APPROVATO IL BILANCIO COMUNALE 2003

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Articolo tratto dalla Gazzetta del Mezzogiorno, 1° giugno 2003: www.gdmland.it/QUOTIDIANO
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Sarà  anche realizzato il tratto tra lo stadio e via Corato. Lavori a «Roncalli» e «Serena»
TEMPO DI STRADE E SCUOLE

Bilancio e piano triennale non piacciono all’opposizione



A prescindere da chi ha o avrà  ragione, tra la maggioranza che proclama compattezza e approva il bilancio e la minoranza che punta il dito bocciando con voto zero spaccato la programmazione del Comune, di sicuro la vita amministrativa è ad uno snodo importante da cui discendono molte decisioni importanti per la città . Il dibattito si infiamma sul bilancio e sul piano triennale dei lavori pubblici. E’ autentico braccio di ferro.
Partiamo dal piano triennale. Per il 2003 l’opera più consistente è la realizzazione della strada tra lo stadio e via Corato (quasi 4 milioni di euro) che, insieme alla strada Pacciarella-via Gravina pure prevista, andrà  ad integrare la circonvallazione con il tratto mancante. Alla voce 2003 sono previsti anche manutenzioni varie, le coperture delle scuole «Serena» e «Roncalli», il lotto «E» dei loculi del cimitero, la realizzazione dei parcheggi al vecchio campo Cagnazzi ed a Santa Teresa, l’allestimento della nuova sala consiliare, la strada del mattatoio, marciapiedi nuovi e cinque strade comunali esterne (queste ultime con i finanziamenti del Patto territoriale). Il sindaco Rachele Popolizio ha enunciato il ricco programma su cui l’amministrazione andrà  avanti (ne abbiamo dato conto ieri). In più l’amministrazione giudica gli aumenti dei tributi come «minimi» rispetto alla media degli altri Comuni e compensati con la mancata addizionale Irpef e con il condono.
Ma dalla minoranza nessuno sconto. Michele Colonna (Udc) liquida la triennale come una «trentennale» tale è il carico di lavoro che richiede. Perplessità  sul bilancio le ha espresse anche il diessino Enzo Colonna che su diversi punti si è trovato d’accordo con la minoranza. Chiesti numerosi chiarimenti: gli esigui introiti per la distribuzione del gas, dell’energia elettrica, per l’utilizzo della discarica comunale, per i parcheggi; la voce «partecipazione azionaria smaltimento rifiuti» con 3 milioni di euro in tre anni (per inciso, un altro fardello al già  esorbitante macigno della spesa per il servizio); la spesa eccezionale per una parcella per un progetto urbanistico; la voce zero, per il 2003, al teatro Mercadante. La posizione di Enzo Colonna è stata peraltro contestata in consiglio comunale da altri rappresentanti della Quercia, un vero e proprio caso politico dalle possibili laceranti conseguenze.
La minoranza insiste. Troppi contributi ed elargizioni alle «associazioni amiche». E, come contraltare, il rischio di perdere le «ingenti risorse pubbliche del Patto territoriale» per la questione degli accordi di programma su cui sembra essere calato un silenzio impenetrabile. Giudizio finale: «negativo». Altri spunti lanciati dalla minoranza sono l’«ancora chiuso» teatro Mercadante, le orme dei dinosauri «abbandonate», la «pietrificazione» dell’Uomo di Altamura.


Onofrio Bruno

Enpals e musicisti… la fine di una tassa ingiusta?!

Trento, una sentenza esclude i musicisti non professionisti dalla ‘tassa’ Enpals
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Mentre il problema irrisolto dei contributi Enpals che soffocano l’attività  dei musicisti non professionisti comincia ad interessare una parte del mondo politico, sollecitato dalle organizzazioni di categoria (vedi News), a dare un filo di speranza alle migliaia di gruppi dilettanti e di lavoratori saltuari della musica dal vivo che circolano nella penisola arriva una sentenza del giudice del lavoro di Trento, intervenuto sulla questione dopo che il Servizio provinciale del Lavoro aveva comminato una multa ad una ditta che opera nel settore.
L’inizio della vicenda, come racconta un articolo pubblicato sabato scorso, 24 maggio, sul quotidiano L’Adige, risale al novembre del 2000, quando alcuni funzionari dell’ente provinciale inoltrarono un’ingiunzione di pagamento del valore di circa 11 milioni di vecchie lire alla Produzioni Cipiesse di Brescia, una società  che fornisce impianti luci e audio per concerti: secondo i pubblici ispettori, il titolare della ditta aveva fatto esibire in sagre di paese e pub del circondario, tra il 1996 e il ’97, una trentina di musicisti sprovvisti del necessario certificato di agibilità , un documento che tutti i professionisti della categoria devono richiedere per poter suonare dal vivo, versando una quota percentuale del loro compenso a fini previdenziali (per poter cioè riscuotere una pensione a fine attività ).
Ricorsi in giudizio insieme con l’azienda bresciana, i musicisti stessi (aderenti all’Amad, un’associazione che garantiva per loro l’assolvimento dei contributi Enpals) hanno dimostrato di non aver ricevuto alcun compenso per la loro attività  se non rimborsi spese e buoni pasto, e di avere un’altra occupazione professionale: su questa base, la sentenza del giudice del lavoro Michele Maria Benini ha stabilito che “i lavoratori dello spettacolo in senso tecnico da assicurare obbligatoriamente presso l’Enpals sono soltanto coloro che stabilmente, professionalmente, ancorché in compiti ausiliari, sono impiegati per svolgere attività  essenzialmente destinate alla realizzazione di spettacoli”. Il provvedimento, secondo il giudice trentino, non riguarda invece i “musicisti dilettanti, persone che, unicamente per diletto, si offrono occasionalmente per suonare in un locale o in una manifestazione” e per le quali “suonare è un’occupazione saltuaria” che non garantisce una fonte di sussistenza. Un primo segnale di inversione di tendenza, nell’attesa che la materia venga disciplinata da nuove norme, in sostituzione di una legge che risale ai tempi del regime fascista.- 

Le spallate del Cavaliere

Silvio Berlusconi ha dato i numeri per il sesto giorno consecutivo, ma c’è del metodo nell’apparente follia. Quello del premier è ormai un attacco sistematico alla ricerca dei punti di cedimento della democrazia, una serie di spallate per vedere quanto può procedere il progetto di una terza repubblica autoritaria in un’Italia stanca, rassegnata e manipolata da un apparato mediatico-governativo senza precedenti.

Ieri a Udine, nel comizio per le regionali, il premier non ha perso l’occasione, che non c’entrava naturalmente nulla, per stilare l’ennesima lista di epurazione e per attaccare con nomi e cognomi magistratura e informazione indipendente, due tipiche ossessioni delle personalità  autoritarie. Quindi è andato oltre, con una specie di pronunciamento sudamericano nei confronti dell’opposizione. “Non esiste alternativa democratica al centrodestra”, ha stabilito.

E ove non fosse chiaro, ha aggiunto: “Non sarà  consentito a chi è stato comunista di andare al potere”. Da oggi insomma non decidono più gli elettori italiani. Ha già  deciso lui, Berlusconi, che ha portato al potere gli ex fascisti in un paese dove l’unica dittatura è stata nera e non rossa. E come, con leggi speciali? Con un editto imperiale, una bolla papale?
Si vorrebbe difendersi con l’ironia, ma è passata la voglia. Questo Berlusconi fa paura.

È l’unico in Occidente a sommare il massimo potere politico, economico e mediatico, ai quali vorrebbe aggiungere anche quello giudiziario. Ed è l’unico a lamentarsi di “non comandare abbastanza”. Il vittimismo dei potenti fa sempre un po’ schifo ma nel suo caso, elevato al cubo, mette i brividi.

Berlusconi non parla come un governante democratico ma come uno dei generali argentini anche loro fratelli di P2. Che cosa significa “non si può consentire a chi è stato comunista…”? È un’offesa quasi razziale, da razzismo delle idee, a un terzo almeno d’italiani che hanno votato per il Pci e per i suoi eredi. Compresi alcuni, non pochissimi, passati alla corte di Arcore.

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Senza contare che gli ex comunisti sono appena stati al governo, ci sono rimasti per cinque anni e hanno consegnato le istituzioni democratiche in uno stato migliore di quanto non lo stanno riducendo le guerre civili del cavalier Berlusconi. Tutto si può dire dei governi dell’Ulivo ma non d’aver creato un regime. Sono stati “l’anti regime per eccellenza”, come scriveva il vecchio liberale Montanelli.

Hanno permesso al capo dell’opposizione di arricchirsi e allargare a dismisura il controllo dei media, gli hanno dato una mano ad allungare i tempi dei processi e teso l’altra, fino a bruciarsela, per trovare un accordo nella Bicamerale.

Berlusconi dovrebbe ringraziare il cielo d’aver incontrato sulla sua strada i feroci “comunisti” piuttosto che, per dire, i gentili liberali francesi che quando è sceso in campo un imprenditore dello spettacolo (Bernard Tapie) con tanto di tv, giornali e squadra di calcio, hanno fatto in modo di farlo finire in galera.
Ma opporre ragioni e argomenti ai furiosi pronunciamenti di Berlusconi è perder tempo. L’uomo non contempla il confronto. Al prossimo riconosce al massimo il ruolo di servo o porgitore di microfono deferente e muto, come il Socci di Excalibur, di fronte al suo disprezzo padronale per leggi e regole, per la storia dei vivi e dei morti.

Non si può discutere con uno che per fare un complimento a Scajola riesce a offendere ancora la memoria di Marco Biagi. “Scajola ha dovuto dimettersi per una parola dal sen fuggita. E che non era campata in aria ma veniva fuori da tutta una serie di suggestioni che gli erano state rivolte”. Tradotto dall’eloquio tartufesco: Claudio Scajola aveva ragione a dare del “rompicoglioni” a Marco Biagi. Un orrore che richiamo l’altro, in morte del professor D’Antona: “Vittima di un regolamento di conti a sinistra”.

Non si può discutere ma soltanto vergognarsi di un premier che si fa intervistare dal New York Times per spargere sul conflitto d’interessi bufale come questa: “Abbiamo avuto un referendum in cui è stato chiesto agli italiani se io dovessi o meno vendere e loro hanno detto di no”. Quando mai c’è stato un referendum simile in Italia? Ma il nostro statista se l’inventa e lo rivende al volo, complice un giornalista disattento, ché tutto il mondo è paese e anche gli amici americani sono dei fessi destinati a bersi qualsiasi cosa lui dica.

Una spallata dopo l’altra, una menzogna dopo l’altra, Berlusconi non si fermerà  fino a quando non avrà  stravolto le istituzioni, ridisegnandole a immagine e somiglianza del proprio fanatismo. La sua è una guerra assoluta all’altra metà  del Paese. Berlusconi è l’ultimo combattente ideologico della nostra epoca, a parte Fidel Castro. Il fatto che il suo governo sia stato democraticamente eletto (con il 45 per cento, non il 90) non è garanzia automatica di governo democratico. Nella storia molti regimi sono cominciati con libere elezioni e sono finiti nell’autoritarismo.

Come? Andando ogni giorno all’assalto dei poteri di controllo, magistratura e informazione, opposizione parlamentare e sindacati, esattamente com’è nell’Italia di Berlusconi. Il Quirinale è risparmiato soltanto a parole e su Ciampi, impegnato nella disperata missione di ricordare al premier l’abc della democrazia, è sospesa la spada di Damocle della riforma presidenzialista.

Forse è venuta l’ora per l’opposizione di rinviare a tempi migliori le beghe interne e trovarsi tutta insieme a discutere di una vera e grave emergenza democratica. Prima che sia tardi.

(12 maggio 2003)

Contro il mal di traffico








Gazzetta del Mezzogiorno, 11 maggio 2003
L’amministrazione comunale è intenzionata a realizzare i «varchi elettronici»
Telepass contro il mal di traffico

Una «ricetta» per Piazza Duomo che di sera scoppia di auto
L’asma di Piazza Duomo soffocata dalle automobili avrà  una medicina tecnologica. La «movida» serale e notturna ha trasformato il cuore del centro storico in un autosilo all’aperto asfaltato di pneumatici e carrozzeria scintillante. Ma dopo la grossa cilindrata restano l’inquinamento e il «nero» sulla pietra del corso Federico II. Ed ora l’amministrazione comunale, tra le varie proposte, ipotizza di realizzare dei varchi elettronici sul modello del telepass autostradale.
La vita «by night» registra un’impennata. Ci sono nuovi locali. Altri gruppi si affacciano nella notte altamurana. Le belle serate invogliano lunghe nottate. E fin qui va bene. Quel che rovina tutto è l’assalto delle automobili. Invadono piazza Duomo e piazza Repubblica, attraversano il corso, sgommano sulla pregiata pavimentazione in pietra, affumicano le comitive davanti ai bar ed ai locali, s’incolonnano nei budelli delle stradine del centro storico.
Guai se vuoi passeggiare nella zona pedonale per eccellenza. Se stai parlando con gli amici, zac, una macchina invadente ti costringe a spostarti perché quello è il «suo» posto per il parcheggio. Se passeggi per il corso preparati a districarti tra le macchine, chi sale e chi scende. Se gusti un gelato o un drink tappa bene il naso perché la colonna di automobili ti passa davanti a tre centimetri. Se vuoi ammirare la Cattedrale occhio alla macchina che quasi quasi parcheggia sulla scalinata. Eccetera eccetera.
Questa situazione ad alcuni commercianti della notte sta bene, ad altri no. Di sicuro non sta bene a chi la serata vuole godersela in santa pace. Cioè tutti. Ma è un circolo vizioso: «Piazza Duomo è piena di auto? E allora ci vado anch’io e se trovo posto ci resto». Succede.
Ma ormai la misura è colma. I carabinieri hanno tentato in alcune occasioni di riportare il senso minimo di rispetto delle regole sparando una batteria di multe. Alcune associazioni, tra cui Legambiente, e gruppi di cittadini più «incavolati» hanno cercato di bloccare l’accesso della piazza alle automobili. E’ durata una sera. Il giorno dopo tutto come prima. E, se già  non è successo, prima o poi ci scapperà  la rissa.
Chi deve vigilare? I vigili urbani staccano alle 22. I carabinieri, già  di per sé pochi, devono badare ad un territorio molto ampio e con ben altre problematiche. L’anno scorso per la stessa storia un gruppo di cittadini inviò un esposto al Prefetto con un faldone di firme. Potrebbero fare il bis adesso e sembrano intenzionati a farlo.
Intanto un effetto sgradevole è il segno della notte motorizzata.
Il corso nero come la pece. Inguardabile. Nero su nero. E i lavaggi delle strade del corso per numero e per intensità  lasciano decisamente a desiderare. I segni più resistenti degli pneumatici restano lì anche per giorni e giorni.
E allora la soluzione potrebbe essere quella tecnologica. I varchi elettronici: non le sbarre che si alzano ma i piloni a scomparsa che a comando scendono fino a livello strada consentendo il passaggio.
Ma solo per chi è autorizzato. La proposta l’ha presentata alla giunta il comandante della polizia municipale Michele Maiullari. «Si tratta di dissuasori retrattili intelligenti che funzionano come il telepass sulle autostrade – spiega – . Solo i residenti ed i mezzi autorizzati che saranno dotati del sistema di comando per la scomparsa potranno accedere ai punti in cui saranno posizionati. E’ la soluzione migliore perché seleziona chi può passare e chi no. Proprio come succede sulle autostrade.
«La proposta – continua Maiullari – comprende anche l’ipotesi per i parcheggi a pagamento. Pensiamo a dei parchimetri a tempo per la sosta da un minimo di 15 minuti in poi che rilasciano il tagliando per il tempo pagato». Parchimetri analoghi a quelli in uso a Matera.
Con ulteriori innovazioni tecnologiche come, ad esempio, la possibilità  di utilizzare schede prepagate per il parcheggio sulle quali far scalare il credito. Sarà  la giunta comunale a prendere decisioni. Se non questa, qualsiasi altra perché di sicuro la cura è urgente. Piazza Duomo è malata. Non respira più. Invecchia per l’inquinamento. Ed ha inventato, suo malgrado, un record negativo: l’ingorgo di macchine in zona pedonale.


Onofrio Bruno

INFORMAZIONE LOCALE IN RETE, “NOTIZIE ON LINE” TRA I PRIMI SESSANTA IN ITALIA

L’indagine è stata curata dal collega Luca Lorenzetti per conto del Circolo della Stampa di Ancona e direttore del quotidiano www.gomarche.it edito da Fastmedia.
Nei mesi scorsi sono state censite circa 60 testate che operano esclusivamente sulla rete. Si tratta del primo rapporto in assoluto nel suo genere in Italia. Non è solo un censimento ma contiene anche segnali e previsioni su quello che potrà  essere in futuro l’evoluzione del settore.
Dal rapporto emerge che, pur essendo stato un anno difficile per Internet, il 2002 si è rivelato, invece, molto favorevole per l’informazione sulla rete in generale e positivo per l’editoria locale. Proprio mentre Internet si afferma come il più globale dei media, riaffiora prepotentemente la voglia di informazione sul territorio. Tra queste testate locali, esclusivamente telematiche, si pone come tra le più radicate e consolidate proprio Notizie on line che ormai è prossimo al quarto anno di vita. Il nostro quotidiano è in costante crescita. Circa 15.000 mila i contatti ogni mese, con una media di 500 al giorno. Crescono anche gli abbonati alla newsletter, quelli che ci scrivono o che partecipano ai sondaggi. Segno di grande attenzione e fidelizzazione. Aumentano anche quelli che ci copiano integralmente senza neanche avere la cortesia di linkarci sul loro sito o di citare l’indirizzo url sui loro giornali. Molti segnali di grande attenzione arrivano anche dall’estero, dalle comunità  italiane o da altre parti d’Italia dove vivono pugliesi e lucani che vogliono conoscere quello che succede in tempo reale nella loro terra d’origine. Di questo siamo particolarmente fieri. L’indirizzo di posta elettronica di Notizie on line è inserito nella mailing list di molti uffici stampa di istituzioni come Regioni, Province, Comuni, associazioni di categoria ecc.
Sembra quasi ripetitivo ricordare le motivazioni del successo. Certo, cresce il numero di italiani che si collegano a Internet, non solo dall’ufficio. In questo senso un ruolo lo ha avuto la diffusione dell’Adsl per la velocità  e la possibilità  di ripetere continuamente i collegamenti. Ma, soprattutto, la rapidità  con cui si possono apprendere le notizie è il fattore più importante. Rispetto a radio e tv, poi, come sottolinea lo stesso rapporto, l’utente di Internet decide in maniera autonoma, quando informarsi, senza essere costretto dal palinsesto a orari predefiniti. E poi il sito di notizie si può consultare dovunque anche quando per ragioni di lavoro o per viaggi di piacere ci si trova fuori dalla propria città .
Non nascondiamo che si potrebbe crescere di più nella copertura del territorio, nell’offrire nuovi servizi come qualche lettore ci chiede. Ma questo dipenderà  da molti fattori compresa la crescita, che pure è costante, dei nostri inserzionisti pubblicitari.
Il rapporto e il censimento curati da Luca Lorenzetti potrebbero rappresentare anche una forma di primo contatto per un coordinamento delle testate locali e in seguito per un possibile network nazionale nel quale siano rappresentate varie testate locali e territoriali. Un po’ come avviene nel campo radiofonico e televisivo. In generale le difficoltà  non mancano. “Abbiamo provato a individuare le tendenze editoriali e gli obiettivi imprenditoriali comuni a queste realtà ”?, spiega Luca Lorenzetti, “e abbiamo cercato di cogliere i segnali che facciano prevedere quale sarà  l’evoluzione del settore. Occorre capire verso quali modelli di business e di consumo si sta muovendo l’editoria on line: c’è ancora una grande incertezza che domina il settore, e il ”tasso di mortalità ” è ancora molto alto”?. Notiziari locali in Internet ci sono in quasi tutte le regioni italiane tranne Valle d’Aosta e Friuli. La prevalenza va alle regioni del Nord, Lombardia e Toscana in testa, ma si difendono bene anche Campania e Puglia. Il rapporto ha rivelato che la maggior parte dei quotidiani telematici esistenti sono nati a cavallo tra il 2000 e il 2001, l’epoca dell’internet gratis. Per Notizie on line, che è nato leggermente prima, nel 1999, ciò significa aver anticipato i tempi e aver resistito a lungo.

Nei prossimi giorni pubblicheremo il rapporto in uno speciale

Pasquale Dibenedetto

Referendum sull’elettrodotto coattivo tutte le ragioni per il SI

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
www.rifondazione.it

1. Che cos’è l’elettrosmog?

Il principio di cautela o precauzione (ormai acquisito a livello comunitario come principio ispiratore delle politiche di prevenzione) afferma “occorre usare con prudenza e cautela tutte quelle tecnologie che non risultano essere sicuramente innocue, superando il criterio corrente per il quale va ammesso l’utilizzo di processi e prodotti finché non sia dimostrata la loro nocività .”?
Quindi, una moderna legislazione di tutela sanitaria e ambientale inverte l’onere della prova: per intervenire con norme di protezione non occorre dimostrare che un prodotto o una tecnologia è sicuramente dannosa, occorre dimostrare, al contrario, che è sicuramente innocua. A questa impostazione, in linea con la più avveduta ricerca in campo scientifico, sia sperimentale che epidemiologica, si oppone la difesa degli interessi delle imprese (le società  elettriche e delle telecomunicazioni) e delle lobbies che ne difendono gli interessi.
Il problema nasce per i cosiddetti effetti a lungo termine, derivanti dalle esposizioni prolungate anche a basse dosi (per esempio una abitazione che è situata vicino a un elettrodotto o un impianto di radiotrasmissione (ripetitori, radar ecc.). Tali effetti non sono definiti “deterministici”? (ovvero non c’è un rapporto automatico di causa ed effetto per ogni soggetto esposto) ma sono “stocastici”?, cioè rilevati dalle indagini epidemiologiche sulle popolazioni esposte (tali indagini dimostrano un aumento della probabilità  di ammalarsi o contrarre disturbi, anche per esposizioni a dosi centinaia di volte inferiori a quelle stabilite per proteggersi dagli effetti immediati). Da qui, la distinzione tra “effetti acuti”?, ovvero limiti da non superare per qualsiasi tipo di esposizione anche brevissima ed effetti a lungo termine, ovvero limiti da non superare per esposizioni prolungate, al fine di prevenire indesiderati effetti a lungo termine.
Per le basse frequenze (gli elettrodotti), che sono tecnologie usate da più anni, l’indagine epidemiologica ha dimostrato un aumento dell’incidenza di patologie anche gravi quali la leucemia infantile. Tali effetti sono evidenziati dalle indagini più recenti anche dalle più recenti tecnologie legate alle alte frequenze (ripetitori, trasmettitori, ecc.).
Per usare un esempio: nel caso dell’amianto, le prime indagini, pubblicate sulle riviste scientifiche, che dimostravano una correlazione tra l’uso di quel materiale e l’insorgenza di gravi malattie, quale il tumore, risalgono agli anni 30 ma l’intervento legislativo è arrivato solo dopo decenni, con tutte le conseguenze gravissime sulla salute dei lavoratori e dei cittadini.

2. Qual è la situazione legislativa sull’elettrosmog?

La legge quadro (n. 36 del febbraio 2001), prevedeva che entro 60 giorni dalla sua pubblicazione dovessero essere varati i decreti attuativi della medesima, in particolare in relazione all’individuazione dei limiti di esposizione (limiti da non superare in qualsiasi condizione espositiva, ovvero limiti per i cosiddetti effetti acuti), dei valori di attenzione (ovvero limiti da non superare ovunque la popolazione risiede, ovvero limiti per la protezione dai possibili effetti a lungo termine) e degli obiettivi di qualità  (valori per la minimizzazione delle esposizioni, quindi limiti per i nuovi impianti e per il risanamento degli impianti dove si superano i valori di attenzione). Tali decreti dovevano, quindi, essere emanati entro aprile del 2001. I testi erano già  predisposti e prevedevano per gli elettrodotti il valore di attenzione di 0,5 micro tesla e l’obiettivo di qualità  di 0,2 micro tesla; per le alte frequenze si prevedeva l’obiettivo di qualità  di 3 volt metro. Questi decreti non sono stati varati dal governo di centro sinistra malgrado, come detto, i testi avessero già  avuto un via libera da parte delle commissioni parlamentari e il governo si fosse impegnato formalmente, in sede di approvazione finale della legge, a rispettare rigorosamente i tempi previsti.
I poteri, in particolare degli enti locali, di varare regolamenti per la minimizzazione delle esposizioni delle popolazioni si fondano su una serie di riferimenti giuridici. Qui di seguito si citano quelli più specifici:
il comma 1 dell’articolo 4 del decreto 381 del 1998, afferma che gli impianti vanno progettati e realizzati tendendo a minimizzare l’esposizione della popolazione;
le linee guida applicative del medesimo decreto 381 del 1998 chiariscono come il concetto di obiettivo di qualità  (collegato evidentemente a quello di “minimizzazione”? delle esposizioni) implica la possibilità  dell’assunzione di misure di protezione ulteriori, anche se sono già  rispettati i limiti di esposizione e i valori di cautela;
l’articolo 2 bis della legge 189/97, stabilisce che le infrastrutture che generano campi elettromagnetici debbono essere sottoposte ad opportune procedure di valutazione di impatto ambientale (sentenze del Consiglio di Stato precisano come tali procedure debbano essere regolate dalle regioni);
il comma 6 dell’articolo 8 della legge quadro (legge n. 36 del 2001), afferma esplicitamente come i comuni possano dotarsi di regolamenti per il corretto inserimento urbanistico degli impianti e per la minimizzazione delle esposizioni delle popolazioni;
il decreto legge 5 gennaio 2001, n 5 (“Disposizioni urgenti per il differimento dei termini in materia di trasmissioni radiotelevisive analogiche e digitali, nonché per il risanamento di impianti radiotelevisivi), ha confermato pienamente i poteri degli enti locali in materia urbanistica ed edilizia per quanto riguarda l’installazione degli impianti di telefonia mobile anche ai fini della tutela della salute.
Questi riferimenti normativi, quindi, rappresentano la base giuridica che fonda la possibilità  per i comuni di dotarsi di regolamenti che migliorino le condizioni espositive delle popolazioni residenti. Si tratta, in pratica, di riferirsi al concetto di minimizzazione delle esposizioni che non è, evidentemente, un termine letterario, bensì un concetto presente nella legge e che è responsabilità  delle amministrazioni locali applicare concretamente.

3. Il governo delle destre

Sono gravi le responsabilità  del governo di centro sinistra nel non aver dato attuazione alla legge sull’inquinamento elettromagnetico con il varo dei decreti attuativi. Detto questo, occorre denunciare con grande forza il tentativo messo in atto dalle destre di azzerare ogni normativa di protezione in materia di elettrosmog.
Questi sono gli atti messi in campo dal governo:
tha ritirato i decreti attuativi che il precedente governo aveva predisposto e non varato e ne ha presentato altri che elevano i limiti notevolmente (si passa da 0,2 a 5 microtesla). In tal modo, non ci sarebbe bisogno di risanare alcuna linea elettrica in Italia. I limiti proposti dal governo di destra sono, in pratica, quelli che vogliono le imprese per non spendere neanche una lira per il risanamento e continuare a fare tutto come prima;
tha emanato un decreto legislativo (decreto Gasparri) per impedire alle Regioni e ai Comuni di varare normative e regolamenti che impongano criteri più restrittivi alle imprese per la localizzazioni degli impianti. Questo decreto che, giustamente, è stato definito “libertà  d’antenna”? ha l’obiettivo specifico di bloccare i regolamenti dei comuni e ogni altra iniziativa in sede locale, deregolamenta (per esempio introducendo il principio del silenzio assenso e la possibilità  dell’utilizzo della procedura di inizio di attività ) le norme di autorizzazione. Addirittura, in un articolo, afferma testualmente: “l’operatore di telecomunicazioni incaricato del servizio può agire direttamente in giudizio per far cessare eventuali impedimenti e turbative al passaggio e all’installazione delle infrastrutture.”?
Il significato è semplice ed esplicito: libertà  d’antenna per le imprese. E’ l’affare UMTS (i telefonini di nuova generazione) che preme e chiede una liberazione da ogni condizionamento.
Il messaggio è altrettanto chiaro: tu comitato che ti batti contro una installazione che ritieni dannosa, stai bene attento, ora la tua opposizione può essere considerata “reato di impedimento o turbativa”?. Allo stesso modo, l’avvertimento è per le amministrazioni locali: se vari un regolamento che detta condizioni alle installazioni, da oggi, a giudizio dell’impresa, quello può essere considerato “impedimento o turbativa”? e tu puoi essere direttamente citato in giudizio.
Contro questo decreto, che è una patente violazione delle prerogative delle Regioni e dei comuni, costituzionalmente garantite in materia di governo del territorio, pende il ricorso di molte Regioni (anche governate dal centro destra) .

4. C’entra tutto questo con il referendum proposto sull’elettrosmog?

Si c’entra moltissimo. Con il referendum si propone l’abrogazione di una norma vecchissima, un regio decreto che prevede l’esproprio per il passaggio degli elettrodotti. E’ anche attraverso questa norma che a molti cittadini, associazioni e comitati è impedito di opporsi al passaggio di elettrodotti che corrono troppo vicini alle abitazioni o che deturpano il paesaggio. Ma c’è, ovviamente, un problema di fondo che viene sollevato. Il problema è il chi decide. C’è una linea, quella che il governo delle destre ha preso chiaramente, la quale afferma che l’impresa è il “dominus”? cui tutto va subordinato, anche il diritto alla salute. Coerentemente a questa impostazione, il governo delle destre ha varato il decreto legislativo di cui sopra e che, con il pretesto di accelerare la realizzazione delle infrastrutture, in realtà  ha l’obiettivo di togliere ogni possibilità  di intervento alle comunità  locali, intese sia nel senso di cittadini organizzati in comitati e associazioni sia nel senso di poteri locali. Secondo questa impostazione, l’impresa decide secondo i suoi interessi, fa i progetti, li presenta e il comune ci mette sopra il timbro (anzi, neanche è più necessario quello, perché introduce, in relazione alle richieste delle imprese, il criterio del silenzio assenso).
Attraverso l’abrogazione di quella norma sulla servitù di elettrodotto (regio decreto 11 dicembre del 1933, n. 1775), da un lato si da uno strumento concreto di battaglia ai comitati che si battono contro la costruzione di nuove linee che non rispettino i criteri di tutela ambientale o che passano vicino alle abitazioni, dall’altro si da uno scossone contro la pretesa del governo di affossare la normativa di protezione contro l’elettrosmog e di impedire alle Regioni e ai comuni di tutelare con propri regolamenti l’ambiente e la salute.

5. Alcune domande sull’elettrosmog e il referendum

Se gli scienziati sono divisi e non esiste certezza sui danni dell’elettrosmog, non sarebbe meglio aspettare prima di intervenire con norme di protezione?

Non è vero che la comunità  scientifica è divisa. Il punto non è che esiste una controversia sui danni prodotti dall’elettrosmog. Ciò che ancora non è definito è il nesso di causalità . Si può citare, per riferirsi a documenti ufficiali degli Istituti pubblici, questo brano tratto da un documento dell’Istituto Superiore di Sanità : “Gli studi epidemiologici suggeriscono un’associazione tra l’esposizione residenziale a campi magnetici a 50 Hz, generalmente valutata in modo indiretto, e la leucemia infantile. Il nesso di causalità , tuttavia, non è dimostrata.”? Dire che i risultati di un’indagine non siano ancora conclusivi non vuol dire che siano contrastanti. La correlazione tra l’esposizione e il danno alla salute è dimostrata, quello che va ancora approfondito è il nesso biologico di causa ed effetto. La necessità  di agire è ammessa dallo stesso Istituto Superiore di Sanità  che scrive: “L’esistenza di margini di incertezza non viene negata, ma se ne tiene conto esplicitando il fatto che nella definizione degli standard si sta adottando un atteggiamento di tipo cautelativo. In campo ambientale infatti sono la regola e non l’eccezione le situazioni nelle quali i dati scientifici sono insufficienti per sostenere una conclusione, e nonostante questo una decisione va presa.”?

L’elettrosmog è conseguenza dello sviluppo tecnologico da tutti desiderato. Perché lamentarsi di conseguenze negative estremamente limitate a fronte di progressi tecnologici nelle telecomunicazioni così prodigiosi?

Non si tratta di impedire lo sviluppo delle tecnologie. Il punto del confronto non è quello. Il nodo dello scontro è impedire il “far west”? delle installazioni, ovvero porre delle regole e delle garanzie che tutelino gli interessi collettivi, primi fra tutti la salute e l’ambiente. D’altra parte, anche per altri fattori inquinanti si agisce nella direzione di porre dei vincoli e, perfino, delle limitazioni. Il fumo è causa di tumori ma non tutti coloro che fumano sicuramente si ammalano. Tuttavia sempre più rigidamente si approvano restrizioni (per esempio il divieto di fumare in luoghi pubblici) per salvaguardare la salute collettiva. Analogamente, per il traffico automobilistico, verificato che provoca inquinamento, si pongono dei limiti, superati i quali, vi è il blocco del traffico e, nelle città , le amministrazioni possono stabilire delle restrizioni alla libera circolazione delle autovetture. Per l’elettrosmog , deve avvenire lo stesso. Ferma restando la copertura della rete (e, ormai, il servizio di radiocomunicazione, sia televisivo che della telefonia cellulare, copre l’intero territorio), l’intensificazione del traffico, che è ciò che interessa oggi alle imprese, deve essere sottoposta alle condizioni, stabilite dalle normative nazionali, regionali e dai regolamenti comunali, che la pubblica amministrazione decide per garantire la salvaguardia della salute e dei beni ambientali e paesaggistici.

Perché un referendum sull’elettrosmog, che è un tema così controverso? Non era meglio affrontare altri temi di salvaguardia sanitaria e ambientale?

L’elettrosmog non è una questione marginale. Interessa tutto il Paese e permette di intervenire su un nodo nevralgico dello sviluppo e dell’uso delle tecnologie. Non è neanche vero che nel resto dell’Europa il problema non sia stato affrontato. In alcuni Paesi europei ( per esempio quelli del nord Europa, la Polonia, la Svizzera) esistono normative sull’elettrosmog che pongono limiti restrittivi e, anche negli altri Paesi non si assiste alla “deregulation”? italiana. Negli stessi USA, in un territorio enormemente più esteso dell’Italia, vi è un numero di antenne inferiore che nel nostro Paese. Sul tema dell’elettrosmog, inoltre, si è sviluppato un movimento, assai composito, di associazioni e comitati che si battono nei territori per contrastare l’installazione di infrastrutture che destano preoccupazione e per richiedere il risanamento delle situazioni più compromesse. Si tratta di un movimento spesso con scarsi collegamenti e a volte confuso, ma che parte dal basso ed esprime l’esigenza di regole che contrastino il liberismo selvaggio.
Il movimento referendario aveva proposto tre referendum: sull’elettrosmog, contro gli inceneritori di rifiuti e contro i pesticidi negli alimenti. Certamente, i tre referendum, assieme, avrebbero meglio rappresentato l’esigenza di una nuova politica contro l’inquinamento che avvelena l’ambiente e addirittura i cibi, prodotto dalla sciagurata politica neoliberista che il governo delle destre applica inesorabilmente. Malgrado tutti i referendum avessero raccolto il numero delle firme necessarie, la sentenza della Corte Costituzionale ha inspiegabilmente e ingiustamente bocciato i due quesiti sugli inceneritori e i pesticidi. Dovremo, quindi, anche attraverso il solo referendum rimasto, quello sull’elettrosmog, avere la capacità  di sollevare, oltre la questione specifica, il tema più generale di una svolta nelle politiche di salvaguardia ambientale e di tutela sanitaria dagli inquinamenti prodotti dalle politiche di liberalizzazione e privatizzazione.

Il quesito referendario propone l’abrogazione delle norme che permettono l’esproprio delle proprietà  per il passaggio degli elettrodotti. Non è un referendum a difesa della proprietà  privata? Non c’era da proporre un altro quesito in materia di elettrosmog più chiaro?

Rispondiamo subito alla seconda questione che viene posta. Il problema è che nel caso dell’inquinamento elettromagnetico vi è una carenza legislativa e che il governo delle destre, come detto prima, vuole affossare la legge esistente con l’emanazione di decreti che mettono limiti farsa e vuole eliminare i poteri delle regioni e dei comuni. Attraverso la questione della servitù di elettrodotto, quindi, si affronta il problema dell’elettrosmog, ovvero la necessità  o meno di una normativa di tutela. Il nostro impegno dovrà  consistere nel far comprendere il nesso tra la vittoria del referendum e la sconfitta del tentativo di affossare la legge e i regolamenti comunali e, contemporaneamente, far avanzare una nuova stagione di diritti anche in campo sanitario e ambientale contro la pretesa delle imprese di essere libere di inquinare (magari, dopo, approfittando delle sanatorie e dei condoni).
La domanda se il referendum alla fine non rischia di favorire la proprietà  privata dei terreni è più insidiosa in quanto tenta di aprire con i promotori una polemica, per così dire, “da sinistra”?. Anche qui, però, la questione può essere chiarita facilmente: l’imposizione di nuovi elettrodotti non risponde più all’esigenza di elettrificazione del Paese mentre favorisce il processo di deregolamentazione determinato dalla privatizzazione del settore energetico. In pratica, oggi si tratta di garantire gli allacci alle centinaia di centrali private che con la liberalizzazione vogliono essere imposte contro la volontà  degli abitanti dei territori. La stessa cosa accade per l’alta velocità . Si tocca, in tal modo, un nodo di fondo della selvaggia politica liberista delle destre: la privatizzazione dell’opera pubblica, il tentativo, cioè, attraverso i processi di privatizzazione e di deregolazione del governo del territorio, di utilizzare le norme pubbliche flettendole agli interessi privati delle imprese. Quindi, lo strumento referendario è utile alle associazioni e ai comitati per combattere quelle opere devastanti e può consentire di affrontare uno degli aspetti più pesanti che caratterizza il governo delle destre.
Ma, con il referendum, si affronta un altro nodo di fondo: la critica alle politiche di liberalizzazione. Facciamo un solo esempio, per far comprendere come, nel caso dell’elettrosmog, si sia scelto un meccanismo di liberalizzazione assolutamente selvaggia. Se si parla di liberalizzare il servizio ferroviario, nessuno è così folle da ritenere che più concessionari del servizio costruiscano proprie reti ferroviarie, si pensa che più concessionari possano utilizzare la medesima rete (quindi, che sugli stessi binari possano passare treni di differenti proprietari). Ugualmente, poteva essere pensato per le antenne di radiotrasmissione: separare la proprietà  delle infrastrutture (mantenendola pubblica) dal servizio (svolto da più concessionari in concorrenza). Aver permesso che a ogni concessionario corrispondesse una propria struttura di rete, porta alla moltiplicazione infinita di antenne e ripetitori che assediano le città , creano un impatto paesaggistico intollerabile e producono gravi preoccupazioni per i cittadini.
Il referendum sull’elettrosmog è, quindi, anche un’occasione per discutere del modello di sviluppo e delle scelte sciagurate imposte dalla politica di sfrenato liberismo.

LA FINE DELLA COMMISSIONE EDILIZIA: EUTANASIA O ACCANIMENTO TERAPEUTICO?

Per ricostruire la vicenda, v.:


ANNULLATE GLI ATTI DELLA COMMISSIONE EDILIZIA DEL 17 FEBBRAIO (clicca qui)


DISCUSSIONE NEL FORUM SUL TEMA COMMISSIONE EDILIZIA (clicca qui)
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Si insiste nel richiamo ad una disposizione del Regolamento edilizio comunale: «la commissione rimane in carica fino alla nomina di quella successiva» (art. 5, comma 21, del Regolamento edilizio comunale). A parte il rilievo banale che nella gerarchia delle fonti normative la legge è posizionata un gradino più in alto rispetto ai regolamenti, in questo caso il richiamo a quella disposizione del regolamento edilizio è del tutto fuori luogo, in quanto il suo scopo è unicamente quello di assicurare che vi sia continuità  in quello specifico settore dell’attività  amministrativa durante il periodo (di ipotetica vacatio) che va dalla cessazione della precedente commissione alla nomina della successiva commissione edilizia. Così non è, in questo caso. In primo luogo, la commissione edilizia è un organo puramente eventuale, non è indispensabile per legge: la sua decadenza o assenza non compromette in alcun modo lo svolgimento e l’espletamento regolare dell’azione amministrativa in campo urbanistico ed edilizio, trovando applicazione anche in questo caso l’art. 96 del Testo Unico degli Enti Locali secondo cui «le relative funzioni sono attribuite all’ufficio che riveste preminente competenza nella materia» (vale a dire, l’Ufficio Tecnico Comunale ed il suo Dirigente). In secondo luogo, non si è proceduto, nei tempi prescritti dalla legge e dallo stesso regolamento comunale, alla ricostituzione di una “successiva” commissione. Al contrario, in più occasioni la volontà  politico-amministrativa manifestata dall’attuale maggioranza di governo cittadino è stata nel senso di ritenere chiusa, con la scadenza naturale del 31 dicembre 2002, l’esperienza della Commissione edilizia nel nostro Comune. Non a caso all’ordine del giorno del consiglio comunale del 20 febbraio 2003, v’era agli atti la proposta di una deliberazione con cui si cancellava la Commissione Edilizia dall’elenco degli organi indispensabili del nostro Comune.
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LA LEGGE
(d.l. n. 293/1994, convertito nella l. n. 444/1994)
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Art. 2 (Scadenza e ricostituzione degli organi): «Gli organi amministrativi svolgono le funzioni loro attribuite sino alla scadenza del termine di durata per ciascuno di essi previsto ed entro tale termine debbono essere ricostituiti».
Art. 3 (Proroga degli organi. Regime degli atti): «1. Gli organi amministrativi non ricostituiti nel termine di cui all’articolo 2 sono prorogati per non più di quarantacinque giorni, decorrenti dal giorno della scadenza del termine medesimo. 2. Nel periodo in cui sono prorogati, gli organi scaduti possono adottare esclusivamente gli atti di ordinaria amministrazione, nonché gli atti urgenti e indifferibili con indicazione specifica dei motivi di urgenza e indifferibilità . 3. Gli atti non rientranti fra quelli indicati nel comma 2, adottati nel periodo di proroga, sono nulli».
Art. 4 (Ricostituzione degli organi): «1. Entro il periodo di proroga gli organi amministrativi scaduti debbono essere ricostituiti. 2. Nei casi in cui i titolari della competenza alla ricostituzione siano organi collegiali e questi non procedano alle nomine o designazioni ad essi spettanti almeno tre giorni prima della scadenza del termine di proroga, la relativa competenza è trasferita ai rispettivi presidenti, i quali debbono comunque esercitarla entro la scadenza del termine medesimo».
Art. 6 (Decadenza degli organi non ricostituiti. Regime degli atti. Responsabilità ): «1. Decorso il termine massimo di proroga senza che si sia provveduto alla loro ricostituzione, gli organi amministrativi decadono. 2. Tutti gli atti adottati dagli organi decaduti sono nulli. 3. I titolari della competenza alla ricostituzione e nei casi di cui all’articolo 4, comma 2, i presidenti degli organi collegiali sono responsabili dei danni conseguenti alla decadenza determinata dalla loro condotta, fatta in ogni caso salva la responsabilità  penale individuale nella condotta omissiva».
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LA GIURISPRUDENZA
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«È infondata la questione di legittimità  costituzionale degli art. 3 e 6 d.l. 16 maggio 1994 n. 293, convertito, con modificazioni in l. 15 luglio 194 n. 444, nella parte in cui comminano, rispettivamente, la nullità  degli atti esorbitanti dall’ordinaria amministrazione, emanati dagli organi collegiali scaduti durante il periodo di proroga “ex lege” e la nullità  di tutti gli atti, di qualunque natura, emanati dopo la cessazione del periodo di proroga, in riferimento agli art. 117 e 118 cost.».
«Gli art. 3 e 6 d.l. 16 maggio 1994 n. 293 convertito dalla l. 15 luglio 1994 n. 444 che stabiliscono la nullità  degli atti degli organi collegiali scaduti, costituiscono principi fondamentali dell’ordinamento, che vincolano le regioni; pertanto, è infondata la questione di legittimità  costituzionale dei citati articoli, per violazione degli art. 117, 118, 121-123 cost. nella parte in cui abrogano le norme della l. reg. Calabria 5 agosto 1992 n. 13, che hanno regolato la materia in modo diverso ed assoggettato al nuovo regime sanzionatorio gli atti degli organi collegiali scaduti, finché la regione non abbia adeguato la propria normativa ai principi fondamentali recati dalla legge statale».
[Corte Costituzionale, 30 dicembre 1994, n. 464 (pubblicata in Foro it., 1995, I, 1106)]
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«La regola della c.d. “prorogatio” a tempo indeterminato non può essere ritenuta rispondente ad un principio di carattere generale insito nell’ordinamento, cui dovrebbe addirittura attribuirsi valore costituzionale in relazione all’indefettibilità  di certe funzioni pubbliche per assicurare la continuità  dell’esercizio di queste. Diversamente, infatti, da quanto spesso si ritiene con opinione tralatizia, dal complesso normativo vigente, non è possibile desumere che quella della c.d. “prorogatio” di fatto, incerta nella sua durata, costituisca regola valevole in generale per gli organi amministrativi».
«Se è previsto per legge che gli organi amministrativi abbiano una certa durata e che quindi la loro competenza sia temporalmente circoscritta, un’eventuale “prorogatio” di detto “sine die” – demandando all’arbitrio di chi ne debba provvedere alla sostituzione di determinare la durata pur prevista a termine dal legislatore ordinario – violerebbe il principio della riserva di legge in materia di organizzazione amministrativa, nonché quelli dell’imparzialità  e del buon andamento».
[Corte Costituzionale, 4 maggio 1992, n. 208 (pubbl. in Foro it., 1993, I, 59)]
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«Ai sensi dell’art. 8 comma 2 d.l. 16 maggio 1994 n. 293, conv. dalla l. 15 luglio 1994 n. 444, è legittimo ed efficace il provvedimento di annullamento adottato dalla commissione di controllo sugli atti della Regione in regime di proroga di fatto temporalmente limitata, giacché la sanzione della nullità  è prevista dalla detta norma per gli atti adottati dagli organi decaduti, e non da quelli scaduti.»
[T.A.R. Calabria – Catanzaro, 18 giugno 1999, n. 795 (pubbl. in TAR, 1999, I,3646)]
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«Va censurata la mancata ricostituzione degli organi della gestione finanziaria della stazione zoologica “Antonio Dohrn” di Napoli nei termini di legge, in quanto si pone in contrasto con la normativa concernente la materia (d.l. 16 maggio 1994 n. 293, conv. con la l. 15 luglio 1994 n. 444) secondo cui gli organi scaduti sono prorogati per non più di 45 giorni – tanto che sono comminate – sanzioni nei confronti sia dei titolari della competenza alla ricostituzione degli organi stessi sia degli atti adottati decorso il termine massimo di proroga
[Corte Conti, sez. contr., 8 luglio 1997, n. 28 (pubbl. in Riv. corte conti, 1997, 5, 78)]
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IL (banale) COMPUTO DEI TERMINI DELLA PROROGA DI LEGGE
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Si insiste ancora a richiamare il 6 gennaio 2003, data – a dire di qualcuno – da cui dovrebbe essere computato il termine massimo di proroga (45 giorni) previsto dalla legge. Non so cosa rappresenti questa data, quale valore concreto o simbolico abbia per la Città  e per l’ente comunale. Interpretando al meglio le parole sussurrate, pronunciate e scritte, si è indotti a capire che si voglia far riferimento alla data di insediamento (prima riunione!) della commissione edilizia, vale a dire il triennio in carica della commissione decorrerebbe dal 6 gennaio 2000, con scadenza 5 gennaio 2003. Comprendo lo sforzo di salvare il lavoro svolto dalla Commissione nella seduta del 17 febbraio 2003, ma – ammettendo che così sia, ma non è! – la scadenza della commissione in proroga si dovrebbe far risalire al 19 febbraio. Mi domando allora: perché il Dirigente dell’Ufficio Tecnico in un nota indirizzata al Sindaco chiedeva che la commissione beneficiasse della proroga dei 45 giorni con scadenza 17 febbraio? Perché negli uffici tutti, ma davvero tutti, davano il 17 come ultimo giorno della commissione? Perché lo stesso Dirigente in un nota scritta di risposta ad un consigliere comunale di minoranza affermava che la commissione scadeva il 17 febbraio?
La questione è, in verità , semplice, anzi banale.
La deliberazione consiliare di nomina della commissione è divenuta esecutiva il 31 dicembre 1999. Dal 1° gennaio 2000 e per tre anni, la commissione è stata in carica: né un giorno in più, né in giorno in meno. Far decorrere il triennio dalla prima riunione della commissione è un escamotage fantasioso, ma ridicolo, con tutto il rispetto con chi l’ha ideato. È come se si dicesse che il Sindaco è in carica non dalla proclamazione della sua elezione, ma dal momento in cui si è seduto fisicamente sulla poltrona di Sindaco!
A mero titolo esemplificativo, vale quanto ha precisato TAR Lazio-Latina, 29 marzo 1984, n. 140 (pubbl. in TAR, 1984, I, 1215):
«Il consiglio comunale non può procedere alla revoca dei membri designati per la partecipazione ad organi od enti pubblici prima della scadenza del mandato, in quanto normalmente i soggetti designati devono permanere in carica per tutto il periodo di durata dell’organo del quale sono chiamati a fare parte (e ciò anche se l’organo non sia stato ancora insediato, perché la posizione di “status” di chi riveste pubbliche funzioni deriva unicamente dall’atto di nomina, a prescindere dall’effettiva immissione nell’esercizio delle funzioni stesse)».
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– Enzo Colonna
consigliere comunale

LEGAMBIENTE: III Corso antincendio boschivo 2003

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LEGAMBIENTE ALTAMURA

III CORSO ANTINCENDIO BOSCHIVO 2003

Il gruppo di Protezione Civile, Legambiente Altamura, in considerazione della opportunità  di migliorare le proprie capacità  operative, di incrementare la partecipazione dei Volontari nelle attività  di protezione civile e nel caso specifico degli interventi di previsione, prevenzione ed intervento antincendio boschivo nell’istituendo parco nazionale dell’Alta Murgia, organizza il III corso di formazione per attività  di Antincendio Boschivo e Campestre nelle aree protette.

Il corso è articolato, mediante il seguente programma, in lezioni teoriche e pratiche, e comporterà  la disponibilità  (concordata) dei partecipanti alle possibili operazioni di avvistamento ed intervento antincendio per il periodo estivo.
Ai partecipanti saranno rilasciati: un attestato di partecipazione, una carta dettagliata dell’Alta Murgia e un manuale A.I.B. contenente alcune regole da seguire in caso di incendio.
Coloro che vorranno, potranno iscriversi al gruppo comunale di Protezione Civile, quindi partecipare all’attività  di avvistamento e spegnimento durante il periodo estivo.
L’associazione fornisce, infine, la copertura assicurativa per tutti i volontari.
Le lezioni si terranno presso la sede di Legambiente in via Andrea Doria n° 16

Il corso sarà  articolato sulle seguenti tematiche:
-· La legislazione in materia di incendi boschivi.
-· La diversa sensibilità  delle aree protette, il Parco dell’Alta Murgia.
-· Gli incendi boschivi: cause, effetti, dati statistici, natura del bosco, essenze boschive, climatologia e meteorologia.
-· Misure di prevenzione: pulizia del sottobosco, sentieri tagliafuoco, invasi d’acqua, sensibilizzazione dei Cittadini.
-· Sistemi di spegnimento più diffusi: strategie di attacco, spegnimento da terra e da cielo, attrezzature ed automezzi.
-· Controllo del territorio: avvistamento, allarme, pattugliamento e vedette.

– Martedì 6 maggio ore 17.00
Introduzione, la protezione civile, il ruolo delle istituzioni, il volontariato nella lotta agli incendi boschivi. Dott. Lobosco – disaster manager e resp. Protezione Civile di Altamura

– Venerdì 9 ore 17.00
Gli incendi boschivi, cause antropiche, aree sensibili, chi interviene, come si interviene. Corpo forestale dello Stato – dott. Lionetti

– Martedì 20 ore 17.00
La normativa in materia di accensione di fuochi e di incendi boschivi. Corpo forestale dello Stato – ing. Giove

– Mercoledì 21 ore 17.00*
Pratica, montaggio mezzo antincendio, attrezzature di gruppo, collegamenti radio, dotazione individuale.

– Giovedì 22 ore 17.00
I rapporti con le altre istituzioni, gli interventi del Corpo dei vigili del fuoco – Vigili del Fuoco

– Martedì 27 ore 17.00*
Pratica, caricamento acqua, simulazione, presa da pozzo, etc – Vigili del Fuoco

– Mercoledì 28 ore 17.00*
Pronto soccorso, sicurezza individuale e di gruppo

– Giovedì 29 ore 17.00*
Esercitazioni di guida fuori strada TSK e camion 4×4

– Sabato 7 giugno ore 17.00
Esercitazione pratica, verifica disponibilità , turni, chiusura.

* Lezioni che si terranno fuori sede.

Il Corso della durata di 30 ore complessive si terrà  presso la sede Legambiente in via Andrea Doria, 16 (nei pressi del mercato del pesce di piazza Castello) e sarà  aperto ad un massimo di 20 Volontari.

Responsabile del corso è Castoro Vito; docenti: Pio Acito, Natrella, Lobosco, Giove, Lionetti, ufficiali e responsabili dei VV.FF

A partire dal 16 giugno il Gruppo di Protezione Civile, Legambiente Altamura, sarà  operativo per la campagna antincendio della stagione estiva 2003.

Per informazioni o chiarimenti
tel.: 335 7224179,
e-mail: legambiente_altamura@yahoo.it

La Democrazia totalitaria

Caro Direttore,
le motivazioni date per la guerra all’Iraq sono state cambiate più volte in corsa.
Prima era che Saddam non avrebbe mai accettato le ispezioni, ma quelle le ha accettate, poi che non avrebbe mai permesso a Blix e ai suoi di entrare nei «tenebrosi palazzi imperiali» e il raìs di Baghdad si è lasciato frugare persino nel frigorifero, quindi gli americani hanno sostenuto che, ispezioni o no, Saddam quelle «armi di distruzione di massa» ce le aveva di sicuro e che quindi non ciurlasse nel manico perché lo sapevano benissimo che c”šerano. Per forza, verrebbe da dire, glieli avevano forniti loro il nervino e l”šantrace, in combutta con altri Paesi occidentali e con la Russia.
Glieli avevano forniti perché li usasse prima contro gli iraniani di Khomeini – che allora era «il Male» di turno perché, a differenza di Saddam, all”šepoca «laico» e socialisteggiante, non stava nella logica e nello schema del biimperialismo sovieto-americano, osava non essere né capitalista né marxista, orrore – e poi contro i curdi in rivolta divenuti insidiosi per l”šalleata Turchia. Infine, poiché quelle armi non sono state comunque trovate nonostante i marines avessero setacciato l”šIraq in lungo e in largo, la giustificazione ufficiale è diventata che era necessario, giusto e morale abbattere un dittatore sanguinario e criminale ed esportare gloriosamente la democrazia in Medio Oriente.
Ebbene, se questa fosse davvero la motivazione della guerra all”šIraq, se le nostre opinioni pubbliche credessero sul serio che è un dovere morale dell”šOccidente (termine già  in sé sinistro, che evoca l”šEurasia e l”šEstasia del «1984» di Orwell) abbattere con le armi le dittature, le teocrazie, i regimi tradizionali e tribali e insomma tutto ciò che non è democrazia, la riterrei la più agghiacciante delle motivazioni, più che se dicessimo che abbiamo occupato, pardon «liberato», Baghdad per il petrolio e per il colossale business della cosiddetta ricostruzione che mistifica come aiuto ciò che è invece un”šulteriore rapina.
Ci metteremo allora a fare guerre «di liberazione» alla Siria, come già  si minaccia, e poi all”šIran, all”šArabia Saudita, alla Giordania, all”šEgitto, al Pakistan, alla Cina, a Cuba e in seguito alle democrazie imperfette, alla Russia, al Venezuela e, perché no, anche all”šItalia dove il capo del governo controlla l”šintero sistema televisivo nazionale, come Saddam Hussein, e molto di più dell”šautocrate Milosevic che pur siamo andati ad abbattere con le armi, senza l”šavallo dell”šOnu e in spregio di ogni norma di diritto internazionale, a cominciare da quella, fino ad allora mai messa in discussione, che vieta l”šingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano, sempre in nome, va da sé, della democrazia e dei «diritti umani» (anche «umano» e «umanitario» stanno diventando termini inquietanti, che mettono in allarme come li si sente nominare)?
Ma, a parte questo, è lo stesso voler portare la democrazia ovunque, con le cattive ma anche con le buone, che è rabbrividente. Perché è una concezione totalizzante e totalitaria della democrazia, che somiglia molto a una dittatura universale. Non rispetta le tradizioni, il vissuto, i percorsi di popoli che hanno una storia che non ha nulla a che fare con la nostra e che si sono dati assetti politici diversi dalla democrazia ma non, necessariamente, meno rappresentativi. Qualcuno vorrà  forse sostenere che i Taleban, che avevano il consenso, sia pur non espresso con i metodi elettorali di tipo occidentale, ridicoli e addirittura grotteschi in una realtà  tribale, di tutte le zone rurali dell”šAfghanistan, e cioè dell”š80% della popolazione, fossero meno rappresentativi del governo «democratico» del Quisling Karzai, consulente da anni dell”šamericana Unocal, che controlla a malapena, nonostante l”šappoggio delle truppe di occupazione chiamate, anche qui, «forze di liberazione» o di «peace keeping», Kabul e qualche città ? Ma i Taleban erano «brutti, sporchi e cattivi», non erano democratici, imponevano il burqa (per la verità  da quelle parti usava da sempre), avevano una concezione della dignità  femminile diversa da quella che se ne ha in Occidente, dove la donna viene esposta e venduta, nelle Tv, nelle pubblicità , al cinema, a pezzi e bocconi come i quarti di bue in macelleria, non mettevano al primo posto l”šeconomia ma il Corano, e quindi andavano abbattuti e il loro Paese spianato da bombe da dieci tonnellate. Ecrases l”šinfame!
Ma a parte la democraticità  e la rappresentatività  o meno di questi o di quelli, ogni popolo dovrebbe conservare almeno l”šelementare diritto di filarsi da sé la propria storia, senza palesi supervisioni che vengono da migliaia di chilometri e da secoli di distanza. E invece questa concezione totalitaria della democrazia non rispetta, in nome di astrazioni, l”šaltro da sé, il diverso da sé. Rispetta e concepisce solo se stessa. È questo che ho chiamato «il vizio oscuro dell”šOccidente», che viene da lontano, da molto lontano. Soffia, potente, non più in Europa ma sull”šintero pianeta, lo spirito della Rivoluzione Francese, l”š«esprit de géométrie», lo spirito dell”šastrazione, dell”šomologazione, della violenza ideologica, del giacobinismo. Lo spirito della ghigliottina. Ma noi la chiamiamo, disonorandola, democrazia.

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se vuoi leggerlo online:
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=EDITO&TOPIC_TIPO=E&TOPIC_ID=25186

Laboratorio interculturale Tecla

A partire dal 3 Maggio ad Altamura si svolgerà  un nuovo laboratorio del progetto TECLA. Si tratta di un laboratorio permanente di educazione interculturale che mira alla integrazione delle diverse culture presenti nella nostra città . Tutti i bambini che vivono ad Altamura, qualunque sia la loro origine, potranno divertirsi imparando a conoscere le culture degli altri. A TECLA c’è il tempo di fare amicizia attraverso il gioco, le fiabe, il disegno, il teatro e tanto altro.

TECLA è aperto a bambini di tutto il mondo: italiani, albanesi, tunisini, marocchini, polacchi, serbi…. L’unica cosa di cui c’è bisogno è la voglia di divertirsi e imparare. I bambini dovranno ricostruire la versa storia di Zorzo, un uomo ingiustamente esiliato chem dopo tanti anni, torna ad Altamura per ristabilire la verità . Un gruppo internazionale di animatori-investigatori, composto da Franà§ois, Sarah, Sylvie e Chiara, ricostruiranno le tappe della vita di Zorzo in giro per il mondo. Alla fine racconteranno la vera storia di Zorzo a tutta le città  con uno spettacolo e con un libro.

Il laboratorio si sovlgerà  due giorni a settimana per tutto il mese di maggio, dalle 16 alle 19. Dal 3 al 10 giugno il laboratorio si svolgerà  nelle stesse ore tutti i pomeriggi. Dall’11 al 14 giugno ci sarà  un campo finale per la preparazione dello spettacolo di presentazione alla città , che si terrà  il 14 giugno.
Tutti i partecipanti saranno coperti da assicurazione per tutta la durata del progetto.
Ai partecipanti sarà  richiesta una quota di partecipazione di 20 euro che comprende l’assicurazione, i trasporti, il vitto e l’assoggio durante il campo.
Per informazioni e iscrizioni, entro il 28 aprile:

Cooperativa Sinergie
piazza Municipio, 11
70022 Altamura
sinecoop@libero.it
www.youthcountry.org
tel/fax +39 080 314 84 00