solo qui), non c’è più. Il Municipio, centro d’organizzazione e direzione sociale, economica e culturale, è diventato -lo ripeto- una sorta di “non luogo”?. In questo “non luogo”? può accadere di tutto: c’è il coltivatore che in pieno Consiglio comunale si mette a urlare, inveire, perché vuole che una parte dei suoi campi, da terreno agricolo sia trasformata in area edificabile; c’è l’imprenditore che in un altro Consiglio comunale alza la voce, perché vorrebbe realizzare il suo capannone non dove lo prevede il Piano Regolatore, “perché lì non gli piace”?, ma in un angolo del territorio che trova più conveniente; c’è il cittadino proprietario che in pieno Centro Storico vuole costruire una “bella casa a quattro piani”?; c’è l’automobilista che vuole attraversare Corso Federico, anzi vorrebbe sostare con la sua auto vicino alla Cattedrale. E si potrebbe continuare; ho voluto solo dare un esempio tangibile di come -penso io- il Municipio, una Giunta comunale ormai sono diventati solo “non luoghi”?. E ciò -a mio avviso- è potuto accadere perché negli ultimi anni, anche ad Altamura, il “berlusconismo”? ha rivoluzionato il modo di pensare quasi di tutti. E il “berlusconismo”? vuole la fine di ogni regola, ogni ordine, ogni vincolo, la fine di ogni interesse pubblico: chi vuole, chi sa, chi può faccia, intraprenda, realizzi e non si fermi al cospetto di una qualche regola. Anche per questo il Municipio è diventato il massimo del “non luogo”?. In Municipio, ormai, quasi sempre va un potere economico e dice agli amministratori: voglio fare questo, voglio aggiudicarmi quel lavoro, voglio costruire questo servizio ecc. Gli abitanti del Municipio, Sindaco, Assessori, Consiglieri, un po’ quasi tutti, si arrendono anche perché essi non hanno più motivazioni ideologiche e sono ossessionati dalla categoria del “consenso”?. E il Municipio diventa ancor più “non luogo”?. Tanto “non luogo”? che può accadere che un potere finanziario pensi: “quell’assessore va bene, quell’altro è meglio non ci sia”?. Tutto questo e altro ancora, mi era nitido nella mente quando ho accettato di fare il segretario cittadino dei DS. Ce l’ho messa tutta per far ritornare un pochino il Municipio “luogo”? di interesse generale. Ma -lo confesso- ho perso, non ce l’ho fatta. Ho conquistato un ulteriore fallimento, checchè ne dicano i radio-predicatori di paese. E’ vero, ne prendo atto: i tempi sono cambiati. In peggio.

Fabio Perinei

La democrazia italiana vista da Chomsky

Chomsky: Non so in Italia, ma negli Usa la popolazione è “sondata”

estensivamente, in modo massiccio, cosicché noi abbiamo una conoscenza

abbastanza buona degli atteggiamenti pubblici. C’è, infatti, ad Harvard un

progetto chiamato “L’Elettore che Svanisce”, che mi sembra molto

significativo. Si occupa di analizzare nei dettagli i risultati elettorali

per tentare di determinare perché gli elettori stanno perdendo interesse

nelle elezioni da venti anni a questa parte. Una delle cose che viene

misurata è il senso di “helplessness”, di impotenza cioè, ovvero si

percepisce sempre di più che non è possibile fare niente che agisca sul

processo politico.

Il senso di impotenza ha colpito pesantemente quest’anno, ben oltre ogni

precedente.

Di fronte all’elezione approssimativamente il 75% della popolazione ha

percepito che non c’era alcuna competizione, che era solo una sorta di gioco

tra sottoscrittori ricchi, “boss” di partito ed i media.

L’industria delle relazioni pubbliche, della pubblicità , ha creato i

candidati, addestrandoli ad usare certi gesti e determinate parole che i

ricercatori di marketing indicavano come utili ai fini elettorali.

Alla fine nessuno diceva ciò che pensava, nessuno capiva e molti pensavano

che si trattasse di qualcosa privo di senso, solo una specie di gioco di

marketing, di pubbliche relazioni.

Pacitti : Pensa che ciò che sta accadendo in Italia sia simile?

Chomsky: Posso dire che è molto simile, ma io non conosco l’Italia come gli

Stati Uniti. Questa è una tendenza che partì dagli Stati Uniti e dalla Gran

Bretagna e che risale alla prima parte del secolo. Era naturale che dovesse

nascere nei paesi più democratici. Negli anni ’20 qui si capì subito – negli

altri paesi più tardi – che non era più possibile controllare la gente con

la forza. I paesi stavano diventando più democratici. Il diritto di voto si

stava estendendo.

Il Partito Conservatore britannico – abbiamo i loro verbali interni –

all’epoca della Prima Guerra Mondiale comprese che non c’era più alcun modo

di tenere la generalità  della popolazione fuori del sistema elettorale.

Compresero che si andava verso il suffragio universale e che dovevano perciò

rivolgersi a quello che chiamarono “guerra politica”.

Sono chiamate pubbliche relazioni, ma significa propaganda, cioè il

tentativo di controllare gli atteggiamenti delle persone ed i loro pensieri

dirigendoli verso altre preoccupazioni. Non potendo controllare il popolo

con la mera forza, lo si tiene comunque fuori dall'”arena politica”. Lo

stesso veniva fatto negli Stati Uniti. Infatti, si registrava una crescita

enorme dell’industria delle pubbliche relazioni. Nelle società  più avanzate,

più democratiche, c’è da credere che appena una società  ottiene più libertà ,

la propaganda sostituisce la violenza come mezzo di controllo del popolo.

Berlusconi è stato imputato in una serie di processi penali in cui è stato

condannato. Ma a causa della legge italiana sulla caduta in prescrizione dei

reati, in effetti nessuna di queste sentenze è stata applicata. Un recente

libro elenca quattordici imputazioni contro Berlusconi. Nell’ultimo decennio

ha collezionato pene detentive per un totale di sei anni e cinque mesi per

corruzione, finanziamento illegale e falso in bilancio.

Chomsky: Per gli standard Usa si tratta di banalità .

Pacitti: Nel 1990, Berlusconi fu condannato per spergiuro dopo aver negato

la sua appartenenza alla loggia Massonica P2, una organizzazione

anti-comunista che ha usato i servizi segreti per fini politici. La condanna

di Berlusconi fu annullata da un’amnistia generale. Il sostegno degli Stati

Uniti alla P2 sembrerebbe confermare quello che lei sta dicendo.

Chomsky: Precisamente. L’Italia, come sappiamo, è stata il principale

obiettivo degli Stati Uniti fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Lo

scopo era quello di minare la democrazia in Italia. Negli anni ’40, c’era la

grande paura che la Sinistra vincesse un’elezione democratica. In

particolare, nel 1948 la Sinistra aveva un grande prestigio. Voglio dire che

aver sostenuto la resistenza contro il Fascismo era un fatto molto

importante in quel periodo, così come supportare i sindacati. Proprio mentre

la Sinistra si apprestava a vincere le elezioni, gli Usa iniziarono a

cospirare. Non so se a lei è noto, ma il primo piano del Consiglio di

Sicurezza Nazionale [NSC1, si veda in proposito il memorandum in “Storia del

Consiglio di Sicurezza Nazionale 1947-1997″:

www.fas.org/irp/offdocs/NSChistory.htm] riguarda l’obiettivo di minare la

democrazia in Italia. Questo era il problema dell’epoca. E conclusero che

potevano minare il processo democratico ricorrendo

– all’arma degli aiuti alimentari – e non credo che ci sia bisogno di

ricordarle che in quel periodo c’era molta gente letteralmente affamata

– alla reintegrazione della polizia fascista (cosa che fu effettivamente

fatta) e ad altre cose del genere tra le quali il – sabotaggio dei sindacati

Se tutto questo non fosse stato sufficiente e la Sinistra nonostante tutto

avesse vinto, gli Stati Uniti avrebbero tentato la carta di una

“mobilitazione nazionale”, appoggiando nel contempo una serie di attività 

paramilitari contro il governo. La politica del Consiglio di Sicurezza

Nazionale prevalse, e continuò fino agli anni settanta e forse oltre. Voglio

dire che le nostre conoscenze arrivano solamente fino agli anni settanta

perché lì i documenti si fermano.

Il sostegno alla P2 va inserito in questo contesto. In altre parole, lo

sforzo di minare la democrazia italiana ha radici antiche. A confronto,

Berlusconi non sta organizzando attività  militari per rovesciare il governo.

Ciò che accade oggi non è corretto, ma non è grave quanto quello che è

accaduto in passato Ed è lo stesso qui. A Clinton non è accaduto di avere

molti processi per corruzione. Ma guardiamo il “curriculum” di Reagan e di

alcuni esponenti della sua amministrazione [1981-89].

Pacitti: Quindi, lei ha esaminato nei dettagli la vicenda italiana?

Chomsky: Non ho fatto ricerche originali ma ho valutato la vicenda

comparando diverse fonti. Quindi, per esempio, nel mio libro Deterring

Democracy uno dei capitoli [capitolo 11: la Democrazia nelle Società 

Industriali], contiene dei riferimenti al principale progetto statunitense e

britannico dopo la Seconda Guerra Mondiale: minare la resistenza contro il

Fascismo e ripristinare il tradizionale sistema politico. C’è un riferimento

all’Italia, che viene approfondito in un altro libro successivo, che si

avvale di rivelazioni ulteriori. E sull’argomento c’è un libro molto buono

che ho recensito da qualche parte [World Orders, Old and New, Londra, 1997].

Uno storico italiano [Federico Romero, The United States and the

EuropeanTrade Union Movement 1944-1951, Nord Carolina, 1989-1992] giudica

addirittura positivamente il fatto che gli alleati abbiano disarmato la

resistenza e riportato il “Comitato di Liberazione Nazionale” all’ordine,

perché i “liberi movimenti politici e sociali da sempre ispiravano

diffidenza agli Alleati” in quanto “difficili da controllare”. Romero

descrive gli sforzi degli inglesi e degli americani finalizzati a minare i

gruppi operai e la resistenza contro Fascismo in Italia settentrionale.

Nonostante il giudizio positivo, la descrizione è di grande interesse in

quanto molto accurata.

Pacitti: Dunque, i casi italiani di corruzione risultano assai meno gravi

della casistica americana?

Chomsky: Menzionerò solo un altro esempio per convincerla. In Francia,

proprio accanto l’Italia, ci fu una grande resistenza anti-fascista e forti

movimenti operai. Il sud della Francia fu colpito con intensità  seconda

solamente al caso italiano. L’obiettivo era sempre il sabotaggio della

Sinistra e dei sindacati. Così fu restaurata la Mafia corsa in Francia

meridionale e quella è stata la fonte del traffico di eroina nel mondo. Per

ripagarli dei “servizi politici” gli americani consegnarono ai corsi il

monopolio della produzione di eroina. E con questo siamo alla “French

connection”, giusto? Così nacque il problema della droga nel dopoguerra.

Queste sono cose importanti. Basta dare un’occhiata al “NSC1” che ho citato

prima, il primo memorandum del “Consiglio di Sicurezza Nazionale”, così

cruciale nel contesto, richiedeva se necessario, come dicevo, la coercizione

Diciamo in prima istanza il ricatto del cibo e – se non bastasse – il

sabotaggio delle elezioni. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto sobillare una

“mobilitazione nazionale”, e quindi preparare la guerra e sostenere le

attività  paramilitari interne italiane.

Pacitti: Quindi in Italia stiamo vedendo solo “metà  della storia”. Posso

chiederle qualcosa di più sul caso Berlusconi? So che non le piace dare

consigli e senza dubbio non me ne darà  alcuno. Ma molta gente radicale in

Italia sta chiedendosi cosa fare. C’è chi ha iniziato a scrivere libri che

raccolgono i casi di corruzione e di ingiustizia, dalla Mafia a Berlusconi

fino ai casi socialmente accettati di corruzione accademica.So che lei ha

posto il problema all’interno di un contesto più largo, globale, ma c’è

qualche cos’altro che noi potremmo e dovremmo fare stando qui e che non

stiamo facendo e che va oltre un contesto italiano?

Chomsky: La risposta a queste domande è la stessa, al di là  di quale sia il

caso specifico. Non ci sono segreti che non siano stati scoperti negli

ultimi duemila anni.

Nello specifico italiano, tra “Mafia connections”, criminalità  e così via i

fatti dovrebbero essere sufficientemente conosciuti. Ma la domanda è

un’altra: a chi importa realmente? Per quanto posso capire, il vero problema

è che in Italia la gente grosso modo sa, magari non i dettagli, ma

effettivamente non gliene importa.

Pacitti: E perché pensa che non ci sia interesse e coinvolgimento?

Chomsky: Il popolo subisce una pressione tremenda, non solo in Italia ma in

tutto il mondo. Il tentativo è quello di rimuovere la popolazione dall’arena

politica.

Questo viene chiamato neo-liberismo, un modello che ha il suo zoccolo duro

in Gran Bretagna e negli Stati Uniti – di nuovo i paesi più avanzati – ma

che si espande ovunque, col risultato di invertire quello che accadde negli

anni sessanta. Quello che accadde negli anni sessanta aveva terrorizzato le

élites internazionali. Questo emerge in modo netto, e forse nel modo più

netto, in The Crisis of Democracy, il più sorprendente documento sull’

argomento.

Pacitti: Fu pubblicato nel 1975 ed era il primo studio della Commissione

Trilaterale fondata da David Rockefeller. Giusto?

Chomsky: Sì. La Commissione era una élite, una élite internazionale

liberista, da Europa, Stati Uniti e Giappone. Ed era formata prevalentemente

da persone dell’amministrazione Carter, che erano quasi interamente

“liberal” nel senso americano del termine, cioè socialdemocratici ed

internazionalisti. Tutta questa gente era profondamente turbata da quanto

accadeva in tutto il mondo negli anni sessanta. Ciò che li turbava

maggiormente era la crescita della democrazia, cioè la parte della

popolazione – le donne, i lavoratori, le minoranze, gli anziani –

solitamente apatica e passiva che entrava nell’ arena politica e tentava di

imporre le proprie richieste. Stavano entrando in un territorio proibito.

Iniziavano a pensare che il sistema politico fosse nelle mani delle tirannie

private, di poteri privati, e stavano cominciando a erodere proprio questi

poteri. Quella è la crisi della democrazia secondo la “Trilateral”.

Affermarono dunque che troppa democrazia non va bene: occorreva più

moderazione, era necessario riportare la gente all’apatia ed alla passività .

Affermarono di essere turbati e richiamarono le istituzioni responsabili

dell’indottrinamento -termine loro, non mio – dei giovani. Si riferivano

alle scuole, ai funzionari, ai media, alle chiese che anziché indottrinare

stavano diventando troppo indipendenti e “pensanti”, troppo attivi.

Avrebbero dovuto agire per invertire appunto “la crisi della democrazia”. Ci

sono stati da allora sforzi notevoli per riportare le persone alla

marginalità , e questo tentativo assume molte forme.

Una forma è la “minimizzazione” dello Stato in chiave neoliberista.

Sottrarre le decisioni all’arena pubblica per portarle in mani private è

un’altra forma di privatizzazione. Un’altra forma è la centralizzazione

delle autorità  finanziarie. La Banca Centrale Europea ha autorità  enorme e

non è responsabile di fronte al parlamento. Ancora più importante è la

liberalizzazione della finanza a partire dagli anni ’70, smantellando il

sistema Bretton Woods. Questo crea ciò che gli economisti chiamano un

parlamento virtuale, che deve dare retta agli investitori, altrimenti loro

possono distruggere l’economia. Ciò restringe enormemente il raggio d’azione

dei governi.

Ma ci sono anche dei gruppi di potere estremamente importanti che hanno in

comune un accordo sostanziale sulla necessità  della commercializzazione dei

servizi. L’idea dominante è quella di privatizzare i servizi, cioè tutto

quello che lo Stato può garantire – istruzione, sanità , ecc.- Liberalizzando

si aprono i servizi alla competizione privata, e questo significa

trasferirne il controllo ai privati.

Pacitti: È precisamente quello che Berlusconi ha in mente.

Chomsky: Precisamente. Ma è solo una componente di un processo mondiale,

dovuta ai problemi che comporta la crescita del processo democratico. Si sta

concretizzando ovunque come un tentativo di erodere la Sinistra. Non è più

possibile in Occidente controllare il popolo con la violenza. Non lo puoi

semplicemente sbattere in una stanza delle torture. Occorrono altri mezzi.

Uno di questi è la propaganda. Un altro è un consumismo parossistico, che

cerca di condurre la gente verso consumi sempre più massicci. Negli Stati

Uniti l’economia ha sofferto a causa delle politiche neoliberiste, come è

stato il caso in tutto il mondo, tale economia essendo sostenuta in notevole

misura dallo spendere dei consumatori, il debito delle famiglie supera il

reddito. E questo viene giudicato positivamente, perché intrappola la gente

nel debito. Così hai solo da lavorare duramente e non pensare. Così fin

dall’infanzia i bambini sono inondati di messaggi che dicono: compra,

compra, compra e così via.

Lo stesso avviene a livello internazionale. Il Terzo Mondo è intrappolato

nel debito imposto dall’immensa propaganda del Fondo Monetario

Internazionale e della Banca Mondiale.

Sono congegni finalizzati a controllare le popolazioni e ad assicurare il

potere alle tirannie locali. Questo è quello che avviene nell’era della

libertà .

Il demone del premier

Che lo abbia fatto nella convinzione assoluta di essere nel giusto, e anzi di riparare a un torto “criminoso” (avere la Rai dato voce, fin qui, anche ai suoi oppositori), è l’ennesima dimostrazione di una visione del mondo faziosa e quasi paranoide.

Sia o non sia un regime quello che l’uomo di Arcore presiede, è comunque un potere ingordo e al tempo stesso insicuro: perché solo l’insicurezza e la paura possono spingere un capo di governo, per giunta forte di un solido consenso elettorale e parlamentare, a sbocchi di prepotenza così maldestri e trafelati.

Profittare di un microfono bulgaro per purgare i palinsesti non è una delle tante gaffes o volgarità  alle quali questo viaggiatore ciarliero ci ha abituati (quando va all’estero perde le inibizioni, come gli impiegati in viaggio-premio). E’ uno sfregio che lo stesso Berlusconi infligge a se stesso e al proprio ruolo istituzionale, un’autoumiliazione così stupida e grave da far trasalire anche i suoi osteggiatori più acerrimi, che non hanno nemmeno la tentazione di divertirsi per l’inciampo, tanto pesante e allarmante, questa volta, è l’impressione di debolezza e arroganza (l’una conseguenza dell’altra).

Berlusconi vuole essere amato da tutti, senza eccezione alcuna. Questo demone mina alle radici il suo aplomb psicologico e semplicemente cancella la grande finzione che è l’anima della sua avventura politica, e cioè quella di essere un “moderato”. Di moderato il nostro premier non ha nulla, a partire dalla smodatezza delle sue proprietà  e del suo potere e dalla incapacità  congenita di tollerare le critiche altrui e, con esse, i limiti del proprio ruolo. Il senso del limite è l’essenza stessa del moderatismo. E un presidente del Consiglio che usa il proprio mandato per regolare i suoi conticini privati con due giornalisti e un comico, oltre a dimostrarsi un poveruomo, dimostra di non avere idea neppure vaga del concetto di limite.

Ha poi provveduto la reggenza Rai, il giorno dopo, a speziare ulteriormente la frittata sconsigliando vivamente allo staff di Fiorello di invitare Fabio Fazio, ospite indesiderato. Neppure la scaletta dei varietà  può sfuggire al regolamento di conti in corso. Il particolare sarebbe solo grottesco se non mettesse a nudo l’accanimento mediatico sul quale il berlusconismo ha fondato il suo verbo.

Se non si è mai visto al mondo un premier che comunica urbi et orbi chi può esibirsi in prima serata e chi no, è perché non si è mai visto al mondo un premier partorito direttamente dal televisore. Viene il sospetto che la politica e il potere, per Berlusconi, siano solo un incidente per coronare il suo sogno televisivo: fare l’autore di sei palinsesti completi, cantare finalmente a reti unificate le canzoni di Trenet (povero Trenet), essere circondato e consolato da quegli applausi a comando che solo certi varietà  garantiscono. Potersi esibire a rischio zero, al riparo dai fischi, per un pubblico di soli amici e sodali, è cosa che, tra l’altro, non accende la fantasia degli artisti, ma dei guitti in cerca di rassicurazione.

Al di là  di ogni considerazione politica, nel fondo di questa patologia della personalità  non si riesce a vedere nulla ma proprio nulla di buono e di rassicurante. Un capo che perde le staffe al primo sberleffo di palcoscenico, al primo editoriale ostile, è comunque un pessimo capo, qualunque sia il suo programma politico. E’ un capo debole, vulnerabile, facile preda dei suoi malumori e della sua ansia di vendetta.

Resterebbe da sperare che il suo staff sia sufficientemente munito da metterlo in guardia, supplicandolo di non occuparsi più, almeno in pubblico, delle scalette televisive. Ma c’è da temere che il suo staff sia stato allestito con gli stessi criteri che ispirano il Berlusconi padrone della Rai: fuori dalle scatole chiunque non mi onori e non mi ami.

(20 aprile 2002)

Lo sciopero dei consumatori della pasta Cunegonda

IN LINEA di principio non è anticostituzionale che lo schieramento che ha ottenuto la maggioranza in parlamento proceda all’occupazione di enti e agenzie varie, Rai compresa. E’ quello che si chiama “spoils system”, usato anche in altri paesi. E’ vero che i vincitori potrebbero dare prova di fair play tenendo conto di una minoranza che conta quasi la metà  degli elettori, ma non si può chiedere buona educazione e sensibilità  democratica a chi ha deciso di usare in modo spregiudicato una forza elettorale ottenuta legalmente. D’altra parte abbiamo avuto per anni una radiotelevisione interamente controllata dalla Democrazia cristiana, dove si misuravano addirittura i centimetri di pelle femminile esposti e non si assumevano redattori comunisti o socialisti, e il paese se l’è cavata benissimo, anzi, una televisione cosiddetta di regime ha prodotto la generazione più contestataria del secolo.

L’unico inconveniente è che il capo del governo possiede le altre televisioni private, e lo “spoils system” conduce a un monopolio quasi totale dell’informazione (mentre se Bush mette dei repubblicani in tutti i gangli del potere, rimane una fetta consistente di giornali, televisioni, radio indipendenti a controllare il suo operato).

Un incoveniente aggiunto è che il padrone di tutte queste reti ha una nozione (come dire?) abbastanza autoritaria del proprio ruolo padronale, come è stato dimostrato dall’invito che ha appena rivolto ai suoi direttori designati affinché liquidassero alcuni giornalisti che non gli vanno a genio. Questo è il fatto nuovo, nuovo rispetto agli usi degli altri paesi democratici e delle costituzioni scritte quando fenomeni del genere erano imprevedibili.

Questo fatto nuovo, certamente scandaloso, richiede una risposta nuova da parte dell’elettorato non consenziente. Si è visto che i girotondi e le manifestazioni di piazza per questo servono poco: ovvero, servono a rinsaldare il senso d’identità  di una opposizione smarrita, ma dopo (se questa identità  è reale) si deve andare oltre anche perché, detto in termini tecnici, il governo dei girotondi se ne sbatte, ed essi non convincono l’elettorato governativo a cambiare idea. Quale mezzo di protesta efficace rimane dunque a quella metà  degli italiani che non si sentono rappresentati dal nuovo sistema televisivo?

Questi italiani sono tanti, alcuni milioni hanno già  manifestato il loro dissenso, ma altri ancora sarebbero pronti a manifestarlo, se vedessero un modo veramente efficace. Rifiutarsi di guardare la televisione e di ascoltare la radio? Sacrificio troppo forte, anche perché, anzitutto, è legittimo che voglia guardarmi alla sera un bel film, e di solito non mi chiedo quali siano le idee del padrone di una sala cinematografica, e in secondo luogo è utile conoscere le opinioni e il modo di dare le notizie del partito al governo (se pure ci fosse una trasmissione sulla Resistenza gestita solo da Feltri, Er Pecora e Gasparri, ho diritto e desiderio di sapere cosa pensano e dicono queste persone). Infine, anche se fosse possibile, rifiutarsi di guardare tutte le televisioni sarebbe un poco come castrarsi per far dispetto alla consorte, perché si sceglierebbe, per opporsi alla maggioranza, di entrare a far parte di una minoranza totalmente all’oscuro di tutto.

Di quale forza effettiva può disporre l’Italia che non accetta il monopolio televisivo? Di una potente forza economica. Basterebbe che tutti coloro che non accettano il monopolio decidessero di penalizzare Mediaset rifiutandosi di comperare tutte le merci pubblicizzate su quelle reti.

E’ difficile? No, basta tenere un foglietto vicino al telecomando e annotarsi le merci pubblicizzate. Si raccomandano i filetti di pesce Aldebaran? Ebbene al supermercato si compreranno solo i filetti di pesce Andromeda. Si pubblicizza la medicina Bub all’acido acetilsalicilico? Dal farmacista si compera un preparato generico che contiene egualmente acido acetilsalicilico e che costa meno. Le merci a disposizione sono tante e non costerebbe nessun sacrificio, solo un poco di attenzione, per acquistare il detersivo Meraviglioso e la pasta Radegonda (non pubblicizzati su Mediaset) invece del detersivo Stupefacente e della pasta Cunegonda.

Credo che se la decisione fosse mantenuta anche solo da alcuni milioni di italiani, nel giro di pochi mesi le ditte produttrici si accorgerebbero di un calo nelle vendite, e si comporterebbero di conseguenza. Non si può avere niente per niente, un poco di sforzo è necessario, se non siete d’accordo col monopolio dell’informazione dimostratelo attivamente.

Allestite banchetti per le strade per raccogliere le firme di chi s’impegna, non a scendere in piazza una volta sola ma a non mangiare più pasta Cunegonda. E chissà  che sforzo! Si può fare benissimo, basta avere voglia di dimostrare in modo assolutamente legale il proprio dissenso, e penalizzare chi altrimenti non ci darebbe ascolto. A un governo-azienda non si risponde con le bandiere e con le idee, ma puntando sul suo punto debole, i soldi. Che se poi il governo-azienda si mostrasse sensibile a questa protesta, anche i suoi elettori si accorgerebbero che è appunto un governo-azienda, che sopravvive solo se il suo capo continua a far soldi.

Questa forma di protesta sarebbe assolutamente legale. E’ illegale incendiare un McDonald, ma in una rubrica di arte culinaria si può benissimo invitare i lettori a non mangiare i Big Mac e a preferire, che so, i Burger’s King, così come li si avverte che il tale ristorante non è all’altezza dei suoi prezzi. Un critico cinematografico ha il diritto di raccomandare ai propri lettori di non andare a vedere un film che egli giudica orribile.

Qualcuno a cui ho parlato di questa idea mi ha detto: “Ti accuseranno di luddismo, di minare il mercato, di danneggiare aziende.” Per nulla. Io non consiglio di non comperare più filetti di pesce, bensì di non comperare quelli che fanno pubblicità  sulle reti Mediaset. Il mercato della pasta continuerebbe a fiorire come prima, salvo che invece che cinque chili di pasta Radegonda e cinque chili di pasta Cunegonda si venderebbero sette chili di pasta Radegonda e tre di pasta Cunegonda. Se la pasta Cunegonda non avverte un calo di vendite, può continuare a fare pubblicità  sulle reti Mediaset, altrimenti può farla sulle reti Rai (e spero che Baldassarre mi ringrazi).

E’ luddismo distruggere le macchine, non incitare a usare, tanto per dire, auto diesel invece che auto a benzina. Da più di vent’anni io non uso più l’automobile in città  e invito tutti a fare altrettanto per non incrementare l’inquinamento e contribuisco però all’incremento dei mezzi pubblici. Ricordo che negli anni sessanta si era diffusa la voce che una certa marca di benzina finanziava un movimento politico da cui alcuni di noi dissentivano, e in autostrada semplicemente evitavamo di fermarci ai punti di rifornimento di quella marca e facevamo il pieno dieci chilometri prima o venti chilometri dopo. Non per questo (e neanche se lo avessero fatto tutti) è diminuita la libera circolazione automobilistica.

Era forse luddismo e attentato alle industrie e ai commerci avvertire che non bisognava più acquistare prodotti spray che potevano contribuire al buco nell’ozono? La gente ha cominciato a manifestare sensibilità  in proposito e le aziende produttrici si sono adeguate. Tutti continueremmo a essere ottimi consumatori, tranne che saremmo consumatori selettivi; il che è indice di maturità  e motore di sviluppo economico.

A nuove forme di governo, nuove forme di risposta politica. Questa sì che sarebbe opposizione.

Vediamo quanti italiani si sentono di farla. Altrimenti la smettano di lamentarsi, e si tengano il monopolio dell’informazione.

(20 aprile 2002)

Abuso di potere

Gli errori politici sono peggio di un crimine, ma con le dichiarazioni selvagge del premier contro le star della tv dell’Ulivo c’è l’abbinata: l’errore e l’abuso di potere. Che Enzo Biagi non ci sia simpatico, si sa: dalle uova a Benigni a una quantità  di sberleffi e di critiche (leggetevi l’Andrea’s Version di oggi), abbiamo la coscienza a posto e vantiamo anche una bella e pluridecennale primogenitura nell’opposizione alla sua faziosità . Non parliamo di Luttazzi o di Santoro, prediletti bersagli di cento nostri articoli contro l’arroganza manipolatoria del potere mediatico. Ma nessuna “attenuante della provocazione”? può valere di fronte alla caccia al giornalista ordinata con tono autoritario dal proprietario di Mediaset e presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il quale secondo noi, e anche su questo abbiamo dato battaglie esplicite, può e deve governare in piena legittimità  nonostante il conflitto di interessi, ma non può usare per nessuna ragione toni intimidatori, dal suo posto di capo del governo, contro il servizio pubblico radiotelevisivo. Con le dichiarazioni di ieri Berlusconi ha mostrato un tratto di insofferenza e di intolleranza che non corrisponde alla sua storia di editore e al suo profilo personale, e che rischia seriamente di compromettere la sua carriera politica. Si può avere ragione degli altri, e cancellare una postazione nemica dalla quale arrivano colpi bassi fra gli applausi prevedibili delle tifoserie, ma per nessun motivo si possono travolgere le regole del gioco. Un premier ha diritto di criticare i giornalisti, ma non di comportarsi nei loro confronti come un padrone o di adottare toni correzionali. Non è questione di ipocrisia ma di forma e di sostanza. Chi ha un’influenza potenziale su ben sei reti televisive, e molto potere politico e finanziario concentrato nelle sue mani, deve sapersi controllare, deve saper garantire il paese, anche la parte che lo combatte in modi spesso grotteschi, sulla sua freddezza razionale, sul suo rispetto per la libertà  di stampa e di opinione. In Italia esiste una società  civile matura, non siamo in una giungla dove la vittoria spetta a chi fa uso e abuso della forza. Le sparate manipolatorie di un Michele Santoro possono essere rintuzzate con successo: ci sono autorità  che hanno già  giudicato i suoi eccessi, comminando multe; c’è un Consiglio d’amministrazione della Rai, appena nominato, che deve fare il suo mestiere di editore di un servizio pubblico; c’è una Vigilanza parlamentare presieduta da un deputato dell’opposizione che proprio ieri, sulle nostre colonne, invitava a mettere in discussione pubblicamente il ruolo demiurgico e demagogico del conduttore unico. L’alternativa non è e non deve essere tra manipolazione populista e intolleranza governativa. Fosse così, Berlusconi lascerebbe un segno nella storia del paese, sì, ma un segno devastante di divisione e di caduta dei principi fondamentali di una società  democratica.

Mostra e scambio giovanile.

Dal 6 al 17 aprile si è tenuto- ad Altamura uno scambio giovanile nell’ambito del programma europeo Gioventù per l’Europa. Allo scambio, organizzato dalla cooperativa Sinergie, hanno partecipato 25 giovani provenienti da Spagna, Grecia, Lituania e Slovacchia oltre ad un gruppo di giovani italiani. Lo scambio- intitolato- “Tecla Flash” e ispirato ad una delle città  invisibili di Italo Calvino ha ha avuto come- obiettivo confrontare le diverse esperienze dei Paesi partecipanti sul tema della città , per fare questo ci si è avvalsi di due forme di rappresentazione:la letteratura e la fotografia. Lo scambio è stato anche un’occasione per i giovani che vi hanno partecipato per conoscere le culture degli altri Paesi europei e per l’Italia che- ha ospitato una possibilità  di mostrare la nostra regione e le nostre bellezze artistiche e ambientali.

Alla fine dello scambio, con i materiali prodotti durante i dodici giorni di attività ,- è stata- allestita,- presso la Masseria San Giovanni “I LUOGHI DI PITTI” (via Ruvo) una mostra collettiva sul tema della città . La mostra resterà  aperta fino al 1 maggio, vi invitiamo tutti a visitarla.

METTERE FINE AL CIRCOLO DI MISERIA DEI PALESTINESI


«Bisogna fare una distinzione tra le manifestazioni contro Israele e gli atti di violenza contro gli ebrei. Non tutte le critiche contro il governo di Israele sono indice di antisemitismo. Se gli ebrei della Diaspora hanno il diritto di appoggiare Israele, anche i cittadini musulmani hanno il diritto di appoggiare i palestinesi. La questione centrale è quella della violenza. Nessuna moschea o scuola musulmana è stata (finora) attaccata da bande di ebrei criminali. Ogni Stato democratico è obbligato a proteggere la sua popolazione ebraica, così come è tenuto a proteggere dal razzismo gli immigrati, i musulmani e gli altri».
(Eliahu Salpeter)



Mettere fine al circolo di miseria dei Palestinesi
(di A.B. Yehoshua)

«Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava una risoluzione per la spartizione della terra d’Israele in due stati, lo Stato Palestinese e lo Stato d’Israele, con un territorio equamente diviso. Alla popolazione ebraica, che allora ammontava a 600.000 unità  – contrapposta a circa 1.300.000 palestinesi- venivano assegnati ampie fasce del brullo deserto come terra di riserva per l’assorbimento dei numerosi rifugiati ebrei che attendevano ai cancelli. Mentre ci si aspettava un incremento naturale della popolazione palestinese, lo Stato degli ebrei, secondo la comunità  internazionale che autorizzava la sua fondazione, doveva dedicarsi alla ricerca di una soluzione al problema ebraico, accogliendo ebrei di tutte le nazionalità , in particolare gli scampati all’Olocausto. Così, nonostante le differenze numeriche, la terra veniva quasi equamente divisa tra i due popoli, con più del 70% della terra fertile assegnata ai palestinesi.
Quando i palestinesi fallirono nella loro guerra d`aggressione volta alla cancellazione dello Stato d’Israele, essi si appellarono alle armate arabe affinché invadessero lo Stato ebraico e lo eliminassero. Eppure anche questa mossa si rivelò fallimentare. Gli ebrei difesero eroicamente il loro territorio, respinsero gli invasori e in alcuni punti conquistarono aree che erano state destinate allo Stato Palestinese. (Lo Stato ebraico acquistò complessivamente circa 6.000 kmq del territorio destinato allo Stato Palestinese).
Nel fervore della battaglia, una minoranza ebraica fu espulsa da quei pochi insediamenti sotto occupazione palestinese, così come molti palestinesi furono espulsi dagli insediamenti degli ebrei. Nello stadio finale della battaglia, zone palestinesi furono intenzionalmente distrutte dall’esercito israeliano e, senza alcuna giustificazione militare, i loro abitanti furono espulsi con la forza al di là  della linea d’armistizio tracciata nel 1949, alla fine della guerra.
Quelli che fuggirono e quelli che furono espulsi, sia ebrei che palestines, non possono essere propriamente chiamati rifugiati, ma piuttosto sfollati (nel testo originale: displaced persons, n.d.t.), poiché vi è una differenza sostanziale tra i due termini. Un rifugiato è una persona che è fuggita o che è stata espulsa dalla sua terra patria (nel testo originale: homeland, n.d.t.), una persona dislocata è chi è fuggito o è stato cacciato dalla sua casa ma rimane entro i confini del territorio della sua terra. Gli ebrei che fuggirono o che furono espulsi dagli arabi dalla Città  Vecchia di Gerusalemme, dal Blocco di Etzion, da Atarot, Kfar Darom o Beit Ha’arava, e ricacciati in territorio israeliano non furono mai rifugiati ma solo sfollati ai quali vennero immediatamente assicurate delle nuove abitazioni nella loro terra patria. Tuttavia i palestinesi non chiamarono questa loro gente sradicata con il termine di sfollati. A quelle persone attribuirono invece il termine di rifugiati, anche se la maggior parte di loro rimase in terra palestinese e andò a vivere solo a 20 o 40 km dai propri villaggi. Per esempio, gli arabi di Lod e Ramle si trasferirono nell’area di Ramallah, che si trova a 30 o 40 km dalle loro case.
Ci sono stati anche palestinesi che sono fuggiti o che sono stati espulsi dalla Palestina e sono andati in paesi arabi: Egitto, Siria, Libano e Giordania. Tutti questi rifugiati sarebbero potuti tornare perlomeno nella loro terra patria, divenendo sfollati piuttosto che rifugiati, e lì avrebbero potuto costruire le loro nuove abitazioni.
Questo è l’inizio della tragedia dei palestinesi, la cui diretta responsabilità  morale appartiene a loro stessi e ai paesi arabi. Persino se, dal loro punto di vista, essi avevano una speranza legittima di vedere il giorno in cui sarebbero stati capaci di eliminare lo Stato ebraico e riprendersi tutta la Palestina –o almeno tornare alle loro case come hanno fatto gli sfollati dal Blocco di Etzion e dalla Città  Vecchia- non c’era ancora nulla che impedisse agli sfollati palestinesi di costruirsi case vere. Avrebbero potuto vivere vite normali e rispettabili nella loro terra patria, invece di umilianti e precarie esistenze in miseri campi.
I palestinesi, che hanno elaborato una loro identità  nazionale verso la fine del XIX secolo, ancora oggi confondono il concetto di terra patria con il concetto di casa. Non sono i soli. Ci sono israeliani a destra e a sinistra, ma particolarmente a destra, che cercano di dipingere il ritorno dei palestinesi come ritorno alle loro case, e non come ritorno nella loro terra –poiché ciò farebbe pendere una spada di Damocle sullo Stato d’Israele, come se il ritorno implicasse l’inondazione dello Paese da parte di 3 milioni di palestinesi. Questi israeliani stanno semplicemente perpetuando la confusione.
Quando, all’inizio della seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica conquistò parti della Finlandia in una ingiusta guerra d’aggressione, i sovietici occuparono territori e insediamenti dai quali espulsero i cittadini finlandesi verso ovest, all’interno dello Stato finlandese. Bene, quei finnici non erano rifugiati ma sfollati. Si costruirono immediatamente nuove case nella loro terra, non importa quali “sogni di ritorno” nutrissero.
Naturalmente il sogno del ritorno che i sfollati e rifugiati palestinesi alimentano nei loro cuori non è legato a soluzioni politiche o al fatto che essi abbiano intrapreso una guerra d’aggressione contro gli ebrei. Per molti anni hanno continuato a rifiutare il principio della soluzione della spartizione della terra, e fino alla decisione dell’OLP del 1988, molti non riconoscevano Israele. Nel frattempo, comunque, volevano andare a casa, letteralmente. Di conseguenza, si sono condannati ad una vita di umiliazione e povertà ; un’esistenza priva di diritti fondamentali. Ai rifugiati palestinesi in Siria, Libano ed Egitto non veniva concessa nemmeno la cittadinanza affinché non diminuisse il loro clamore per il ritorno.
Ma non v’è alcun ritorno a casa per i rifugiati e i sfollati del 1948, e non può esservi un simile ritorno. Può esservi solo un ritorno in terra patria, e in alcuni casi ciò può essere realmente possibile. Quando i miei amici palestinesi chiedono il diritto di ritorno io dico loro che riporterei tutti i rifugiati palestinesi nelle loro case in Israele a condizione che essi riportino in vita i 6000 israeliani che sono morti nella aggressione bellica del 1948, quando Israele si stava battendo per la sua stessa esistenza in seguito al piano di spartizione delle Nazioni Unite ed era alla ricerca di una coesistenza pacifica.
Alla continua confusione dei palestinesi tra casa e terra patria, si oppone una nazione che porta in sé una distorsione quasi di segno opposto. In tutta la loro storia gli ebrei non hanno mai cessato di vagare di casa in casa, e di cambiare patria nel modo in cui le persone si cambiano d’abito. Dal tempo della distruzione del primo tempio, quando molti degli esuli babilonesi non tornarono nella loro terra, gli ebrei cominciarono ad adottare un approccio che vede il mondo come una grande catena di alberghi. Invece di fare ritorno alla loro patria, in terra d’Israele, e rimanervi, gli ebrei, per ragioni talora esistenziali, talora economiche, preferirono cercarsi luoghi nuovi e più confortevoli, dove potessero stabilirsi con facilità . Perciò non sorprende che gli ebrei abbiano deriso il concetto che i palestinesi hanno di vera terra patria (ma non quello di casa), che si sentano estranei ad esso e che abbiano proposto loro di stabilirsi in un Paese arabo, come se fosse realmente facile scambiare la terra patria con un qualsiasi altro luogo.
I confini devono essere disegnati per separare gli stati, come si è sempre fatto. Ciò che è definito come lo Stato Palestinese deve essere riconosciuto, quando sarà  il momento, come la terra nella quale, e solamente nella quale, a tutti quelli definiti palestinesi dalla costituzione palestinese sarà  concesso tornare. Gli stati arabi sono responsabili per il perpetuarsi del problema dei rifugiati quanto lo era lo Stato d’Israele quando esercitava la sua sovranità  sul territorio- dalla Guerra dei Sei Giorni fino agli accordi di Oslo-.
Tutti, compresi i palestinesi, devono cominciare a risolvere la questione. Innanzitutto bisogna rivolgere l’attenzione ai problemi dei palestinesi sradicati che vivono entro i confini del futuro stato palestinese. In secondo luogo, bisogna intraprendere la costruzione di una infrastruttura rivolta alla soluzione dei problemi degli attuali rifugiati negli stati arabi.
Questo è un processo molto lungo e costoso che deve essere affrontato con ponderazione. Comunque, si troverà  di certo un forte sostegno, sia in Israele che all’estero, se tutto ciò diverrà  l’obiettivo di uno sforzo mondiale di raccolta di fondi.
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DANNI ALL’AMBIENTE, DEVASTATA LA ZONA DEL PULO DI ALTAMURA

Altamura / Puglia / Cronaca / 10-04-2002 (17:25:50)

Ancora devastazione al Pulo, la dolina carsica di grande pregio naturalistico, storico e archeologico, poco fuori Altamura. Tutta la zona del belvedere è stata assalita dai vandali, o forse sarebbe meglio chiamarli delinquenti. Il muretto di recinzione è stato parzialmente abbattuto con rischi per l’incolumità  degli altamurani e dei turisti che, specie nei giorni festivi, lì si recano per respirare aria pulita e fare escursioni. Il leggio che ne spiegava origine e pregio è sparito. Inoltre il cartello predisposto dalla Provincia di Bari, che indica gli itinerari turistici del territorio, è stato bucherellato da decine di colpi di pistola. “E’ assurdo assistere a questi fenomeni” afferma il consigliere comunale Michele Micunco dei Democratici di sinistra. “Mi sembra solo apparente l’interesse sbandierato in questi anni verso i beni culturali e ambientali, veri e propri musei a cielo aperto, che vanno in primo luogo tutelati e salvaguardati”.
Nei mesi scorsi l’associazione Terra Fertile, la Legambiente e altri gruppi del territorio avevano richiamato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica con una giornata di pulizia straordinaria del Pulo che da sempre viene usato come pattumiera dove scaricare carcasse di automobili, pneumatici e altri rifiuti. Notevole era stata la partecipazione dei cittadini e dei ragazzi ma dopo sono continuati gli scempi.
Un altro episodio di offesa all’ambiente murgiano è stato denunciato dall’assessore comunale all’Ambiente di Andria Ambrogio Lamesta. A Lama Genzana, nel territorio della città  barese sono state abbattute alcune roverelle secolari senza che fosse concessa alcuna autorizzazione. “Di fronte a questo sconcertante episodio è desolante pensare che detto crimine rischia di restare impunito”, afferma Lamesta, “per l’assenza di leggi. Il Parco Nazionale della Murgia è ancora da istituire a 9 anni dalla prima conferenza dei sindaci che ne definì la perimetrazione. La Regione Puglia vuole chiaramente lasciare che le cose continuino così, per consentire uno sviluppo distruttivo e senza regole.
Il mio assessorato sta, quindi, completando un regolamento verde, già  in uso in molti comuni del centro nord sensibili alla salvaguardia dell’ambiente, che prevede apposite norme che disciplinano gli interventi umani su piante e alberi. E’ una proposta unica per una città  del sud ed è stata redatta con la collaborazione a titolo gratuito di esperti della materia, dopo aver studiato le caratteristiche del territorio”. Verranno tutelati i patriarchi verdi, alberi monumentali, un tempo particolarmente diffusi da queste parti, che assolvono alle funzioni di depurazione di aria e acqua, di consolidamento di versanti, di scrigno di biodiversità .

Pasquale Dibenedetto

DURA PRESA DI POSIZIONE DI LEGAMBIENTE. Alta Murgia: territorio di nessuno

Stando alle notizie che ogni giorno vengono diramate dalla stampa, sembra proprio che il Comune di Altamura non voglia proprio far decollare il Parco dell’Alta Murgia e ciò sia per le pressioni dei fautori degli Accordi di Programma sia per quelle di alcune organizzazioni locali degli agricoltori.

“In questo modo si ignorano in modo decisamente irresponsabile gli scempi che sull’intera area del Parco si stanno perpetrando o ipotizzando, come ad esempio gli inutili progetti di campi di golf (grandi consumatori di acqua in una regione che ha sete), i tanti capannoni industriali che come i funghi nascono ogni giorno, le discariche abusive di rifiuti che man mano vengono scoperte, le recenti ipotesi di stoccaggio di scorie radioattive, o ancora i continui spietramenti – ha dichiarato Massimiliano Schiralli, presidente regionale di Legambiente -. Per questo motivo Legambiente, visto l’impegno assunto dalla Provincia di Bari e dagli altri 12 Comuni murgiani, chiede alla Regione e al Ministro dell’Ambiente che non usino l’adesione del Comune di Altamura come alibi per rimandare ancora l’istituzione del Parco nazionale dell’Alta Murgia, non rendendosi così responsabili dei possibili danni ambientali che nel territorio murgiano vanno prefigurandosi giorno dopo giorno”.

La procedura di istituzione del Parco, ai sensi dell’art. 34 della Legge 394, è inequivocabile e vede nel Ministro dell’Ambiente il soggetto che deve provvedere (con o senza il Comune di Altamura) alla delimitazione provvisoria, alle misure di salvaguardia e all’istituzione del Comitato di Gestione.

“A tal proposito, Legambiente non può che essere preoccupata per il futuro del Parco – ha aggiunto Giacinto Giglio, responsabile regionale del settore Territorio di Legambiente – e chiede al Ministro dell’Ambiente di conoscere quale destinazione abbiano avuto i 6,5 miliardi di lire previsti dall’art. 2 della Legge 426/1999 per l’istituzione ed il funzionamento del Parco dell’Alta Murgia. Chiediamo, inoltre che la Regione Puglia convochi immediatamente la conferenza di servizi e si adoperi presso il Ministero dell’Ambiente affinché continui l’iter istitutivo del Parco”.

Dopo aver promosso nel maggio 1999 insieme ad altre associazioni ambientaliste, ai sindacati e alle associazioni agricole un protocollo d’intesa sul Parco, Legambiente lancerà  una campagna contro gli scempi derivanti dai numerosi progetti presentati nelle aree SIC (Siti di Importanza Comunitaria) e ZPS (Zone di Protezione Speciale) dell’Alta Murgia e questo avverrà  in contemporanea con la manifestazione “Green Days” (13-21 aprile) promossa dalla Commissione Europea (Direzione Generale Ambiente).

In questa occasione Legambiente denuncerà  le inadempienze degli Enti Statali preposti al rispetto delle norme paesaggistiche e del D.P.R. n. 357/1997 sulla conservazione degli habitat e delle specie.

“La nostra Associazione chiede a tutti i sindaci dei Comuni dell’area Parco e, in particolare, al sindaco di Altamura di avviare una immediata discussione, serena e realistica, sulle misure di salvaguardia e sulla perimetrazione provvisoria – ha concluso Angela Lebefaro, segretaria regionale di Legambiente -, affinché nessuna speculazione possa bloccare il parco. L’invito che possiamo fare al sindaco di Altamura è di non indugiare ancora e di farsi parte attiva nella promozione del parco, al fine di consentire alle comunità  locali di beneficiare delle ricadute economiche e turistiche che sicuramente partiranno con l’istituzione dello stesso, a partire dalla valorizzazione e dalla conservazione delle proprie risorse naturali e culturali”.

UFFICIO STAMPA – LEGAMBIENTE PUGLIA

DEPOSITO SCORIE RADIOATTIVE: l-´interrogazione parlamentare dell`on. Piglionica

Legislatura: XIV Ramo: Camera

Tipo Atto: INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE

Numero atto: 5/00797

Data presentazione: 27-03-2002

Seduta di presentazione: 124

Presentatore

PIGLIONICA Donato DEMOCRATICI DI SIN.-L’ULIVO (DS-U)

Cofirmatari

VIGNI Fabrizio DEMOCRATICI DI SIN.-L’ULIVO (DS-U)

Stato Iter

Iter in corso

Destinatari

MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO

MINISTERO DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE

Testo dell’Atto:

Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, al Ministro delle attività  produttive.

Per sapere –

premesso che:

la definitiva rinuncia all’utilizzo dell’energia nucleare da fissione ha posto per il nostro Paese la questione della definitiva messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi insieme a quello dello smantellamento delle centrali;

nel luglio 1998 fu istituito il “Tavolo Nazionale per la gestione degli esiti del nucleare” con la partecipazione di Governo, Regioni, UPI, ANCI, OOSS, ENEL, ANPA ed ENEA;

a marzo 1999 il decreto legislativo 79 di attuazione della direttiva 96/92/CE all’articolo 13 prevedeva che l’Enel costituisse una società  per lo smaltimento delle centrali elettronucleari dismesse, la chiusura del ciclo combustibile e le attività  connesse e conseguenti;

tale società  denominata SoGIN fu costituita nel luglio 1999 e ad essa furono conferite le quattro centrali elettronucleari dismesse e le risorse destinate ai futuri costi della disattivazione e della chiusura del ciclo del combustibile;

il 4 novembre 1999 è stato approvato un accordo di programma per la definizione di misure volte a promuovere la gestione in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia, attraverso un percorso

partecipativo volto ad individuare e a selezionare un sito per la realizzazione del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi;

il 16 dicembre presso la conferenza Stato-regioni è stato costituito un gruppo di lavoro con il compito si sottoporre alla conferenza stessa un documento contenente lo stato dell’arte degli studi e delle

ricerche in ordine alla localizzazione e alla realizzazione del deposito, le procedure per la scelta del sito, le soluzioni e gli strumenti volti a promuovere e realizzare le condizioni per l’armonico inserimento del deposito nel contesto territoriale

circostante;

tale gruppo di lavoro avrebbe dovuto concludere le proprie attività  entro luglio 2000 ma essendo risultata l’istruttoria richiesta più complessa ed impegnativa in sede di conferenza Stato-regioni si

decise di prorogare tale incarico fino a marzo 2001;

già  all’inizio degli anni ’90 presso l’allora ENEA-DISP un gruppo di esperti ha svolto una indagine preliminare su siti del demanio militare allo scopo di individuare siti potenzialmente idonei alla

localizzazione del deposito centralizzato nazionale di smaltimento definitivo dei rifiuti a bassa e media attività  e a media-breve vita media;

nella seduta del 23 maggio 2000 in risposta ad una interrogazione del senatore professor Ferdinando Pappalardo il sottosegretario di Stato per l’industria senatore Passigli riferì che l’Enea aveva preso in

considerazione due siti del demanio militare, uno in provincia di Piacenza e uno in provincia di Bari nel territorio della Murgia, precisando però che detti siti non sono stati presi in considerazione in quanto il primo è di estensione troppo limitata mentre nel secondo è in uso un deposito militare;

nel corso del 1996 l’Enea ha costituito una task force per individuare il sito nazionale dei rifiuti radioattivi, attraverso una caratterizzazione del sito o dei siti e una definizione concettuale del sistema ingegneristico;

il 29 aprile del ’99 la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività  illecite ad esso connesse approvò il “Documento su una strategia d’intervento per la disattivazione degli impianti nucleari e per la sistemazione dei rifiuti radioattivi di media e bassa radioattività , inclusi quelli derivanti dallo smantellamento degli impianti nucleari” con tutte le attività  fino a quell’epoca svolte dalla task force;

il 14 dicembre 1999 è stato diffuso il documento di “indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare” redatto dal ministero dell’industria con le caratteristiche richieste del deposito;

la task force operante presso l’Enea nel novembre 2000 ha presentato un primo rapporto di illustrazione del sistema informativo geografico (GIS) per l’individuazione di aree potenzialmente idonee alla

localizzazione del deposito nazionale dei materiali radioattivi. Nell’occasione è stata altresì presentata la carta delle aree potenzialmente idonee con i relativi criteri di inclusione ed esclusione;

dalla carta sopra citata nonché da numerose notizie diffuse da organi di stampa, si evince che la Murgia insieme alla Maremma sia una della aree verso cui con maggiore convinzione si starebbe indirizzando la scelta tecnica di individuazione del sito;

nella recente audizione alla Commissione ambiente della Camera il commissario pro tempore dell’Enea professor Carlo Rubbia ha riferito che il ruolo dell’ente appare al momento essere esaurito e che la competenza alle ulteriori iniziative è in capo alla già  citata SoGIN che deve agire di intesa con il ministero delle attività  produttive e con l’Enea in funzione di eventuale partner scientifico;

l’Alta Murgia fu dapprima individuata come area di reperimento per nuovi parchi nazionali (legge n. 394 del 1991, articolo 34) e poi come parco nazionale (legge n. 426 del 1998, articolo 2 comma 5, 0, 0);

in realtà  tale istituzione risulta essere la presa d’atto di una serie di vincoli già  esistenti sul territorio (regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3267; legge 10 maggio 1976 n. 319 e sue modifiche; piano regionale delle acque del consiglio regionale n. 455 del 10 maggio 1984, 0, 0);

l’Alta Murgia è stata individuata come zona di protezione speciale (ZPS) come da direttiva 79/409/CEE con nota del 24 dicembre 1998 del

ministero dell’ambiente SCN/DG/98/20775;

sono attualmente in corso numerose riunioni operative che vedono coinvolti il ministero dell’ambiente, la regione Puglia, la provincia

di Bari, i comuni dell’area interessata, le associazioni di categoria ed ambientaliste, tutti impegnati ad elaborare la normativa provvisoria per il costituendo parco, prodromica alla perimetrazione

da stabilire di concerto tra ministero e regione;

la task force dell’Enea nella sua metodologia selettiva tra i criteri di esclusione adottati aveva inserito le aree protette, le riserve e i parchi naturali-:

Come si intenda procedere nel percorso volto alla definizione delle norme di tutela e alla perimetrazione definitiva del parco nazionale

dell’Alta Murgia;

quali iniziative si intendano intraprendere in collegamento al ministero delle attività  produttive per evitare le interferenze che le due progettualità  inevitabilmente comportano;

se non condividano infine l’ipotesi di stralciare per le motivazioni sopra esposte l’area dell’Alta Murgia dalle aree potenzialmente individuabili quale sede per il deposito unico nazionale di materiali radioattivi.

(5-00797)