Chi fa la guerra NON va lasciato in pace

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Indice degli argomenti

Chi fa la guerra NON va lasciato in pace
Invitandovi a contestare la “guerra globale, militare – economica – sociale”
in tutte le iniziative di movimento, reti e associazioni (dalle
manifestazioni al sostegno del tavolo per la solidarietà  promosso da “Un
ponte per .” www.unponteper.it), vi segnaliamo alcune iniziative specifiche
(ricordandovi che le iniziative sono consultabili su
www.fermiamolaguerra.it)

1 – Le nostre giornate a Baghdad, una guerra ai bambini, non a Saddam
Rapporto della “Asian Peace Mission” in Iraq, 13-18 marzo 2003
Traduzione a cura di Daniele Migrino e Andrea Grechi (Traduttori per la
Pace)

2 – Il monopolio della realtà 
di PierPaolo Ascari (ATTAC Modena)
Questo articolo è stato scritto poche ore prima dell’attacco

3 – La salvaguardia dell’egemonia: prima l’Iraq, poi l’Iran.
Intervista del Wochenzeitung (Zurigo) del 06 marzo a Michel Chossudovsky
Traduzione a cura di Silvia Necco

4 – Diecimila soldati Usa nella Repubblica Dominicana: un altro fronte di
guerra
di Pascual Serrano
Un accordo tenuto accuratamente segreto stabilisce l’ingresso di diecimila
soldati degli Stati Uniti nel territorio della Repubblica Dominicana tra il
primo gennaio e il 31 marzo di quest’anno. Così è stato rivelato dal
principale partito della sinistra domenicana, Fuerza de la Revolucion.
Traduzione a cura di Andrea Pieralli

5 – Il Wto collassa sotto la sua stessa ambizione
di Nicole Bullard (Focus on Global South)
Appena un anno dopo che i paesi industrializzati avevano annunciato
trionfantemente il lancio del “ciclo di sviluppo di Doha” nei negoziati
commerciali, il WTO sta collassando sotto il peso delle sue stesse
ambizioni.
Traduzione a cura di Paola Albergamo

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Chi fa la guerra NON va lasciato in pace
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Invitandovi a contestare la “guerra globale, militare – economica – sociale”
in tutte le iniziative di movimento, reti e associazioni (dalle
manifestazioni al sostegno del tavolo per la solidarietà  promosso da “Un
ponte per .” www.unponteper.it), vi segnaliamo alcune iniziative specifiche
(ricordandovi che le iniziative sono consultabili su
www.fermiamolaguerra.it)

“Fuori la guerra dalla spesa”
La lista dei prodotti da boicottare per fermare la guerra all’Iraq
Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, tra i fondatori della Rete Lilliput e
diretto da Francuccio Gesualdi, autore della Guida al Consumo Critico edita
dalla EMI, rende nota una lista di prodotti, statunitensi e non, da
boicottare per fermare la guerra all’Iraq.
Per Francuccio Gesualdi, “non possiamo essere complici di questa guerra, noi
cittadini/consumatori possiamo usare l’arma potente e pacifica del
boicottaggio. Il responsabile ultimo della guerra all’Iraq è George W. Bush
perché è lui che ha impartito l’ordine d’attacco. Ma Bush sa che da solo non
andrebbe da nessuna parte. Per portare avanti i suoi folli progetti,
infatti, ha bisogno di denaro e consenso. Dunque se vogliamo indebolire
Bush, dobbiamo colpire chi lo finanzia”.
Un mezzo per ottenere questo risultato è il boicottaggio delle imprese
americane che hanno contribuito alla campagna elettorale di Bush e/o che
forniscono beni all’esercito americano. “Per una maggiore efficacia di
azione – prosegue Gesualdi – consigliamo di concentrare il boicottaggio sui
seguenti prodotti chiave, oltre che sostenere il boicottaggio contro la Esso
[ www.greenpeace.it/stopesso ]”.
Ecco la lista, redatta dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, realizzata
sulla base delle informazioni raccolte nell’ambito dell’aggiornamento della
Guida al Consumo Critico ed. 2003.
* Sottilette Kraft – latticini – Altria
* Liebig – maionese e salse varie – Campbell
* Coca Cola – bibite – Coca Cola
* Soflan – detersivo – Colgate Palmolive
* Del Monte – banane – Fresh Del Monte
* Dole – banane – Dole
* Tenderly – carta assorbente – Georgia Pacific
* Mare Blu – tonno e sardine – Heinz
* Carefree – assorbenti e tamponi – Johnson & Johnson
* Anitra WC – detersivo – Johnson Wax
* Kellogg’s – cereali prima colazione – Kellogg
* Scottex – carta assorbente – Kimberly – Clark
* M&M’s – cioccolatini – Mars
* Gatorade – bevanda dietetica – Pepsi Cola
* Linex – assorbenti e tamponi – Procter & Gamble
* Badedas – bagnoschiuma e shampoo – Sara Lee

Una notizia di pace al giorno, leva la guerra di torno?
Vi segnaliamo il quotidiano virtuale sulla guerra realizzato dal gruppo
Comunicazione del Forum Sociale Europeo, da stampare attaccare e diffondere
ovunque (come un giornale murale o da distribuire)
L’indirizzo a cui potete scaricarlo e diffonderlo è
http://213.136.155.105/
ciccate sulla scritta “15febbra1o”
Ogni giorno – forze permettendo – un volantino/manifesto/murale/ da leggere
on-line, anche, ma soprattutto da stampare, duplicare, diffondere,affiggere
distribuire ai cortei, alle tende della pace, alle scuole, nelle buche delle
lettere del vostro condominio.
Per questo è in versione grande (A3) e piccola (A4), a colori e in grigio,
con un agenda nazionale o con uno spazio vuoto per metterci le iniziative
locali.
Urgono collaboratori!
per collaborare alla redazione: pizzo@carta.org
per collaborare alla realizzazione/impaginazione (necessari QuarkXPress ed
Acrobat) carlo@sconfini.net

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1 – Le nostre giornate a Baghdad, una guerra ai bambini, non a Saddam
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Rapporto della “Asian Peace Mission” in Iraq, 13-18 marzo 2003

Per giustificare la guerra all’Iraq, gli USA sono passati dall’affermazione
che il paese detiene armi di distruzione di massa e nasconde terroristi,
all’affermazione che il suo presidente è un tiranno brutale, che deve essere
deposto per “liberare” il popolo irakeno.
La prima di queste ragioni è ben poco fondata, visto che le sue
argomentazioni sono basate su documenti falsificati, dossier artefatti e
notizie di intelligence gonfiate. Addirittura Hans Blix, il capo degli
ispettori ONU, ha accusato gli USA di fabbricare l’evidenza; persino la CIA
e l’FBI hanno protestato contro le distorsioni apportate ai propri report di
intelligence.
E’ evidente che le ispezioni dell’ONU hanno portato il paese a disarmare, e
continuano a farlo; non c’è nessuna ragione per fermarle ora.

Una Missione asiatica di Pace, composta di esponenti della società  civile e
parlamentari, si è recata in Iraq non solo per esprimere solidarietà , ma
anche per constatare in prima persona le condizioni reali degli iracheni e i
possibili effetti di una guerra sulla popolazione.
La missione è stata guidata da Loretta Ann Rosales, presidente della
commissione per i diritti umani del Parlamento delle Filippine. Tra i
membri: Hussin Amin, sempre del Parlamento filippino, in rappresentanza
della provincia di Sulu, probabile nuovo bersaglio di un attacco USA; Dita
Sari, dirigente sindacale indonesiana e insignita del prestigioso
riconoscimento Magsaysay; Walden Bello, direttore generale di “Focus on
Global South”, un centro di ricerca e di supporto alle politiche regionali
con uffici a Manila, Mumbai e Bangkok; e Zulfiqar Ali Gondal, membro
dell’Assemblea Nazionale Pakistana.

La delegazione è uscita dall’Iraq qualche ora dopo la scadenza
dell’ultimatum, convinta di almeno una cosa: questa non sarà  una guerra
contro Saddam Hussein. Questa sarà  una guerra contro il popolo iracheno,
metà  del quale è composto da bambini. I bambini soffrono per una guerra
continua, fatta sotto la maschera delle sanzioni economiche, e le loro
sofferenze verranno solo aumentate da un ulteriore conflitto.
Inoltre, l’affermazione spesso ridimensionata, eppure altrettanto spesso
ripetuta, della similitudine tra Saddam Hussein e Adolf Hitler, mirata a
rafforzare l’impressione della minaccia arrecata dall’Iraq, e quindi per
giustificare la guerra, non regge. La Germania, ai tempi di Hitler, era la
nazione industrialmente più avanzata del mondo. I membri della missione
hanno constatato che l’Iraq, a prescindere dalla descrizione che ne fanno
gli iracheni, è un paese effettivamente in ginocchio, un paese devastato.

Sono queste le persone che volete uccidere?
Il gruppo è arrivato a Damasco giovedì 13 marzo ma, dopo ore di attesa
all’aeroporto, è riuscito a muoversi verso Baghdad soltanto venerdì sera.
Dopo il ricevimento da parte del rappresentante del parlamento irakeno,
nella mattinata del 15 marzo la missione si è subito diretta all’ospedale
infantile Al Mansour, per vedere da vicino alcuni degli effetti nefasti
provocati dall’embargo ancora in vigore nel paese.
Nel periodo immediatamente successivo alla prima guerra del Golfo, nel 1991,
gli USA, sotto l’egida dell’ONU, hanno proibito le importazioni in Iraq di
tutti i prodotti che potevano essere utilizzati nella costruzione di armi di
distruzione di massa. Nei fatti, ciò ha significato l’impossibilità  di
fornire a migliaia di bambini malati le cure e i medicinali necessari.
Secondo l’ONU, più di mezzo milione di bambini sono morti per diretta
conseguenza delle sanzioni economiche.
All’ospedale, la missione di pace ha visitato Salah, un paziente di cinque
anni malato di leucemia, che attende semplicemente di morire. La sua vita
avrebbe potuto essere salvata se si fosse sottoposto alla radioterapia, ma
le sostanze chimiche necessarie sono tra quelle che, secondo gli USA,
potrebbero servire a produrre armi nucleari, e quindi non sono a
disposizione dei medici. I casi di cancro sono aumentati notevolmente dopo
gli attacchi americani all’uranio impoverito condotti durante la prima
guerra del Golfo.
La missione ha poi incontrato Murtazan, un bambino di tre anni colpito da un
linfoma, che potrebbe sopravvivere se le cure continueranno, cosa molto
incerta vista l’arbitrarietà  e i ritardi cui sono sottoposte le richieste di
medicinali.
Secondo il dottor Murtada Hassan, la mancanza di medicinali è stata una
catastrofe per i bambini iracheni. Prima dell’inizio delle sanzioni, nel
1989, la mortalità  dei bambini sotto i cinque anni era di 56 su 1000. Nel
1999, questa cifra è più che raddoppiata, fino a 131 su 1000. Solo
nell’ospedale del dottor Hassan muoiono due o tre bambini ogni settimana per
varie tipologie di cancro e relative complicazioni.
“Quando vado nel reparto a visitare i pazienti sono davvero affranto”, ha
detto il dottore ai membri della missione, “perché non posso fare nulla in
mancanza di medicinali adeguati”.
Il dottor Hassan, che non può nemmeno permettersi di comprare libri di
medicina aggiornati, e tanto meno partecipare a conferenze mediche
internazionali, ha guidato i membri della missione nell’ospedale. La
pressione economica dovuta all’embargo, spiega, ha portato al deterioramento
delle strutture ospedaliere. Degli otto ascensori, solo due funzionano. Non
c’è collegamento a Internet.
Solo un numero limitato di condizionatori d’aria sono disponibili, e molte
delle camere dell’ospedale diventeranno insopportabilmente calde durante
l’estate, quando la temperatura sfiorerà  i 60°. E Al Mansour è uno dei
migliori ospedali, negli altri le condizioni sono di gran lunga peggiori.
Il dottore fa osservare come gli USA, tramite l’utilizzo dell’uranio
impoverito, hanno provocato malattie a migliaia di bambini iracheni. Ora,
con le sanzioni, impediscono le loro cure e, di fatto, assicurano loro una
morte certa e dolorosa.
Dopo aver incontrato i bambini in punto di morte nel reparto di oncologia,
la missione è stata portata nella stanza “artistica” dell’ospedale, dove il
dottor Hassan ha fatto vedere i dipinti e i manufatti dei bambini ormai
morti. Appese al muro, le foto dei piccoli pazienti iracheni, corredate
dalla domanda: “Mr Bush, sono queste le persone che lei vuole uccidere?”.
A un certo punto il dottore ha preso alcune foto dagli scaffali, dicendo:
“questo lo abbiamo perso la scorsa settimana, quest’altro un mese fa”.

Abbastanza sano per morire
La missione di pace si è recata in seguito agli uffici dell’UNICEF di
Baghdad, dove un rappresentante dell’organizzazione, il dottor Carel de
Rooy, ha illustrato la situazione dei bambini iracheni tracciando
un’immagine a dir poco atroce e desolante.
L’Iraq ha uno dei più elevati tassi di mortalità  infantile al mondo.
Nell’ultimo decennio ha avuto il più alto tasso di crescita della mortalità ,
maggiore anche dei paesi più poveri del mondo.
Tutto ciò, però, non costituisce una sorpresa, visto che l’incidenza delle
malattie prevenibili è aumentata di più del 100% dal 1990. Cinque milioni di
persone in Iraq non hanno accesso all’acqua potabile. Tra le donne, tre su
cinque sono anemiche. La percentuale dei bambini sotto i cinque anni che
risultano cronicamente malnutriti è, secondo le parole di de Rooy,
“assurdamente alta”.
De Rooy ha messo in evidenza come le sanzioni non solo siano da biasimare,
ma anche che “hanno provocato danni, danni tremendi”. Alla radice dei mali
iracheni, ha affermato, c’è l’embargo economico.
Di fronte alla guerra imminente, l’UNICEF si sta assicurando che gli
iracheni possano resistere almeno alle malattie causate dalla guerra stessa,
dice De Rooy. Se gli USA colpiscono, come già  fecero nel 1991, acquedotti e
fognature, gli effetti in termini di igiene e diffusione di malattie saranno
catastrofici.
Ciò che l’UNICEF sta facendo, in poche parole, e considerata l’elevata
possibilità  di epidemie, è assicurare che i bambini siano abbastanza sani
nel momento della morte.

Il vero terrorismo
Dopo aver visitato i malati e i morenti, la missione si è recata a visitare
i morti.
Nel febbraio del 1991, mentre gli USA iniziavano a bombardare Baghdad, molte
famiglie si nascosero nei rifugi di Al-Amiriya nella speranza di
sopravvivere alla guerra. Gli spessi muri dell’edificio si rivelarono di
nessuna protezione.
Verso le quattro del mattino del 12 febbraio, una bomba lanciata dagli USA
cadde sul tetto dell’edificio, fece un buco di tre metri nel pavimento ed
esplose. 407 persone, per la maggior parte donne e bambini che dormivano,
morirono all’istante. Un numero del quale il Segretario di Stato USA Colin
Powell, a una domanda sulla quantità  di civili uccisi durante la guerra, si
disse “non particolarmente impressionato”.
Le immagini di alcune di queste 407 persone, vittime di un crimine di
guerra, sono oggi visibili sui muri delle stanze di Al-Amiriya, trasformato
in un museo che intende preservare il luogo come fu ridotto dai
bombardamenti. I muri sono ancora neri per la cenere e la fuliggine. I
grandi buchi sul soffitto e il pavimento sono oggi la maggiore attrazione
del luogo. Cavi e sbarre, ricurvi o spezzati, sono ancora arrotolati attorno
alle colonne. Scure e dense macchie di sangue marcano ancora il pavimento in
corrispondenza dei corpi delle vittime.
Nell’istante in cui la bomba esplose, una madre che stava cullando il
proprio bambino venne sbattuta violentemente contro la parete, lasciando
un’immagine visibile simile a una “Madonna col bambino” sullo sfondo nero
del muro.
“Questo è il vero terrorismo” ha detto un turista commosso alla vista delle
immagini dei corpi carbonizzati.
Verso sera, la missione ha fatto una visita di cortesia all’ex ambasciatore
in Germania e Francia, Abdul Razzaq Al Hashmi, il quale ha affermato che le
sanzioni e la minaccia di guerra hanno ridotto il paese a un enorme campo
profughi, dove la gente non fa altro che mangiare e dormire.

Più sicuri di sé
Il giorno successivo, 16 marzo, la missione si è recata in visita dal
ministro della sanità . Il dottor Umaid Mubarak ha rimarcato gli effetti
delle sanzioni e della guerra. Ha raccontato di come gli uffici del suo
ministero fossero tra quelli bombardati nella prima guerra come obiettivi
militari. Per qualche oscura ragione, anche farmacia e ambulatori vennero
distrutti.
Mubarak sottolinea ancora l’iniquità  e l’ingiustizia con cui sono state
applicate le sanzioni e gestito il programma “Oil for Food”. Secondo il
programma, l’Iraq poteva vendere il petrolio per acquistare generi di prima
necessità . Ma questi non sono decisi dall’Iraq, bensì da un comitato ONU
virtualmente controllato dagli USA.
L’Iraq può richiedere solo alcuni tipi di prodotti, include le medicine, le
quali sono sottoposte al giudizio di questo comitato. Una procedura non solo
tediosa, ma spesso anche capricciosa. Alcuni prodotti, ipoteticamente utili
per la costruzione di armi, ma assolutamente necessari per portare avanti
certe terapie mediche, sono stati negati. Circa 5,2 miliardi di dollari di
richieste per cibo e medicine, ottenuti dall’Iraq dalla vendita del
petrolio, devono ancora essere consegnati alla gente che ne ha un disperato
bisogno.
Nonostante ciò, riferisce Mubarak, la gente irachena non solo riesce ad
andare avanti, ma è diventata anche più fiduciosa in se stessa e
autosufficiente. “Siamo iracheni diversi da quelli del 1991”.

Come Tebaldo
All’università  di Baghdad, la missione ha visto con i propri occhi la
volontà  degli studenti di non lasciare entrare la guerra nella propria
educazione. Alla vigilia della guerra, i corsi continuavano come sempre. Gli
studenti affollavano i corridoi, giocavano a pallavolo e studiavano Romeo e
Giulietta di Shakespeare.
Il gruppo è entrato in una classe durante una lezione di letteratura inglese
ed ha parlato con quasi cinquanta studenti, per la maggior parte donne, per
chiedere loro cosa pensassero della guerra.
Gli studenti erano perfettamente al corrente di quali fossero le vere
ragioni di questa guerra. Conoscevano la loro storia. Per rispondere
all’affermazione di Bush secondo cui i bombardamenti sono necessari per
liberarli, uno studente dice: “E’ ciò che hanno detto, da secoli, tutti
quelli che volevano conquistare l’Iraq”.
Gli USA e i suoi alleati sperano che le sofferenze provocate dall’embargo e
dalla guerra convincano il popolo iracheno a ribellarsi contro Saddam
Hussein. Al contrario, non fanno che aumentare il consenso verso il regime.
Questo era del tutto evidente dal modo in cui tutti gli studenti
dichiaravano il proprio apprezzamento per Saddam e il disgusto per Bush. “E’
come Tebaldo” dice uno studente, riferendosi al personaggio di Romeo e
Giulietta.
Il professor Abdul Sattar Jawad dice che nonostante alcuni degli edifici
dell’università  siano stati bombardati nel 1991, lui e i suoi studenti
vedono ancora la scuola come un rifugio. Racconta di come uno studente abbia
discusso la sua tesi di dottorato proprio mentre le bombe cadevano sul resto
della città .
Jawad considera una pia illusione l’idea che la gente irachena corra nelle
strade e gioisca per l’arrivo dei liberatori a Baghdad. A suo avviso
l’embargo ha peggiorato notevolmente il sistema educativo, rendendo molto
difficile l’importazione di libri e impossibile la partecipazione a
conferenze internazionali.
Jawad, che insegna letteratura americana e autori come William Faulkner e F.
Scott Fitzgerald, sostiene che sta diventando sempre più difficile far
capire agli studenti la differenza tra cultura americana e aggressione
americana. Di fronte alla pioggia di bombe, chiede, “come posso convincere i
miei studenti che la cultura e la democrazia americana sono cose buone?”.
Egli ne è, tuttavia, convinto, e così sembrano i suoi studenti. Alla domanda
se i libri che studiano mostrino che gli USA siano intrinsecamente
aggressivi e violenti, la risposta unanime è “No”.
Tutti gli studenti sono d’accordo nel ritenere che l’unico modo per non
essere soverchiati dalla minaccia della guerra è quello di continuare ad
andare a scuola. Stare a casa, dicono, è già  un segno di disperazione e di
resa.

Solidarietà  internazionale
Dopo la visita all’università , la missione si è recata al Press Center del
ministero per l’Informazione, dove alcune emittenti internazionali si sono
accampate per monitorare la situazione a Baghdad. Durante la conferenza
stampa, alla presenza degli inviati di diversi media europei, canadesi e del
Medio oriente, la delegazione ha esposto gli obiettivi della missione in una
fase così critica come quella attuale.
Etta Rosales ha posto l’accento sulla necessità  di esprimere un forte
messaggio di solidarietà  inter-asiatica al popolo iracheno. Hussin Amin, dal
canto suo, ha ricordato il rischio che la provincia filippina del Mindanao,
da cui proviene, possa essere uno dei prossimi obiettivi dell’azione
militare statunitense. Zulfiqar Gondal ha risposto ad alcune domande sull’
atteggiamento del popolo pachistano verso la guerra. Dita Sari ha espresso
la solidarietà  degli indonesiani verso i fratelli musulmani che saranno
colpiti dall’intervento armato.
La conferenza stampa è stata trasmessa in serata dalla televisione di stato
irachena e da altre emittenti arabe, consentendo così il raggiungimento di
uno dei principali obiettivi della missione: far pervenire direttamente il
messaggio di solidarietà  asiatica al popolo iracheno nell’ora del bisogno.
Successivamente, alcuni componenti della delegazione hanno presenziato,
nella Piazza della Libertà  di Baghdad, alla cerimonia d’inaugurazione di un
gigantesco murale, opera del famoso artista coreano Choi Byung Soo. In
quella sede hanno avuto l’opportunità  di incontrare altre delegazioni di
pace provenienti da Messico, Giappone e Corea. A un certo punto, un uomo si
è avvicinato esprimendo, in un inglese incerto, la gratitudine degli
iracheni per la presenza della delegazione nella loro città .
La missione ha poi organizzato una Serata di Solidarietà  asiatica per
confrontarsi e discutere con i numerosi gruppi stranieri giunti a Baghdad
per opporsi alla guerra. Hanno così avuto modo di condividere impressioni,
pareri e progetti con pacifisti provenienti da un gran numero di paesi quali
Australia, Ucraina, Russia, Italia, Canada, Svezia, Corea del sud, Giappone,
Regno unito e Stati Uniti.
L’incontro è stato anche l’occasione per esprimere formale ringraziamento
alla preziosissima assistenza di Kathy Kelly, di “Voices in the Wilderness”,
l’organizzazione che ha fatto arrivare a Baghdad alcuni gruppi di cittadini
statunitensi, tra cui alcuni rappresentanti delle vittime dell’11 settembre;
a Han Sang Jin, dell’organizzazione coreana “Nonviolent Peaceforce”; a Wadah
Qasimy e Hasan al-Baghdadi, del ministero degli Esteri iracheno; a Fahdi
Hefashy, console onorario delle Filippine in Siria; e a Grace Escalante,
ambasciatrice filippina in Iraq.
Alcuni delegati stranieri hanno intenzione di rimanere in Iraq anche durante
la guerra. Ritengono di avere appena il 20% di possibilità  di sopravvivenza
in caso di conflitto. C’è chi è assolutamente determinato a posizionarsi
come “scudo umano” a protezione di obiettivi militari come ospedali, ponti,
centrali elettriche e impianti di trattamento idrico. Eventuali
bombardamenti di questi siti sarebbero da considerare come crimini di
guerra.

Evacuazione
Il programma della missione è stato discusso e organizzato in piena
autonomia dai componenti della delegazione – senza alcuna ingerenza da parte
delle autorità  irachene. In aggiunta, c’è stata l’opportunità  di interagire
con la gente della strada – tassisti, camerieri, funzionari statali,
negozianti, poliziotti, ecc.
Queste interazioni sono state assolutamente spontanee e casuali, e non
arrangiate a bella posta dagli strateghi del governo iracheno.
La notte del 16 marzo, nei locali del Palestine Hotel, dove soggiornavano i
membri della delegazione e numerosi giornalisti e pacifisti stranieri,
oggetto di tutte le conversazioni era l’ultimatum lanciato da Bush all’Onu e
a Saddam Hussein. Non pochi, tra i delegati che avevano deciso di restare,
si sono sciolti in lacrime nell’accomiatarsi da coloro che erano in
partenza.
Inizialmente la missione aveva previsto di restare fino alla notte del 17
marzo, eventualmente anche fino al 18, ma a quel punto il volo per Damasco
era già  stato cancellato. Il costo dell’eventuale noleggio di pulmini per
raggiungere la Siria via terra nel frattempo era più che triplicato, e la
possibilità  di accreditarsi come personale diplomatico o di agenzie dell’Onu
diminuiva di ora in ora, così come quella di trovare un iracheno disposto ad
accompagnarli, data la limitata disponibilità  di veicoli. L’evacuazione di
Baghdad era iniziata già  prima dell’arrivo della missione, ed aveva subito
un’accelerazione la notte del 16 marzo, in coincidenza con l’ultimatum
statunitense.
Per queste ragioni, nonostante la loro intenzione di proseguire la missione,
i membri della delegazione si sono visti costretti a fare i bagagli e a
partire la mattina seguente, anche per la pressante insistenza dell’
ambasciatrice filippina. Lungo la strada per Damasco, la missione ha
incontrato file di macchine con famiglie che si affrettavano a trasferirsi
in località  più sicure, e lunghe code alle stazioni di benzina.
Giunti in prossimità  del confine con la Siria, la missione ha fatto
conoscenza con un gruppo di volontari provenienti da Marocco, Algeria,
Palestina e Siria, che stavano entrando in Iraq per combattere gli Stati
Uniti e le truppe alleate.
Dopo un estenuante viaggio di 15 ore, la missione è giunta a Damasco il 18
marzo per poi partire alla volta di Manila, Giacarta e Karachi il giorno
seguente.
La delegazione ha promesso di farsi portavoce del messaggio proveniente dal
popolo iracheno nei rispettivi paesi di appartenenza. Questa non è una
guerra contro dei terroristi. Non è una guerra contro Saddam. E’ una guerra
contro il popolo iracheno, in particolar modo contro i bambini, che
costituiscono la metà  della popolazione.

I componenti della missione:
Loretta Ann Rosales, responsabile della missione, esponente del partito
Akbayan! al Parlamento filippino e presidente della Commissione per i
diritti umani;
Prof. Walden Bello, direttore generale di “Focus on the Global South”
(Mumbai, Bangkok, Manila);
Zulfiqar Ali Gondal, membro dell’Assemblea nazionale Pachistana;
Dita Sari, attivista sindacale indonesiana, insignita del prestigioso
riconoscimento Magsaysay nel 2001;
Hussin Amin, parlamentare filippino del primo distretto di Sulu
Jim Libiran e Ariel Fulgado, rispettivamente inviato e operatore del
programma d’inchiesta “The Correspondents”;
Herbert Docena, ricercatore di “Focus on the Global South”.

Traduzione a cura di Daniele Migrino e Andrea Grechi (Traduttori per la
Pace)

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2 – Il monopolio della realtà 
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di PierPaolo Ascari (ATTAC Modena)

Questo articolo è stato scritto poche ore prima dell’attacco

A questo punto e’ una questione di ore, poi i missili cominceranno a
fischiare. Missili convenzionali, missili cui manca qualche trascurabile
diottria, missili con una scritta divertente e liberatoria, “in culo a
Saddam” o ragazzate affini. Due o tre di questi missili rovineranno subito
sul Ministero dell’Informazione,, tranciando i cavi che permettono a Saddam
di cucinare le notizie di guerra e di drogare l’opinione dei suoi sudditi.
Dalle competizioni elettorali alla guerra, la superficie sulla quale si
estende il dominio della rappresentazione deve essere totale, senza
increspature e zone franche, tanto da tramutarsi in una vera e propria
privatizzazione della realta’. A settembre, quando i ministri dei paesi che
aderiscono al WTO si troveranno a Cancun, in Messico, per aggiornare
l’elenco dei servizi privatizzabili, bisognera’ che qualcuno lo dica: la
realta’ non e’ in vendita, se ne sono esaurite le scorte. Chi gestisce il
telecomando e’ il vero padrone di casa. I padroni della realta’ controllano
il modo in cui viene rappresentata e rendono narcotica la sovranita’ del
padrone di casa. C’e’ tutta una storia della guerra a luci soffuse che
comincia con l’invasione delle Malvinas, passa per il Kossovo e la Cecenia e
arriva a Kabul…
Non e’ solo una storia di falsi e di contrabbandieri, ma un romanzo
dozzinale di ciechi e di black-out che arrivano a scioglierne l’intreccio.
Oggi quel romanzo ricomincia: bisogna tagliare la lingua di Saddam, per
questo il Ministero dell’Informazione rimane uno dei target più prevedibili.
Poi la guerra delle notizie tracimera’ in un secondo tempo, più delicato e
paradossale: quello in cui chi e’ bombardato riceve informazioni, sul fatto
di essere bombardato, da chi lo bombarda. Non tramite la tivu’, la radio,
gli SMS, il satellite o internet. Niente di tutto questo. Probabilmente –
visto che da qualche giorno se ne fa un uso massiccio in alcune zone del
paese – verra’ rispolverato lo stesso mass-media adoperato dal generale
Alexander, nel 1944, per sbandare i nostri partigiani: il volantinaggio
aereo. Privatizzare, anche nel caso della realta’, non significa fornire un
buon servizio, all’avanguardia e competitivo, ma evitare che ne vengano
forniti altri.
Ma e’ davvero possibile? Davvero crediamo che un buon grafico e un signor
volantinaggio possano intaccare lo spirito nazionale di un popolo temprato
da decenni di esclusione (su tutti i fronti, compreso quello della pieta’
internazionale)? Che la promozione della guerra scalfisca gli orientamenti
prodotti dalla miriade di Saddam che tappezzano quelle strade e quelle
piazze? Che l’operazione di marcketing degli alleati faccia fiorire bande di
patrioti e comitati di liberazione nazionale? Che gli iracheni possano
rimanere ammaliati da un nuovo e cosi’ compromesso erogatore di realtà ,
insomma? Io francamente sono molto scettico. E penso inoltre che farsi
questo genere di illusioni significhi aver drammaticamente perso il senso
della misura, sovrastimarsi, non essere piu’ capaci di ammettere che ci sono
identita’ culturali e situazioni politiche più resistenti della nostra al
nostro modo di smerciare modelli di vita. C’è parecchio eurocentrismo – come
lo si chiamava una volta – in chi crede di convincere gli altri con un
volantinaggio: un’inconscia teologia del tutto-mercato, che giustifica e
redime, che si vende in ogni contesto e che, anzi, lo riconfigura.
Questa prospettiva può convincere i fattorini della democrazia d’asporto, ma
difficilmente modifichera’ gli orientamenti di chi riceve dagli stessi aerei
il lutto, la morte ”“ e la buona novella. Per la buona novella non si uccide:
al limite, ma proprio al limite, si muore. Del resto lo sanno anche al
Pentagono, nonostante lo ignorino parecchie migliaia di elettori che vivono
dell’area di egemonia del Dipartimento di Rumsfelds e che commettono
l’errore imperdonabile di confondere la democrazia con le definizioni
commerciali che escono dai nostri centri di comando. Il 15 febbraio, se non
altro, sta li’ a testimoniare che il numero di questi elettori e’ in una
fase di erosione.
Sicuramente al Pentagono, sul conto dei volantinaggi, non si fanno
illusioni. Certo, sanno di poter contare su un numero imprecisato di
disertori, ma in questo caso sara’ il terrore ”“ più che la
controinformazione ”“ a pilotare le scelte. Cosi’ dobbiamo concludere che
l’abbattimento del Ministero e dei ripetitori, i volantini, la lana di vetro
ideologico che gli esperti militari avvolgeranno intorno agli altoparlanti
di regime siano solo una manovra additiva, il contorno coreografico con cui
gli alleati serviranno la guerra sulle tavole di Baghdad? Un di piu’,
insomma, una misura supplementare, per non lasciarsi sfuggire nemmeno quella
dozzina di iracheni che – non ricevendo piu’ informazioni e venendo in
possesso delle modalita’ d’uso diffuse dalla Air-Force – gireranno tacchi e
fucili di 180 gradi?
No, o comunque non solo. Il target nel target, il vero destinatario del
missile che demolira’ il palazzo del Ministero e del putiferio di fotocopie
che piovera’ sull’Iraq saremo noi. Quel missile scongiurera’ l’ipotesi che
gli operatori di Saddam riprendano scene inopportune, le montino (come si
montano le immagini in un paese dittatoriale) e le spediscano alla redazione
dell’Al-Jazeera di turno. Quelle immagini potrebbero arrivare nei nostri
tinelli, accanto alle notizie più corroboranti montate dall’ufficio militare
che e’ stato appositamente allestito nei locali della CNN, accanto a una
retorica della democrazia a (doppio) domicilio, il nostro e quello iracheno.
E non e’ bello.
La propaganda di Saddam non rischia quindi di inquinare la buona
informazione degli iracheni, ma il monopolio della realta’ che si esercita
sul circuito delle notizie e delle opinioni occidentali. Non credo che ci
sia bisogno di troppa malizia per ammettere che questo sara’ l’effetto non
troppo collaterale del bombardamento al Ministero (riabilitato, reso
ragionevole dai volantinaggi), degli uffici di censura e dei miliardi di
fotogrammi che nelle prossime settimane usciranno da Washington per saturare
la nostra semiosfera. Per questo, tra le scritte dei missili che
cominceranno a precipitare fra poche ore sui tetti dell’Iraq, spero che un
soldato in vena di zingarate menzioni, oltre al tirannico sfintere di
Saddam, quello più democratico (ma non per questo meno praticabile) dell’
opinione pubblica mondiale.

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3 – La salvaguardia dell’egemonia: prima l’Iraq, poi l’Iran.
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Intervista del Wochenzeitung (Zurigo) del 06 marzo a Michel Chossudovsky*

WoZ: Cosa dovrebbe accadere perche’ si eviti l’incombente guerra in Iraq?
Michel Chossudovsky: Innanzitutto dobbiamo capire le cause e le conseguenze
di una guerra. Questa e’ una guerra di conquista che e’ soltanto al suo
inizio. Il governo di George W. Bush lo ha fatto capire chiaramente: prima
l’Iraq, poi l’iran. E’ una guerra che portera’ alla militarizzazione di una
grossa regione: dalla costa est del Mediterraneo fino al confine occidentale
della Cina. E non e’ solo una guerra indirizzata contro l’Iraq o l’Iran,
bensi’ anche contro gli interessi petroliferi degli stati europei. C’e’
un’enorme rivalita’ tra compagnie petrolifere, in particolare tra le ditte
angloamericane BP, Chevron-Texaco, Exxon e le compagnie europee come
Total-Fina-Elf e l’italiana ENI. Abbiamo dunque una contrapposizione tra il
blocco USA-Gran Bretagna e Francia-Germania. Questo non riguarda solo il
petrolio, ma anche l’industria degli armamenti.

WoZ: A causa di questa rivalita’ deve automaticamente essere condotta una
guerra contro l’Iraq?
Michel Chossudovsky: Si tratta dell’occupazione militare dei campi
petroliferi. Questo e’ un obiettivo importante. Gli Europei si trovano di
fronte alla domanda se parteciparvi o no al fine di ottenere una presenza
militare in Medio Oriente, come in Jugoslavia. Ma la forte rivalita’ tra le
grandi potenze rende difficile un’azione militare comune in questo momento.

WoZ: Il governo Bush ha altri interessi economici per portare avanti una
guerra?
Michel Chossudovsky: L’egemonia statunitense potrebbe rafforzarsi
ulteriormente con questa guerra di conquista che e’ in programma. Con
l’introduzione dell’Euro, il Dollaro si e’ ritrovato una concorrenza. In
alcuni stati dell’ex blocco dell’Est, ad esempio nelle ex repubbliche
Sovietiche dell’Asia centrale, si e’ affermato il Dollaro. In Europa
dell’est, Jugoslavia e in alcuni stati dell’ex Unione Sovietica si e’ invece
imposto l’Euro.

WOZ: Il direttore della Banca Centrale statunitense, Alan Greenspan, mette
pero’ in guardia da una guerra in Iraq, perche’ potrebbe indebolire
ulteriormente le congiunture…
Michel Chossudovsky: Ci sono molte contraddizioni, e viviamo in un mondo
molto complesso. Ma io sono fermamente convinto che la meta delle operazioni
militari e strategiche del governo statunitense sia anche la
destabilizzazione dei sistemi monetari di altre nazioni, per poter cosi’
assicurare il predominio statunitense nel mondo.

WOZ: Quanto e’ forte l’intreccio militare e politico negli Stati Uniti?
Michel Chossudovsky: Negli Stati Uniti c’e’ una massiccia deviazione di
denaro pubblico a favore dell’ambito militare. Una ditta di armamenti non
produce per il mercato libero, bensi’ vende al Ministero della Difesa. Senza
l’acquirente statale questa ditta e’ morta. Gli importi che vanno a finire
nell’industria degli armamenti anziche’ nei servizi sociali sono enormi: il
budget della Difesa statunitense e’ del trenta per cento piu’ alto
dell’intero prodotto interno lordo della Federazione Russa, in cui vivono
piu’ di 150 milioni di persone. Le ditte di armamenti esercitano un enorme
influsso sullo stato, insieme alle compagnie petrolifere, finanziare e
farmaceutiche. L’apparato militare, i servizi come la CIA o i Ministeri sono
fortemente legati a livello personale con gli interessi di queste compagnie.
Nei consigli di vigilanza dell’industria degli armamenti si incontrano
spesso ex direttori della CIA, e dei generali lavorano per le compagnie
petrolifere.

WoZ: Tutto cio’ non suona un po’ come una teoria del complotto?
Michel Chossudovsky: Il legame degli interessi economici e militari cosi’
come l’influsso dei servizi segreti sul settore pubblico sono molto
evidenti. Per questo ultimamente ho concentrato la mia ricerca economica
sulle operazioni nascoste dei servizi segreti con le quali si preparano le
guerre. Il governo Bush afferma in malafede di voler condurre la guerra
contro l’Iraq per motivi umanitari. Afferma l’esistenza di un legame tra il
governo iracheno e Al-Quaeda di Osama Bin Laden, il che e’ pura propaganda.
Non e’ invece propaganda il fatto che la CIA per motivi di anticomunismo
abbia contribuito all’affermazione dei Mujaheddin in Afghanistan. Ancora
durante la presidenza di Bill Clinton il governo statunitense ha appoggiato
gruppi islamici in collegamento con Al-Quaeda.

WoZ: Questo pero’ si riferisce alla guerra in Jugoslavia ed era prima
dell’11 settembre?
Michel Chossudovsky: Si, era in Bosnia, ma dopo la guerra fredda. D’altra
parte abbiamo mantenuto relazioni con il servizio segreto pakistano ISI, che
fino all’11 settembre aveva buoni legami con il regime Talebano cosi’ come
con i servizi statunitensi. Da questo non traggo nessuna conseguenza
definitiva sui gesti concreti, ma questi fatti non possono andare dossolti
della discussione politica.

Michel Chossudovsky (60) e’ Professore di Economia presso l’Universita’ di
Ottawa, Canada e direttore della rivista “Global Outlook”.

Traduzione a cura di Silvia Necco

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4 – Diecimila soldati Usa nella Repubblica Dominicana: un altro fronte di
guerra
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di Pascual Serrano www.pascualserrano.net

Un accordo tenuto accuratamente segreto, trapelato dalle notificazioni
diplomatiche riservate del 2 e del 22 novembre 2002, stabilisce l’ingresso
di diecimila soldati degli Stati Uniti nel territorio della Repubblica
Dominicana tra il primo gennaio e il 31 marzo di quest’anno. Così è stato
rivelato dal principale partito della sinistra domenicana, Fuerza de la
Revolucion.
L’accordo, denominato Programma Nuovo Orizzonte, ha come obiettivo militare
disporre di una testa di ponte che serva da base per le loro forze di
operazioni rapidi radicali in Porto Rico. Fonti della sinistra dominicana
pensano che queste intenzioni del governi Bush confermino i suoi grandi
timori di fronte alla possibile espansione dell’attuale onda trasformatrice
rappresentata oggi dalla Rivoluzione Bolivariana del Venezuela, l’
insurrezione colombiana, il trionfo di Lula in Brasile, la vittoria di Lucio
Gutierrez in Ecuador e l’intensificarsi delle lotte in Bolivia, Uruguay,
Argentina e Perù.
Le truppe nordamericane arriveranno in gruppi di 200 effettivi ogni due
settimane fino a completare il totale del contingente, non dovranno
rispettare nessun requisito migratorio, né avranno la licenza di guida e non
dovranno pagare nessuna imposta o tariffa locale.
Allo stesso tempo potranno usare uniformi e armi senza alcun limite,
potranno spostare gruppi militari e civili (inclusi aerei, elicotteri, navi,
armi, veicoli) senza che possano essere ispezionati dalle autorità 
dominicane. Potranno, inoltre, utilizzare le acque territoriali, lo spazio
aereo, lo spazio radar e il loro sistema di comunicazioni a piacere e senza
costo alcuno. La giustizia dominicana non avrà  nessun competenza sulle
azioni di quelle truppe sul proprio territorio, la giurisdizione sarà  solo
degli Stati Uniti, cosa che coprirà  la totale impunità  delle azioni di un
contingente militare straordinario. Così, qualunque reclamo da parte di
terzi dovrà  essere presentato alle autorità  statunitensi senza la
partecipazione della autorità  dominicana, cosa che prevede in pratica l’
impossibilità  di qualunque reclamo per danni o perdite umani o materiali.
D’altro canto, il governo USA, il suo personale e i suoi titolari di
contratti potranno importare, esportare, utilizzare qualunque proprietà 
personale, gruppi tecnologici, servizio del personale, effettuare
addestramento senza alcun tipo di restrizione e senza alcun costo. Il
personale statunitense sfrutterà  tutte le risorse per garantirsi sicurezza
in aria, terra e mare, e il governo dominicano dovrà  cooperare in tutto
quello che gli verrà  chiesto. L’accordo ha la firma a tergo del presidente
dominicano Hipolito Mejia.
Le autorità  nordamericane giustificano questo intervento militare senza
precedenti dall’invasione del 1965, come “controllo di frontiere,
costruzione di opere civili, collaborazione e addestramento truppe per
combattere il narcotraffico, il terrorismo e l’immigrazione illegale”.

Tratto da www.rebellion.org

Traduzione a cura di Andrea Pieralli

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5 – Il Wto collassa sotto la sua stessa ambizione
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di Nicole Bullard (Focus on Global South)

Appena un anno dopo che i paesi industrializzati avevano annunciato
trionfantemente il lancio del “ciclo di sviluppo di Doha” nei negoziati
commerciali, il WTO sta collassando sotto il peso delle sue stesse
ambizioni.
Il mese scorso, le discussioni su TRIPS e la salute – viste da molti come
l’unico risultato positivo di Doha – sono cadute nello scompiglio quando i
governi africani le hanno lasciate con disgusto. Alla settimana prima della
fine dell’anno non c’è ancora alcun segno di accordo, nonostante i pesanti
sforzi degli USA di ricattare i governi del Sud perché accettino che le loro
richieste sull’accordo siano limitate a tre malattie, più una lunga serie di
altre limitazioni che avrebbero in realtà  l’effetto di distruggere
l’industria farmaceutica locale nei paesi in via di sviluppo in cui già 
esiste e forzerebbe gli altri dipendere dall’Occidente. Questa è la “grande
vittoria” di Doha.
Il WTO è anche scosso da un’agitazione sindacale, perché il personale del
segretariato si è impegnato in uno sciopero bianco per richiedere aumenti e
nuove assunzioni. Il sindacato del personale sostiene che gli stipendi sono
rimasti invariati per dodici anni (dai tempi del GATT), che il carico di
lavoro è aumentato del 30 per cento dal 1999, che il numero totale di
parole tradotte è aumentato del 29%, gli incontri formali e informali del
35%, mentre le attività  di assistenza tecnica sono aumentate del 25%.
Tuttavia, il numero del personale è aumentato solo del 5% in questo periodo
e i costi per il personale solo del 7,8%. Mentre in ottobre il Dr Supachai
ha ricevuto un aumento significativo, retrospettivo al 1 settembre, data di
inizio dell’incarico, di circa 45.600 CHF (31.875 USD) all’anno al suo
stipendio annuale base di 287.000 CHF (200.610 USD).
Il problema non è nuovo: molte delegazioni dei paesi in via di sviluppo
conoscono in prima persona l’impossibilità  di tenere il passo con gli
impegni eccessivi, quando semplicemente non hanno il personale per coprire
tutti gli incontri e continuare i negoziati – perfino quando sono in gioco
i loro stessi interessi commerciali.
Sembra che il personale del WTO abbia tratto la stessa conclusione: l’agenda
del WTO è troppo piena e il carico di lavoro è impossibile da gestire.
Questo avvantaggia i paesi ricchi che hanno una grande quantità  di esperti
legali, giuristi del commercio e negoziatori per seguire gli incontri di
ogni commissione e leggere tutti i documenti, ma è un ostacolo enorme per le
delegazioni dei paesi in via di sviluppo. La soluzione non è forzare i paesi
in via di sviluppo e il personale a mantenersi all’altezza di pochi paesi
ricchi, bensì rallentare tutta l’agenda, in modo di dare a tutti – personale
compreso – il tempo di compiere il proprio lavoro in modo corretto e
appropriato.
Anche il Dr Supachai Panitchpakdi, direttore generale del WTO, è nervoso a
causa dell’agenda troppo carica, una preoccupazione che è stata espressa
molto chiaramente ai primi di Dicembre, quando ha detto che “con il numero
di scadenze che ci attende, dobbiamo essere coscienti del rischio di
rinviare troppe cose. Non possiamo rischiare di sovraccaricare l’agenda per
i Ministri a Cancun. Se quella conferenza non è un successo, ho paura che
l’intero ciclo potrebbe essere messo a repentaglio.
L’avvertimento di Supachai è pensato per far pressione su tutti i membri per
risolvere le loro differenze, ma mostra anche che la paura che Cancun si
risolva in un disastro non è lontana dai suoi pensieri, cosa non
sorprendente, visto che Supachai ha puntato il proprio successo sulla
conclusione dei negoziati di Doha entro il 2005.
L’ultimo segno di una crisi profonda nel WTO è il documento riassuntivo
delle modalità  agricole divulgato il 18 dicembre dal presidente della
commissione sull’agricolturoa Stuart Harbinson. Nelle parole
dell’osservatore veterano del WTO Chakravarthi Raghavan, il documento di 90
pagine “scava la fossa all’ “agenda dello sviluppo” del nuovo ciclo di
negoziati ed al programma di lavoro lanciato al 4° incontro ministeriale a
Doha nel novembre 2001″, mentre l’Istituto Statunitense per l’Agricoltura e
la Politica Commerciale (IATP) ha detto che tale documento mostra “quanto
rimangono lontani i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo” “Pensare
che il WTO possa prendere 90 pagine di grandi differenze e le converta i 10
accordi in tre mesi e che gli accordi aggiunti reggano, sembra realmente
esagerato” è stata la risposta iniziale dello IATP.
Forse il miglior giudizio su dove si stia dirigendo il WTO viene dal vice
segretario del PSI Mike Waghorne che, in un e-mail di fine anno sullo stato
dell’attività  ha citato Aleksandr Solzhenizyn: “Puoi avere potere sulle
persone finché non gli togli tutto. Quando hai derubato un uomo di tutto
quello che ha, non è più in tuo potere – è di nuovo libero.”

Traduzione a cura di Paola Albergamo


Il Granello di Sabbia è realizzato da un gruppo di traduttori e traduttrici volontari/e e dalla redazione di ATTAC Italia redazione@attac.org
Riproduzione autorizzata previa citazione e segnalazione del “Granello di Sabbia – ATTAC – http://attac.org/”

TEATRO MERCADANTE. AVANTI CON L’ESPROPRIO!

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Teatro Mercadante.
AVANTI CON L’ESPROPRIO!
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– 
Da anni la Città  segue, con civile partecipazione e trepidante attesa, i tentativi che questa e le precedenti amministrazioni comunali hanno avviato per raggiungere una soluzione che consenta la riapertura del Teatro Mercadante, il suo recupero ed il suo ritorno alla piena disponibilità  e fruibilità  dei cittadini.
Ancora una volta il Consorzio Teatro Mercadante, dopo aver preso parte con i suoi rappresentanti a trattative durate mesi che si erano concluse, nel luglio 2002, con una bozza di intesa tra il Comune ed il Consorzio stesso, ha scelto la strada del silenzio, del rifiuto e dell’isolamento rispetto alla città .
Da luglio 2002, infatti, il Consorzio non ha dato alcun tipo di risposta ai numerosi inviti rivolti dall’amministrazione comunale a sottoscrivere l’intesa raggiunta.
Una soluzione di compromesso, certo, ma che poteva sicuramente essere accettata e condivisa da tutti coloro che attendono da 13 anni di vedere riaperto il teatro. A quell’intesa aveva faticosamente e meticolosamente lavorato il consigliere comunale Enzo Colonna (delegato dal sindaco a seguire la vicenda), il quale, dopo numerosi solleciti andati a vuoto, si è visto costretto ad interpretare il silenzio del Consorzio come un sostanziale rifiuto a sottoscrivere il documento finale di intesa ed a presentare alla Giunta una proposta di deliberazione con la quale si dispone la preparazione degli atti tecnici preliminari richiesti dalla Soprintendenza di Bari per procedere all’esproprio del Teatro.
Riteniamo che sia ormai inevitabile prendere atto, ancora una volta, dell’indisponibilità  del Consorzio a raggiungere intese plausibili, serie e giuridicamente possibili.
Condividiamo e sosteniamo, pertanto, la proposta deliberativa presentata dal consigliere Enzo Colonna (sostenuta anche da tutti i membri, di maggioranza e di minoranza, della Commissione Consiliare “Cultura”) ed invitiamo la Giunta ad adottarla rapidamente, senza indugi ed ulteriori tentennamenti. Il Sindaco e la Giunta sono peraltro tenuti a dare seguito alla volontà  di procedere all’esproprio del Teatro espressa da migliaia di cittadini con una petizione del febbraio 2000 e dal Consiglio Comunale con una delibera adottata all’unanimità  nel marzo 2000.
Dinanzi ad un teatro sottratto alla pubblica fruizione da 13 anni, ad un teatro dichiarato nel 1984 di notevole interesse storico ed architettonico e che presenta evidenti segni di degrado, ad un teatro – è bene ricordarlo – realizzato nel 1895 su un suolo di proprietà  comunale grazie alle sottoscrizioni ed al lavoro di centinaia di altamurani, il Comune non può più indugiare: è semplicemente obbligato ad intervenire con tutti gli strumenti e le risorse che la legge mette a disposizione.
– 
Si proceda, dunque, con l’esproprio!
La Città  non può più attendere: vuole tornare in possesso del suo Teatro.
– 
Altamura, 22 marzo 2003
– 
Coordinamento Cittadino per lo Sviluppo e la Qualità  della Vita
www.enzocolonna.com

Perché la Guerra all’IRAQ é FUORILEGGE







– 
Perché la Guerra all’IRAQ è FUORILEGGE
– 
– 
-·- – Perché la guerra, come tale, e con esclusione della guerra di difesa, non è consentita né dai principi del diritto internazionale, né dalla Carta dell’ONU (art. 1 comma 1 e art. 2 comma 4), né dal Trattato NATO (art. 1), né, infine, dalla Costituzione italiana che, come è noto, all’art. 11 ripudia espressamente la guerra come strumento di offesa alla libertà  degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
– 
-·- – Perché, in ogni caso, lo stato di guerra deve essere espressamente deliberato dalle Camere che conferiscono al Governo i poteri necessari (art. 78 Cost.) e detto stato di guerra deve essere dichiarato dal Presidente della Repubblica (art. 87 Cost.).
– 
-·- – Perché alcuna copertura giuridica può essere desunta dal Trattato NATO (art. 5) che fa riferimento alla fattispecie del tutto differente della legittima difesa.
– 
– 
– 
COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
Art. 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà  degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Art. 78: «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari».
Art. 87: «Il presidente della repubblica … dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere».
– 
– 
– 
CARTA DELLE NAZIONI UNITE
«Noi, popoli delle Nazioni Unite,
decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità , a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità  e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altri fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà ,
e per tali fini
a praticare la tolleranza ed a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato, ad unire le nostre forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ad assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà  usata, salvo che nell’interesse comune, ad impiegare strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli,
abbiamo deciso di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini.
In conseguenza, i nostri rispettivi Governi, per mezzo dei loro rappresentanti riuniti nella città  di San Francisco e muniti di pieni poteri riconosciuti in buona e debita forma, hanno concordato il presente Statuto delle Nazioni Unite ed istituiscono con ciò un’organizzazione internazionale che sarà  denominata le Nazioni Unite»
– 
STATUTO DELLE NAZIONI UNITE
Art. 1: «I fini delle Nazioni Unite sono: 1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità  ai principi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace; 2. Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale…».
Art. 2: «L’Organizzazione e i suoi Membri, nel perseguire i fini enunciati nell’articolo 1, devono agire in conformità  ai seguenti principi: 3. I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo. 4. I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità ‘ territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite. 5. I Membri devono dare alle Nazioni Unite ogni assistenza in qualsiasi azione che queste intraprendono in conformità  alle disposizioni del presente Statuto, e devono astenersi dal dare assistenza a qualsiasi Stato contro cui le Nazioni Unite intraprendono un’azione preventiva o coercitiva».
Art. 33: «1. Le parti di una controversia, la cui continuazione sia suscettibile di mettere in pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, devono, anzitutto, perseguirne una soluzione mediante negoziati, inchiesta, mediazione, conciliazione, arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso ad organizzazioni od accordi regionali, od altri mezzi pacifici di loro scelta. 2. Il Consiglio di Sicurezza, ove lo ritenga necessario, invita le parti a regolare la loro controversia mediante tali mezzi».
Art. 41: «Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure, non implicanti l’impiego della forza armata, debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni, e può invitare i membri delle Nazioni Unite ad applicare tali misure. Queste possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio ed altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche».
Art. 42: «Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell’articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite».
Art. 51: «Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di legittima difesa individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale».
Art. 53: «Il Consiglio di Sicurezza utilizza, se nel caso, gli accordi o le organizzazioni regionali per operazioni coercitive sotto la sua direzione. Tuttavia nessuna azione coercitiva puo’ essere intrapresa in base ad accordi regionali o da parte di organizzazioni regionali senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza».
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Trattato Nord Atlantico (NATO)
Art. 1: «Le parti si impegnano, come e’ stabilito nello Statuto dell’ONU, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale potrebbero essere implicate, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza in modo incompatibile con gli scopi dell’ONU».
Art. 4: «Le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità  territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una di esse siano minacciate».
Art. 5: «Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà  considerato quale attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi ognuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art.51 dello Statuto dell’ONU, assisterà  la parte o le parti attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà  necessaria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico Settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure in conseguenza di esso saranno immediatamente segnalati al Consiglio di Sicurezza. Tali misure verranno sospese quando il Consiglio di Sicurezza avrà  adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali».
Art. 6: «Agli effetti dell’art.5, per attacco armato contro una o più parti si intende un attacco armato: – contro il territorio di una di esse in Europa o nell’America settentrionale, contro i Dipartimenti francesi d’Algeria, contro il territorio della Turchia o contro le isole situate sotto la giurisdizione di una delle parti nella regione dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro; – contro le forze, le navi o gli aeromobili di una delle parti che si trovino su detti territori o in qualsiasi altra regione d’Europa nella quale alla data di entrata in vigore del presente Trattato siano stazionate forze di occupazione di una delle parti, o che si trovino nel Mare Mediterraneo o nella zona dell’Atlantico a nord del Tropico del Cancro, o al di sopra di essi. (*) La parte dell’articolo 6 concernente i Dipartimenti francesi d’Algeria non e’ più in vigore mentre il territorio comprendente nazioni della Nato si e’ ampliato con l’ingresso di nuove nazioni nell’Alleanza».

GRANELLO DI SABBIA (n°89)

Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia
possibile.
Numero di abbonati attuali: 6 112
ATTENZIONE:
tutti i Granelli di Sabbia sono a disposizione sul sito in versione .pdf e
.rtf al seguente indirizzo:
http://www.attac.org/italia/granello/indice.htm
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Indice degli argomenti

La guerra è scoppiata.

1 – Il governo Usa è fuori legge
di ATTAC Italia
La guerra contro l’Iraq è iniziata. Il governo statunitense disprezza le
risoluzioni dell’Onu, attacca l’Iraq e si sbarazza definitivamente di
sessant’anni di sforzi mirati a costruire una società  internazionale basata
sul diritto, sulla giustizia internazionale e non sulla forza. Il governo
Bush si è messo quindi fuori legge e si pone fuori dalla comunità 
internazionale.

2 – Buttiamo la guerra fuori dalla storia
di Nella Ginatempo (Bastaguerra!)
Se non fermeremo questa guerra nelle sue macchine di morte e nella sua
catena di sterminio, l’abbiamo tuttavia fermata nella testa di milioni di
persone, l’abbiamo fermata come sistema plausibile, accettabile e normale di
governo del mondo. L’abbiamo fermata in

3 – Perché un Forum alternativo sull’acqua?
di ATTACQUA
Il Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua rappresenta una tappa centrale nel
percorso verso la costruzione di un altro mondo possibile.

4 – Euro-Maghreb tra due acque
di Smail Goumeziane
Il partenariato euro-maghrebino è oggi tra due acque. Sarà  trasportato da un
torrente d’odio, d’intolleranza e di estremismi di tutti i generi? O sarà  al
contrario portato dai flutti della libertà , della tolleranza e del progresso
per tutti? Felice colui che è in grado, oggi, di rispondere con certezza.
(.)Traduzione a cura di Daniela Massabò et Francesca Alongi

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20 marzo 2003 E’ SCOPPIATA LA GUERRA
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La coalizione guidata dagli Stati Uniti d’America ha iniziato i
bombardamenti sull’Iraq.
Bush, con un discorso alla nazione, ha detto ”Continueremo ad operare per
la pace e alla fine vinceremo e predomineremo!”. Un messaggio inquietante e
allucinante al quale dobbiamo rispondere nella maniera più netta e decisa.

FERMIAMOCI! FERMIAMO IL PAESE!
– Promuoviamo iniziative di opposizione alla guerra
-Partecipiamo allo sciopero generale contro la guerra

Trasformiamo il “Credere, obbedire, combattere” che ci viene propinato, in:
“DUBITARE, DISOBBEDIRE, DISERTARE”

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1 – Il governo Usa è fuori legge
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di ATTAC Italia

La guerra contro l’Iraq è iniziata.

Il governo statunitense disprezza le risoluzioni dell’Onu, attacca l’Iraq e
si sbarazza definitivamente di sessant’anni di sforzi mirati a costruire una
società  internazionale basata sul diritto, sulla giustizia internazionale e
non sulla forza. Il governo Bush si è messo quindi fuori legge e si pone
fuori dalla comunità  internazionale.

Attac Italia è solidale con tutte le forze e i movimenti che, negli Stati
uniti moltiplicano le azioni di protesta contro la guerra e con le centinaia
di Comuni (tra i quali quello di New York) e Contee che hanno votato
risoluzioni in questo senso, con tutto il movimento nonviolento e pacifista
Usa.

Attac Italia esprime solidarietà  al popolo iracheno, già  sottomesso ad una
odiosa dittatura, vittima dei bombardamenti e dei combattimenti. George Bush
e i suoi figuranti José Maria Aznar e Tony Blair si assumono la
responsabilità  storica di una catastrofe umanitaria.

Attac Italia ritiene indispensabile la convocazione di una Assemblea
generale straordinaria delle Nazioni unite per condannare il ricorso alla
forza senza mandato Onu e decidere le misure per opporsi alla spartizione
del bottino di guerra.

Attac Italia chiede ai suoi aderenti e simpatizzanti ad unirsi alle
manifestazioni organizzate per fermare la guerra in ogni città , in ogni
strada.

Dolore, paura e rabbia. Ma una sola certezza: nel mondo il dissenso a questa
guerra è maggioritario, anche nei paesi che la sostengono, dall’Australia,
al Canada, dal Giappone, al Salvador. Fermiamoli!

Non lasciamoci in pace chi fa la guerra.

Comunicato del Consiglio Nazionale di Attac Italia Italia, 19 marzo 2003

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2 – Buttiamo la guerra fuori dalla storia
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di Nella Ginatempo (Bastaguerra!)

Primo: la speranza.
Se non fermeremo questa guerra nelle sue macchine di morte e nella sua
catena di sterminio, l’abbiamo tuttavia fermata nella testa di milioni di
persone, l’abbiamo fermata come sistema plausibile, accettabile e normale di
governo del mondo. L’abbiamo fermata in Europa, anche in alcune sedi
istituzionali e governi presso cui gli interessi materiali della vecchia
Europa e delle sue multinazionali si sono intrecciati con la gigantesca
pressione dei popoli che hanno richiesto di fermare questa guerra. In un
certo senso, anche se appare paradossale alla vigilia dei bombardamenti, in
un certo senso la guerra è finita. E’ l’opposto di ciò che dice Bush ‘the
game is over’ cioè il gioco è finito ed oggi comincio la mia guerra
imperiale. E’ la guerra imperiale che è finita perché oggi finisce l’
egemonia USA sul mondo, finisce la loro possibilità  di organizzare il
consenso e la sudditanza ed anche ‘vedrete- le regole imposte della
ingiustizia economica del mondo. Oggi invece comincia una nuova partita,
quella di un movimento mondiale che si oppone a quell’unico ordine mondiale
che vuole imporre neoliberismo e guerra permanente globale. Oltre questo
infame sterminio programmato contro il popolo dell’Iraq, dobbiamo
organizzare organizzare organizzare la resistenza di lunga durata alla
guerra permanente . Il nostro obiettivo va oltre perché siamo l’unico
soggetto politico mondiale che ha la speranza. La speranza che un altro
mondo è possibile.

Secondo: l’organizzazione.
Poiché si tratta di attrezzarsi nel lungo periodo, dobbiamo crederci,
reagire allo scoramento, rimanere collegati con le sedi del movimento,
mantenere l’unità  nelle lotte tra i diversi soggetti di movimento, tenere
sempre legata l’analisi della guerra e l’iniziativa contro la guerra alla
analisi del contesto globalizzazione e diritti, la politica all’etica all’
economia, la guerra militare alla guerra economica e sociale. Organizzarsi
significa fare il lavoro delle formiche, non solo quello delle cicale,
significa lanciare ad esempio le campagne di boicottaggio contro le
multinazionali angloamericane del petrolio (Esso-Exxon Mobil; Texaco;
Chevron; BP-Amoco). Lottare contro gli interessi petroliferi italiani (vedi
la questione dell’ENI e dei suoi contratti del dopoguerra in Iraq).
Significa riprendere la campagna di boicottaggio delle banche armate e delle
più grandi multinazionali dell’economia di guerra. Significa sostenere la
lotta contro EXA per il disarmo economico. Significa rilanciare la campagna
di obiezione fiscale alle spese militari. Organizzarsi significa costruire
forme nuove di resistenza, guardando alle basi militarti, ai loro depositi
di armi nucleari e a tutti gli ordigni di morte (vedi anche la proposta di
una vera inchiesta parlamentare sulle basi militari e sui cosiddetti accordi
secretati). E’ tutto da studiare, dal boicottaggio alle azioni dirette
nonviolente sul territorio alle varie forme di sabotaggio. Ma cominciamo da
subito, con l’organizzazione della giornata delle basi il 22 e 23 marzo. Ci
sono le mobilitazioni a Sigonella e ad Aviano, ma anche a Salto di Quirra in
Sardegna e al comando navale di Taranto e all’aeroporto militarizzato di
Fiumicino a Roma. C’è solo il caso di ricordare che, se prima del 22 marzo
gli infami bombardieri faranno piovere morte su Baghdad, allora quel 22
marzo diventa la giornata nazionale di mobilitazione con le manifestazioni
nelle città . Non sono brava in organizzazione, ma darò il mio contributo.
Intanto credo che sarebbe necessario che si riunisse il gruppo di continuità 
FSE subito dopo le prime mobilitazioni contro la guerra e si desse una mossa
organizzativa insieme al gruppo di lavoro Bastaguerra.

Terzo: vogliamoci bene.
Smettiamola con le competizioni le risse, la solita roba testosteronica.
Teniamoci per mano in questi giorni tristi.Che ciascuna e ciascuno sia
speranza per l’altro, l’altra. Cobas, disobbedienti, lillipuziani,
femministe, cattolici, sindacalisti, rifondaroli, attacchini, ambientalisti
e chissà  quanti altri me ne scordo, non so pregare, ma se sapessi pregare
questa sarebbe una preghiera. Per quella donna pacifista di 23 anni
massacrata dalle ruspe di Sharon in Palestina poco fa, per Rosa Luxemburg,
assassinata dalla socialdemocrazia tedesca dopo la prima guerra mondiale (e
quante altre se n’è perse !), vi prego di ascoltare il messaggio di tante
donne che lottano per la pace, che urlano FUORI LA GUERRA DALLA STORIA , che
si richiamano all’unità  del movimento, oggi più che mai bene prezioso.
Martedì dalle ore 13 a oltranza saremo a Montecitorio, con la ferma volontà 
di fermare almeno la partecipazione italiana alla guerra, così i treni e i
porti e gli aeroporti della morte. Ma quanti saremo se non c’è uno scatto
del cuore, oltre che della mente, verso l’unità  e la compattezza tra tutti?

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3 – Perché un Forum alternativo sull’acqua?
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di ATTACQUA

Il Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua rappresenta una tappa centrale nel
percorso verso la costruzione di un altro mondo possibile.

Riflettere sull’acqua e sulle problematiche legate significa oggi
confrontarci su molte tematiche, altrettanto cruciali. Parlare di acqua
significa parlare di guerre, le attuali e quelle future, di distribuzione e
monopoli di potere, di democrazia, di politiche e pianificazioni
industriale, di modelli di produzione agricola, di rapporto
uomo/donna-ambiente, gestione ed auto-gestione del territorio. Il diritto di
accesso all’acqua diviene per questi motivi il paradigma di tutti i diritti
di cittadinanza globali, negarlo o limitarlo vuol dire sancire l’
allontanamento definitivo dei cittadini e delle cittadine dalla gestione e
dalla consapevolezza dell’acqua, vuol dire sradicare il concetto stesso di
bene comune.
L’Acqua, l’elemento vitale più importante nel ciclo umano, ambientale e
sociale, diviene oggi però una merce sottoponibile alle leggi del libero
scambio con l’unico scopo dichiarato dell’accumulazione del maggior
profitto. Dai negoziati del Wto alle politiche della Banca Mondiale e delle
istituzioni sopranazionali, dagli interessi delle grandi multinazionali alle
normative nazionali e locali, le scelte dei potenti della terra applicano i
paradigmi del liberismo economico all’acqua, necessità  e non più diritto,
merce e non più bene comune.
Opporci a questi processi e promuovere politiche solidali e partecipate per
la gestione del bene acqua diviene la base indispensabile per ripensare un
ciclo produttivo, sociale e di rapporto con il territorio sinceramente
alternativo. Disegnare insieme una cultura che ponga il diritto all’acqua al
centro di processi di cooperazione e costruzione della pace dal basso, che
rivaluti il rispetto per i beni comuni anche in quanto simboli e linguaggi
di vita e di integrazione sociale è uno degli obiettivi non più rimandabile
dei movimenti per l’acqua.
La battaglia per il diritto all’acqua è inoltre una battaglia globale che
attraversa tutte le popolazioni del pianeta. L’universalità  della
problematica permette la creazione di reti di interazione sociale che vanno
favorite attraverso l’apertura e l’avvicinamento di tutti i cittadini e
cittadine.
Riteniamo che il Forum di Firenze costituisca un passaggio prezioso nel
percorso di allargamento e radicamento della battaglia per l’acqua in cui i
movimenti sociali svolgono un ruolo fondamentale di raccordo tra le
problematiche locali e quelle globali e di necessario monitoraggio attivo
sulle scelte di governi e istituzioni.

Manifestare per la pace e contro la guerra, per i diritti sociali e del
lavoro, per i diritti dei migranti e dei popoli oppressi significa anche
battersi per una politica di diritto all’acqua e per la sua qualità . Si
tratta semplicemente di sancire il diritto ad una buona vita per tutti i
popoli della terra e per il rispetto dell’ambiente e del suo ecosistema.

Vi aspettiamo a Firenze il 21 e 22 marzo.

Programma e informazioni le trovate su:
http://www.cipsi.it/contrattoacqua/forum-acqua/it/index.htm

Il contributo di ATTAC al Forum:
http://www.attac.org/italia/in%20italia/associazione/attacitalia12.htm

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4 – Euro-Maghreb tra due acque
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di Smail Goumeziane

Il partenariato euro-maghrebino è oggi tra due acque. Sarà  trasportato da un
torrente d’odio, d’intolleranza e di estremismi di tutti i generi? O sarà  al
contrario portato dai flutti della libertà , della tolleranza e del progresso
per tutti? Felice colui che è in grado, oggi, di rispondere con certezza.
L’Europa, traumatizzata dalle atrocità  commesse nel corso dei due più grandi
conflitti mondiali della storia umana, ha saputo, in mezzo secolo, vincere
le sue antiche paure, reali o supposte. Ha allontanato lo spettro della
peste nera e, con l’abbattimento del muro di Berlino, annientato il pericolo
rosso. Ha investito senza paura il vasto mercato cinese, che fino a pochi
anni fa era antro e rifugio del pericolo giallo.
Tuttavia, da vari anni e più particolarmente dopo l’11 settembre 2001, delle
nuove paure sorgono da ogni parte. Un nuovo pericolo per il mondo
occidentale sarebbe in agguato. Il pericolo verde si sarebbe insidiosamente
infiltrato in tutta l’Europa dalla parte del suo lato sud, installandosi più
precisamente nelle periferie verdi delle grandi metropoli europee. Ormai,
per l’occidente in generale e per l’Europa, gli Arabi, e tra loro i
maghrebini, sarebbero i nuovi nemici planetari. Questo, in ogni caso, è ciò
che viene comunicato da tutta una serie di pretesi specialisti del mondo
arabo, da certi organi di stampa, e da una quantità  di uomini politici di
destra ed estrema destra che ci rinviano all’epoca lontana, che pensavamo
finita, delle crociate.
Da parte sua, il Maghreb, che non ha ancora cicatrizzato tutte le piaghe
aperte dalle avventure coloniali e dalla violenza del processo d’accesso
alle indipendenze, si spaventa allo stesso tempo dell’amalgama che viene
fatta dell’idra terrorista internazionale con l’Islam e i credenti, e delle
condizioni non democratiche che accompagnano i dolorosi programmi di
aggiustamento strutturale che gli sono imposti. In queste condizioni, è
ancora giudizioso continuare la costruzione di uno spazio euro-maghrebino?
In quali condizioni e a quale fine? Tentiamo qualche risposta.

1. IN MEZZO AL FOSSATO

Il partenariato euro-maghrebino sembra apparentemente sulla buona strada.
Tre paesi del Maghreb (Tunisia, Marocco, Algeria) hanno firmato degli
accordi di adesione alla zona di libero scambio che sarà  istituita con l’
Unione Europea nel 2012.
Eccoci ormai al centro del fossato. Con ciò, le condizioni economiche,
sociali e politiche prevalenti in Europa e in Maghreb permetteranno di
raggiungere questo obbiettivo? Vediamo più da vicino la situazione dei
diversi attori.

1.1 – Un’ Europa economica unita, che si allarga all’Est

– Il peso dell’Europa economica
L’Europa dei 15 è ormai realizzata, con l’istituzione della moneta unica.
Grazie a questa, l’Europa è diventata una grande potenza economica, capace
di rivalizzare con gli Stati Uniti e il Giappone.
Con una popolazione di 370 milioni di abitanti, un PIL (prodotto interno
lordo) annuale dell’ordine di 8.000 miliardi di euro, ossia circa 22.000
euro/abitante, delle esportazioni che rappresentano il 40% delle
esportazioni mondiali, l’Europa può essere fiera delle sue riuscite
economiche. Grazie ad esse, l’Europa rappresenta il 23,1% del PIL mondiale,
contro il 24,1% degli Stati Uniti.

– L’allargamento all’Est
Con la caduta del muro di Berlino, l’Europa si è decisamente rivolta verso i
paesi del vecchio blocco sovietico. Ciò si è da subito tradotto in
importanti flussi di capitale verso questi paesi. Nel 1994, questi flussi
erano già  due volte superiori a quelli consacrati all’insieme dei paesi del
sud Mediterraneo, benché gli scambi dell’Europa con i paesi dell’est fossero
solo la metà  degli scambi con il sud del Mediterraneo, e la popolazione
migrante mediterranea fosse sei volte superiore a quella dei paesi dell’est.
Questa tendenza s’è accelerata con la volontà  manifesta d’integrare una
parte importante di questi paesi nell’Unione Europea. Da oggi al 2004, una
decina di loro dovrebbero unirsi ad essa per costituire un’Europa dei 25.

– Delle relazioni molto squilibrate con il Maghreb
Di fronte a questa concorrenza, l’apertura dell’Europa verso il Maghreb è
rimasta più che prudente e rinchiusa in essenziale in una logica
commerciale, peraltro fondamentalmente squilibrata. Le esportazioni dell’
Europa verso il Maghreb rappresentano solo il 2% delle sue esportazioni
totali. Al contrario gli scambi del Maghreb con l’Europa rappresentano quasi
il 65% dei suoi scambi. Per queste ragioni, l’Europa è sempre il primo
fornitore e il primo cliente di un Maghreb popolato di 75 milioni di anime.
Le importazioni maghrebine sono principalmente costituite di prodotti
manufatti, di beni di consumo, di prodotti alimentari e sanitari. Da parte
loro, le esportazioni in direzione dell’Europa concernono essenzialmente
materie prime (idrocarburi, fosfati e altri minerali), frutta, verdura e
qualche prodotto industriale (tessuti e pellami). Di fatto la zona
maghrebina, e oltre ad essa il sud del Mediterraneo, costituisce la prima
zona di eccedenza commerciale dell’Europa.
Al di là  degli scambi, bisogna tuttavia notare l’esiguità  degli investimenti
europei in Maghreb. Questi rappresentano meno del due per cento degli
investimenti dell’Unione nel mondo, cioè 15 volte meno degli investimenti
degli Stati Uniti in Messico, o ancora 30 volte inferiori a quelli del
Giappone nel sud-est asiatico. Ugualmente, la cooperazione finanziaria dell’
Europa è piuttosto magra. A titolo d’esempio, i flussi finanziari previsti
tra il 1995 e il 1999 per tutta la regione sud mediterranea nel programma
Meda 1 erano di cinque miliardi di dollari, o ancora un miliardo di dollari
all’anno, ossia in media 90 milioni di dollari per paese. In realtà , la
maggior parte di questi fondi sono andati, geostrategia oblige, verso la
Turchia e l’Egitto. Per un paese come l’Algeria questi fondi rappresentano
appena qualche giorno di produzione di petrolio della Sonatrach, l’impresa
nazionale degli idrocarburi.

– Europa fortezza o Europa delle libertà ?
Questa freddezza dell’Europa in materia d’investimenti e di capitali si
duplica da vari anni a questa parte con una politica molto restrittiva in
termini di flussi migratori in provenienza dal Maghreb. Per molto tempo, la
Libia è stata colpita dall’embargo, l’Algeria chiusa nella sua violenza
interna e il suo popolo messo in quarantena. Tutti i maghrebini uscenti sono
sottomessi ormai a delle misure draconiane di controllo alle frontiere e
alla procedura del visto. Questo è dato col contagocce. Tuttavia, la
popolazione straniera in Europa non sorpassa il 4 – 5% della sua popolazione
totale. In questo numero, la popolazione maghrebina non sorpassa il 15%
della popolazione straniera, cioè meno dello 0,70% della popolazione totale
europea. Anche se si dovessero aggiungere a queste cifre i 500.000
maghrebini in situazione irregolare e i circa due milioni dalla doppia
nazionalità , questo rappresenterebbe al più l’ 1,3% della popolazione totale
europea. Quindi non è tanto la quantità  dei migranti maghrebini che pone la
questione, quanto l’amalgama e le paure che si sviluppano attorno a queste
popolazioni, alla loro religione – l’Islam – e al terrorismo integrista. E’
proprio la dimensione “securitaria” dell’immigrazione maghrebina che conduce
l’Europa a dimenticare di essere l’Europa delle libertà . Risultato, essa si
barrica come una fortezza. Il muro di Berlino sarebbe in qualche modo
sostituito col “muro del Mediterraneo”.

1.2 – Un Maghreb in frantumi, conflittuale e senza reali libertà .

– Lo scacco dell’integrazione regionale
Di fronte a quest’Europa potente, unita, orientata all’est e fredda nei
riguardi del suo lato sud, il Maghreb appare ben debole. Dalle
indipendenze, esso è composto da stati senza grandi relazioni tra di loro.
Atomizzato, marcato dall’esiguità  dei mercati nazionali, e benché largamente
aperto verso l’esterno (più del 35% in media), il Maghreb si è compiuto con
regole di funzionamento autoritarie e amministrative, che agivano più spesso
in modo dispersivo e di volta in volta sulla scena economica mondiale, gli
occhi fissi al nord. Risultato, gli obbiettivi più e più volte reiterati di
costruzione di un’unità  doganiera, e poi di un mercato maghrebino, non sono
stati raggiunti. Gli scambi tra maghrebini sono insignificanti (meno del 5%
dei loro scambi globali, compresi quelli informali), ed ancor più lo sono
gli investimenti. Cosa dire dei flussi di persone che continuano ad
orientarsi verso i paesi europei malgrado la riduzione drastica dei visti?

– I conflitti inter maghrebini.
Questa situazione riflette al massimo lo scacco di un’integrazione
maghrebina forzata, senza l’implicazione delle popolazioni, sottomessa alle
vicissitudini politiche del momento, e non per dei motivi veramente
economici e sociali. Senza coesione, avendo sbagliato tutti i suoi tentativi
d’unificazione, il Maghreb non ha ancora realizzato questa speranza che la
creazione dell’UMA (Unione del Maghreb Arabo) nel 1989 lasciava scorgere
alle popolazioni dei cinque paesi. Dopo vari decenni d’indipendenza,
nonostante numerosi vantaggi (storia, geografia, risorse, lingua, religione
e cultura comuni) e nonostante tutta una fraseologia dell’unione, della
fraternità  e del destino comune, i paesi del Maghreb restano marcati da
rivalità  di ogni sorta (politiche, ideologiche, economiche) attizzate dal
conflitto del Sahara Occidentale e allo stesso tempo dall’emergere brutale
dell’islamismo e del terrorismo in tutta la regione, principalmente in
Algeria.

– Gli scoppi di violenza
Per queste ragioni, ma anche a causa del cattivo sviluppo che hanno
conosciuto questi paesi e dei programmi di aggiustamento strutturale che
sono stati loro imposti, le popolazioni del Maghreb hanno subito ogni sorta
di violenza. Le rivolte sono scoppiate a più riprese nella regione. Sono
state represse, ma la collera ha continuato a covare. Sia nel 1983 in
Tunisia e in Marocco che nel 1988 in Algeria, hanno mietuto numerose vittime
e centinaia di arresti. Di fronte alle difficoltà  della vita quotidiana, la
contestazione si è progressivamente radicalizzata, così come la repressione.
In Algeria, il paese più colpito da queste ondate di violenza, la
radicalizzazione ha condotto ad un affronto brutale tra gruppi islamici
armati più o meno ben identificati e un potere militare simbolo della
repressione cieca e del rifiuto dell’apertura politica. Un affronto che ha
fatto più di 150.000 morti senza contare i feriti, i mutilati e i
traumatizzati, e tutti gli scomparsi di cui le famiglie non hanno più avuto
notizie da molti anni.

– Le libertà  confiscate.
In queste condizioni, tanto vale dire che la questione delle libertà  è
centrale in tutti i paesi del Maghreb. Dappertutto esse sono attualmente
confiscate. Le elezioni, quando hanno luogo, sono regolarmente truccate,
come mostrano i risultati degli scrutini in Tunisia o in Algeria. La
giustizia continua a non essere indipendente dal potere politico. Basta
vedere come sono giudicati i dissidenti in questi paesi, o anche solo i
difensori dei diritti umani e i sindacalisti. Quanto ai giornalisti e agli
altri rappresentanti della stampa, sono sottoposti a forti pressioni, alla
censura e a ogni forma di repressione, compresi i rapimenti e la reclusione.
Cosa dire ugualmente e al contrario di tutti quei processi che non hanno
avuto luogo e che riguardano assassinii non chiariti o atti di corruzione
che coinvolgono dignitari di questi regimi?
Per tutte queste ragioni, secondo il PNUD (cfr. il rapporto sullo sviluppo
umano 2002) il Maghreb, come il resto del mondo arabo, si trova all’ultimo
posto in materia di libertà .

13 – Le fratture si allargano

– La frattura euro-maghrebina
In queste condizioni, la frattura tra le due rive del Mediterraneo non
smette di allargarsi. Lo scarto di ricchezza è oggi di uno a dieci. Il PIL
del solo Belgio è largamente superiore a quello del Maghreb. Anche se il
PIL globale del Maghreb dovesse duplicarsi da qui al 2012, cosa che
supporrebbe una crescita media del 6% all’anno, il PIL per abitante
resterebbe appena stabile a causa della crescita demografica, e il fossato
tra le due rive continuerebbe ad aumentare. In effetti, se queste tendenze
dovessero continuare, si arriverebbe a uno scarto di uno a venti per il
2012, orizzonte dell’instaurazione della zona di libero scambio. Una tale
evoluzione sarebbe di fatto poco propizia al ritorno della stabilità  nella
regione.

– L’Europa dei poveri
All’interno della Comunità  Europea vengono alla luce delle fratture
ugualmente pericolose. La crescita e la persistenza della disoccupazione, l’
estensione della povertà  e dell’esclusione in frange sempre più larghe della
popolazione, comprese quelle dei lavoratori, costituiscono motivo d’
inquitudine. La violenza e l’insicurezza si sviluppano particolarmente nelle
zone più povere delle città  e delle campagne. Le periferie dette calde ne
sono il simbolo, ingigantito da tutta una stampa sensazionalista e da
correnti politiche estremiste che giocano sulla paura e sulla xenofobia per
demonizzare l’Islam. Un settimanale come il Figaro-Magazine, pur con la sua
reputazione seria, non ha esitato a uscire nel 1988 col titolo: “Saremo
francesi nel 2025?” e una Marianna velata in copertina. La realtà  è che
queste periferie sono sotto il diktat dei mercanti di sonno, privati, che
prosperano sulla miseria delle popolazioni, peraltro sottoposte al disprezzo
e al disdegno dell’amministrazione e della burocrazia. In Francia, secondo
il ministro dei lavori pubblici, più di 250.000 alloggi sono in una
situazione d’insalubrità  grave che mette in pericolo le famiglie che vi
abitano. Per questa ragione, più di 65 città  devono essere riabilitate nei
prossimi cinque anni. Quindi, affermava recentemente e senza ambagi Jean
Louis Borloo, “Bisogna riconoscere che l’asse Nord/Sud attraversa le nostre
periferie”. Luogo di miseria e di povertà  economica, sociale e culturale, le
popolazioni in predominanza immigrate sono toccate più che altrove dalla
disoccupazione (fino al 30% della popolazione in certe città  dormitorio),
dall’insuccesso scolare, dalla malattia e da ogni sorta di discriminazione
di carattere razziale (nelle assunzioni, nelle occupazioni del tempo libero,
nell’aspetto). Sopravvivono nella disperazione e nella rabbia, davanti ad
una “società  catodica” da cui si sentono ogni giorno un po’ più escluse e
vittime. Una parte di esse cade in delinquenze di tutti i tipi, sviluppando
delle vere zone di non-diritto, e diventa facile preda delle reti della
droga, del radicalismo integralista e del banditismo.

– Le fratture maghrebine
In Maghreb, le fratture non sono meno profonde. Lo scarto di ricchezza tra
gli stessi Paesi maghrebini è importante come quello tra l’Europa e il
Maghreb, ossia i PIL variano da uno a dieci. La Mauritania dispone di un
reddito medio per abitante di 450$, il Marocco di 1.300$, l’Algeria di
1.600$, la Tunisia di 2.000$ e la Libia di 4.500$. Nonostante ciò, in tutto
il Maghreb la povertà  raggiunge livelli inimmaginabili. La disoccupazione
tocca il 12% della popolazione attiva in Libia, il 15% in Tunisia, il 18% in
Marocco e il 30% in Algeria. La distribuzione del reddito è particolarmente
disuguale, in una situazione di speculazione e di corruzione, di
clientelismo e di arbitrarietà . Gran parte della popolazione sopravvive con
meno di due dollari al giorno (più di 14 milioni in Algeria secondo il
Consiglio Nazionale Economico e Sociale). In materia di sviluppo umano, i
paesi del Maghreb sono quindi mal classificati: 64 ° posto per la Libia, 97°
per la Tunisia, 106° per l’Algeria, 123° per il Marocco e 152° per la
Mauritania, su 173 paesi, con un indice medio di 0,653. Risultato, le
periferie di Rabat, di Algeri o di Tunisi sono sottoposte allo stesso male
di vivere e alle stesse violenze.

-Le fratture sud – sud
A questo, si aggiungono tutta una serie di fratture della regione sud
mediterranea vissute molto male dalle popolazioni maghrebine. Il conflitto
israeliano-palestinese, con il suo corteo di drammi e di dolori, avvelena da
troppo tempo le relazioni tra gli arabi e gli israeliani, e al di là  le
relazioni euro-maghrebine, tanto più che alcuni tentano regolarmente di
gettare benzina sul fuoco e di importare questo conflitto sul territorio
europeo, per attizzare l’odio tra le comunità  ebraiche ed arabe. Si è
verificato un aumento dell’antisemitismo contro queste due comunità . In
questo quadro, le popolazioni arabe rimproverano frequentemente all’Europa
il suo allineamento alla politica americana di sostegno incondizionato ad
Israele. Queste recriminazioni non sono sempre giustificate. A più riprese,
delle voci europee si sono alzate sia contro le devastazioni del terrorismo
cieco in Israele che contro le malversazioni militari israeliane in
Palestina. Tra queste, ricordiamo quella, ufficiale, del presidente Jacques
Chirac in occasione del suo ultimo viaggio in Medio Oriente, o ancora quelle
dei parlamentari, dei sindacalisti o delle ONG europee. Anche la questione
irachena continua ad irritare le popolazioni maghrebine le quali non
comprendono come una guerra (quella del Golfo nel 1991), dei bombardamenti
ripetuti e un embargo dei più severi, siano imposti alla popolazione
irachena più che al dittatore che la dirige, facendo dei milioni di vittime
tra le popolazioni civili e i bambini (50 mila decessi di bambini in più
ogni anno dal 1991). Anche qui, bisogna dire che la Francia e una parte
dell’Europa (esclusa la Gran Bretagna) hanno periodicamente denunciato con
vigore questo embargo, e sono riuscite a rallentare (fermare?) i preparativi
di una seconda guerra del Golfo che il governo Bush si prepara a condurre
contro l’Irak. Traducendo così una volontà  d’indipendenza e d’equilibrio
nelle loro relazioni con l’insieme dei partner della loro regione. Alcuni
diranno che si tratta qui di una politica guidata da soli interessi
economici che odorano di petrolio. Forse, ma alcuni risultati ci sono ed
evitano di allargare ancora il fossato tra le due rive del Mediterraneo, ed
è tanto meglio. Ma queste prese di posizione non possono nascondere che le
fratture tra i paesi del sud si allargano, rendendo ormai impossibile
qualsiasi “fronte dei poveri” del terzo mondo, come era stato costruito da
Bandung a Algeri negli anni ’50 e fino agli anni ’70. Israele dispone già  di
un PIL per abitante otto volte superiore a quello del Maghreb, (e da 30 a 40
volte superiore a quello della Palestina!). All’orizzonte del 2012, questo
scarto potrebbe passare da uno a 25, allora il PIL dei 7 milioni di
israeliani equivarrebbe a quello dei 140 milioni di abitanti dei paesi
vicini. Che cosa pensare anche della Corea del Sud, più povera dell’Algeria
nel 1960, che oggi caracolla con un PIL per abitante di 12.000$, e un PIL
globale quattro volte superiore a quello di tutto il Maghreb?

1.4-Delle popolazioni soffrono e muoiono

-Tra violenze e repressioni
Dentro a tutto questo, ci sono delle popolazioni che soffrono e muoiono, che
le relazioni euro-maghrebine non possono continuare ad ignorare. Sottomesse
da decenni al ciclo infernale delle violenze e della repressione, le
popolazioni maghrebine non smettono di disperare. Continuano a non vedere la
fine dell’incubo. Non osano più sognare un nuovo avvenire portatore di
speranza per i loro figli. Come quello che i loro dirigenti e l’Europa
avevano loro promesso all’indomani delle indipendenze. Queste popolazioni
hanno a lungo “scambiato” il loro silenzio con questa speranza in un reale
sviluppo, di cui attendevano qualche ripercussione. Ormai, malgrado il peso
della repressione e delle violenze multiformi, la sete di esprimersi è tanto
più forte quanto la fame e le delusioni sono grandi. Da qualche anno, questa
esigenza mette un termine all’unanimità  di facciata che aveva accompagnato
le politiche di sviluppo e i grandi incontri di cooperazione internazionale,
sotto forma di nazionalismo esacerbato. Le popolazioni alzano la voce. Le
società  civili si organizzano e non esitano più a sfidare i poteri
costituiti.

-Tra miseria e povertà 
Le popolazioni maghrebine scoprono in effetti, e con smarrimento, che molti
dei loro dirigenti hanno talvolta dilapidato le risorse pubbliche, per
costruire dei progetti “faraonici” inefficaci che hanno inghiottito delle
somme di denaro colossali, acquisite secondo un processo di indebitamento
incontrollato, di cui dovranno assicurare il rimborso per lunghi anni. Hanno
anche compreso che la loro miseria non era condivisa da questi dirigenti e
dai loro clienti, che non tutti avevano perduto le ricchezze. La
mobilizzazione per la battaglia dello sviluppo ha permesso, con la copertura
di importanti settori pubblici, di stornare una parte importante di queste
risorse a fini personali, grazie a meccanismi più vicini alla delinquenza
finanziaria e commerciale che alle strategie di sviluppo e di integrazione
sbandierate nel corso del processo. Come molti paesi del terzo mondo, i
paesi del Maghreb sono così caratterizzati da fughe di capitali, in
particolare verso l’Europa (riciclati nel settore alberghiero, immobiliare o
nei servizi), e dalla costituzione di fortune considerevoli su fondi di
corruzione e di scambi commerciali opachi. Ora, alla prova dei fatti, lo
sviluppo non può essere ridotto all’esportazione di petrolio, di abiti o di
verdure prodotte da una moltitudine di poveri. La fortuna e il potere di
alcuni possono essere costruiti sulla miseria e la povertà  di molti. Non lo
sviluppo di un paese o di un insieme di paesi.

-Il miraggio dell’altra riva
Lo sviluppo non si trova nemmeno nella fissazione del miraggio della riva
nord, magnificato dalla magia dei satelliti e delle immagini che bagnano in
permanenza il Maghreb attraverso la mediazione di televisioni e computer. Il
sogno europeo, a colpi di pubblicità  e di programmi incantatori, già 
inaccessibile a una gran parte della popolazione europea, diventa allora il
simbolo di rifugio quotidiano per dei milioni di maghrebini che, ogni
giorno, evadono attraverso il tubo catodico, e per un momento, dalla durezza
di un quotidiano senza prospettive e apparentemente bloccato. Sull’altra
riva, ci sarebbe la libertà , il denaro, la consumazione, in una parola la
felicità . Per tutti questi uomini e queste donne, andare in Europa sarebbe
“Ali nel paese delle meraviglie”.

-Le migrazioni selvagge
Allora si comprende meglio perché sempre più numerosi candidati sono pronti
a tutto pur di raggiungere la riva nord, con o senza l’aiuto delle reti di
scafisti che si sono rapidamente organizzati per rispondere alla domanda. Le
restrizioni drastiche operate sulle migrazioni legali anno solo amplificato
il fenomeno. Che sia per via marittima, aerea, o anche su fragili
imbarcazioni, l’attualità  è piena dei racconti sulla fine drammatica del
viaggio per annegamento in mare aperto o per soffocamento in un container,
sulla banchina di un porto o di una stazione.

2. VIVERE SULLE DUE RIVE

Ora si vede più chiaramente: il fossato scavato tra il Maghreb e l’Europa
non si fonda principalmente su questioni di civiltà  (il tristemente celebre
“shock delle civiltà ” predicato dal 1993 dal professore americano Samuel
Huntington), di cultura, o di culto. L’opinione pubblica, regolarmente
surriscaldata dalle azioni selvagge del terrorismo internazionale, e la
amalgama che di conseguenza viene fatta tra i responsabili di questi atti
ingiustificabili e inqualificabili, da una parte, e l’Islam e i musulmani
dall’altra, dovrebbe comprendere che il fossato che separa questi ultimi dai
criminali è tanto vasto quanto il Mediterraneo. Quindi, non cerchiamo di
trovare a quale nazionalità  o religione appartenga un terrorista. Più
esattamente e semplicemente diciamo, se mi è permesso, che un terrorista è
un terrorista, proprio come un dittatore è un dittatore. Nei due casi, che
si ammantino di religiosità , di nazionalismo esacerbato o di ragione di
Stato, il terrorista come il dittatore hanno in comune di essere nocivi per
la società  in generale, e in particolare per la loro propria società , la
loro cultura e la loro religione. La loro violenza non potrebbe per questo
motivo essere sopportata, né tollerata, ancor meno giustificata. La
giustizia, foss’anche internazionale, li deve perseguire con tutto il rigore
della legge. Questi atti non dovrebbero tuttavia richiamare una contro
violenza e una repressione di Stato verso le popolazioni musulmane, né
servire come alibi ad una politica securitaria anti-araba nel Mediterraneo
che fa la corte ai regimi autoritari e bellicosi di tutta la regione sud del
Mediterraneo. No, alla base di queste fratture multiple aperte delle
relazioni tra l’Europa e il Maghreb, c’è prima di tutto la questione
essenziale dello sviluppo, della creazione e della distribuzione oggi iniqua
delle ricchezze tra le due rive del Mediterraneo.

2.1-Le condizioni dello sviluppo

-La tirannia del debito
Tra le condizioni dello sviluppo, la tirannia del debito è una delle più
persistenti. I paesi del Maghreb sono pesantemente indebitati, malgrado
numerosi programmi di ricampionamento dei loro debiti e dei rimborsi
conseguenti da quasi vent’anni, con tassi particolarmente onerosi. Così, a
titolo d’esempio, bisogna notare che a livello del Maghreb, in quattro anni
(1989-1992) i rimborsi sono stati di 46 miliardi di dollari. Dal 1992, la
sola Algeria aveva sborsato, per il suo debito, una cifra doppia del
Portogallo (34 miliardi di dollari contro 18 miliardi) mentre il suo debito
globale era inferiore a quello del Portogallo. Per queste ragioni, ancora
oggi, il debito globale del Maghreb è stimato a circa 68 miliardi di
dollari, ovvero il doppio rispetto al 1980. Tuttavia, dietro queste medie,
tra i paesi maghrebini appaiono differenze sensibili. Rapportati alle
esportazioni, i livelli di indebitamento corrispondono a un anno
d’esportazioni tunisine, a più di un anno e mezzo per il Marocco, a più di
due anni per l’Algeria, e a più di cinque anni per la Mauritania. In più, il
tasso di indebitamento pro capite (il rapporto tra il debito per abitante e
il PIL per abitante) è di 15% per il libico, di 50% per il tunisino, 61% per
il marocchino, 65% per l’algerino e 250% per il mauritano. Così, più le
popolazioni sono povere e più è pesante il fardello del debito. Un fardello
che si chiede loro di assumere perché, alla fine, sono loro che devono
pagare le tasse che permetteranno di pagare il conto.

-La penuria d’acqua
La seconda condizione è maggiormente legata alle condizioni climatiche
prevalenti in Maghreb. Dalla metà  degli anni 1990, un rapporto della Banca
mondiale segnalava che il volume d’acqua disponibile per abitante in Maghreb
(e nel medio oriente) era diminuito da 3.300 metri cubi nel 1960 a 1.250 nel
1996, e che a questo ritmo si arriverà  a 650 metri cubi nel 2025. In
previsione, in meno di dieci anni saranno più di 200 milioni gli abitanti
che non avranno accesso all’acqua potabile sulla riva sud del Mediterraneo.
Le siccità  cicliche che colpiscono duramente i paesi della regione, unite
all’avanzare della desertificazione e alla penuria cronica d’acqua che ne
segue, indeboliscono ancor più delle terre irrigate con insufficienza e poco
redditizie. Così, i rendimenti medi dei cereali sono raramente superiori ai
15 quintali per ettaro mentre si raccolgono tra i 70 e gli 80 quintali di
grano in Francia. In materia idraulica, le politiche maghrebine non sono
maggiormente coordinate. I marocchini hanno investito piuttosto nella
piccola e media idraulica, gli algerini in una politica di grandi dighe, e i
libici in enormi trivellazioni nell’immensa falda che attraversa il
sottosuolo del Sahara. Nonostante ciò, il Maghreb non si ricorda più di
essere stato una volta il granaio dell’impero romano e anche della Francia
del XIX secolo. La fattura non pagata del grano algerino spedito alla
Francia non è servita in parte a scatenare l’avventura coloniale del 1830?
Resta vero che dopo le indipendenze i paesi del Maghreb dipendono molto
fortemente dal resto del mondo, e soprattutto dall’Europa in materia
alimentare. Al di là  dei suoi effetti sull’alimentazione, la penuria d’acqua
avvelena la vita dei maghrebini, provoca delle difficoltà 
d’approvvigionamento delle città  (Algeri ancora oggi è alimentata d’acqua
solo due o tre giorni alla settimana) e le campagne, e provoca delle gravi
difficoltà  di funzionamento delle unità  industriali. Questo stress idrico
permanente, che gli esperti stimano sarà  ancor più intenso negli anni a
venire, fa riapparire delle malattie e nelle epidemie (colera, difterite)
che si credevano sconfitte. Per far fronte a questa situazione, le autorità 
marocchine ricorrono talvolta all’importazione di navi cariche d’acqua, e
l’Algeria riflette ormai sui mezzi per sviluppare una rete (costosa) di
unità  di desalinizzazione dell’acqua di mare.

-Produzione-impiego e redditi
La debolezza della produzione agricola è aggravata dal non rendimento delle
industrie maghrebine. Costrette a lungo in settori pubblici corrosi da una
burocrazia puntigliosa, dalla mancanza di maestria tecnologica, dal
soprannumero degli effettivi, le grandi unità  industriali hanno raggiunto
livelli molto bassi dell’uso delle capacità  di produzione installate, e
quindi dei costi di funzionamento molto elevati. Dagli anni 1980, queste
grandi imprese sono state costrette ad adattarsi – programmi d’aggiustamento
oblige – con bonifiche finanziarie e tecniche più o meno riuscite e un
passaggio alla forma privata più o meno ben controllato. Ormai, in tutto il
Maghreb, il settore privato riprende vigore, ma resta ancora fragile, anche
se in alcuni paesi come la Tunisia è iniziata una dinamica reale. Gli
imprenditori tunisini, e con loro i marocchini e gli algerini, sono molto
inquieti degli effetti che seguiranno rapidamente l’apertura generalizzata
del Maghreb alla concorrenza europea e l’apertura, più ampia, conseguenza
della loro adesione all’OMC (organizzazione mondiale del commercio). Per
molti di loro, la convalescenza è ancora in corso, come mostrano i deboli
rendimenti delle diverse imprese industriali, e molti di loro temono la
sparizione di una buona parte dei mezzi produttivi maghrebini, con un carico
di catastrofi sociali e politiche.
Questo timore si avvicenda peraltro con la crescita di comportamenti
speculativi e commerciali miopi, in questi paesi e soprattutto in Algeria. I
possessori dei capitali, tranne forse in Tunisia, delusi dalla lentezza, o
meglio dal blocco dei processi di riforma, sembrano disinteressarsi ad un
settore industriale votato, secondo loro, a sparire di fronte ai giganti
stranieri nel peggiore dei casi, e nel migliore a servir loro da strumento
per conquistare lo spazio maghrebino, sotto forma di accordi commerciali, di
forniture o di partenariati tecnologici e finanziari. Di qui le difficoltà 
per il PIL maghrebino di crescere al ritmo necessario per uscire dal cattivo
sviluppo.

-Speculazione e corruzione
In queste condizioni, la speculazione e la corruzione sembrano avere ancora
un futuro. Il buon governo è ancora lontano dall’essere la regola. Ora, come
precisa Koffi Annan, il segretario generale dell’Onu, “un buon governo
costituisce forse il fattore più importante per sradicare la povertà  e
assicurare lo sviluppo”. La penuria, aumentata dalla caduta del potere
d’acquisto in questa regione, riappare per la gioia degli speculatori. I
fenomeni di corruzione e di speculazione che sembravano legati solamente al
settore pubblico, alle eminenze grigie e alle loro clientele nazionali e
internazionali, sembrano “democratizzarsi ” nel settore privato formale come
in quello informale, e continuano ad approfittare dell’assenza o
dell’insufficienza dello Stato di diritto nella regione. Perciò, il cattivo
sviluppo continua a corrompere i settori produttivi nazionali e a mietere
numerose vittime.

2.2. Gli emarginati dello sviluppo

Il disprezzo delle donne
E’ indubbio che le donne siano le prime vittime di questo sviluppo
inefficace e non è certo la posizione relativamente privilegiata della donna
tunisina che può impedirci di affermarlo. La condizione femminile in
Tunisia è l’albero che nasconde (male) la foresta delle ingiustizie e del
disprezzo di cui sono bersaglio le donne magrebine. Nella maggior parte dei
paesi del Magreb la donna è sottoposta, con il pretesto del rispetto dei
principi islamici, a norme giuridiche, economiche e sociali ampiamente
sorpassate. Come in Algeria il suo status ne fa un minore a vita,
dipendente dalla benevolenza del marito o del padre e costretta ad
accettare la poligamia e il ripudio. Eppure, fino ad oggi, nessun paese del
Magreb è stato governato da un regime esplicitamente islamico e nessuno
Stato, ad eccezione della Mauritania, si dichiara ufficialmente repubblica
islamica. In questi paesi la questione della parità  di genere è sempre
relegata in secondo piano. Ancora di recente il giovane re marocchino ha
dovuto rinunciare all’intento di affrontare il problema a causa del
malcontento crescente degli ambienti tradizionali del regno. Più volte
annunciato nei discorsi ufficiali lo sviluppo della condizione femminile
nelle società  magrebine resta invece legato alla tradizione più retriva.
Questa situazione giuridica si riflette perfettamente nella situazione
economica e sociale della donna. Nella maggioranza dei paesi magrebini il
numero delle donne che hanno accesso a un’occupazione retribuita resta
marginale (meno del 10% in Algeria, più del doppio in Tunisia). La
disoccupazione femminile è di durata più lunga e maggiore di quella
maschile, già  molto elevata. Le ragazze hanno una scolarizzazione inferiore
ai ragazzi e, nei testi scolastici, si continua a diffondere un’immagine
della donna sottomessa e relegata ai compiti domestici. Inoltre, nei corsi
di religione, impartiti da persone con una formazione insufficiente, tutto
ciò è legittimato dal discorso di matrice religiosa. Di conseguenza quasi
tre quarti delle donne sono casalinghe e non è raro che donne con un
livello di studi universitario restino a casa sotto il peso delle pressioni
sociali e della tradizione.
Per le stesse ragioni le donne sono sottoposte al fardello delle
responsabilità  domestiche. La scarsità  di alloggi, la vita nelle bidonville,
il razionamento dell’acqua, la mancanza di cure adeguate, il fallimento
scolastico dei loro numerosi figli, la disoccupazione di cui sono vittime e
la via della criminalità  che imboccano sono altrettanti dolori che le donne
affrontano con coraggio. A ciò si aggiungono tutti i tipi di violenza e di
aggressione fisica e morale che esse subiscono non appena accennano a
discostarsi dai comportamenti tradizionali. Per tutti questi motivi l’UNDP
colloca il Magreb al penultimo posto, subito prima dell’Africa
subsahariana, nel quadro della partecipazione delle donne allo sviluppo.

La disperazione dei giovani
I giovani sono le altre vittime di questo sviluppo inefficace che, per loro,
è sinonimo di male di vivere. I giovani magrebini, nonostante gli sforzi
compiuti da ciascun paese per accrescere il tasso di scolarizzazione (in
media più del 70%), sono confrontati a un livello elevato di fallimento
scolastico. Ogni anno centinaia di migliaia di giovani sono così “scaricati”
in strada, con la sola prospettiva della disoccupazione, dei lavori precari
nel settore informale e nelle filiere della speculazione, se non addirittura
dell’immersione nel radicalismo islamico. Al di là  di questo non vi sono
prospettive reali di cavarsela e di costruire un vero progetto di vita e di
lavoro. Ne consegue che l’età  del matrimonio si abbassa senza sosta, la
delinquenza aumenta, il traffico di droga si infiltra ormai nelle scuole,
come in Europa, e alcuni giovani sono sempre più attirati dal suicidio (i
tassi sono in costante aumento), o dall’abbandono del paese d’origine, a
qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo, verso orizzonti che si presuppongono
migliori: le coste settentrionali del Mediterraneo.

Gli artisti ignorati
I giovani sono ancor più disperati poiché gli artisti, i cantanti, gli
attori e gli scrittori, che potrebbero aiutarli a sognare, sono essi stessi
ignorati o censurati dal regime al potere e perseguitati dai terroristi.
Quanti sono stati costretti all’esilio in condizioni drammatiche,
soprattutto in Europa, per poter esprimere la loro arte? Quanti sono morti
per aver sfidato i divieti ufficiali o religiosi?

I migranti tra le due sponde
Anche i migranti sono grandi vittime di questa situazione di cui soffrono
due volte: nel paese d’origine e nelle periferie delle città  europee. Come
amano ripetere sono “stranieri in patria e fuori”, sorta di apolidi anche
nel caso in cui dispongano della doppia nazionalità . Ricordo che uno di
loro diceva “In definitiva sto bene soltanto quando l’aereo sta sorvolando
il Mediterraneo.” E c’è da sperare che l’aereo non sia dirottato da
pirati dell’aria, come successe al Boeing dell’Air France nel 1994. Ovunque,
sembra che disturbino, ed essi hanno ormai la sensazione di essere i capri
espiatori di relazioni euromediterranee con prospettive scarse. Sarebbero
loro, i poveri tra due mondi, la causa delle crisi strutturali che
colpiscono questi due continenti, come delle violenze che ne derivano e dei
traffici di ogni tipo che alimentano la regione. L’incremento delle
migrazioni selvagge, la criminalizzazione dei fenomeni migratori illegali,
le destinazioni molteplici e pericolose di taluni migranti (Arabia Saudita,
Afghanistan, Pakistan) attraverso l’Europa, la recrudescenza degli atti di
terrorismo e del traffico di droga ne fanno dei colpevoli ideali. A tal
punto che la cooperazione in materia di emigrazione-immigrazione si è
rapidamente trasformata in cooperazione di sicurezza. Dato che ogni
terrorista che intende raggiungere l’Europa deve emigrare, qualsiasi
migrante è pertanto -esagero solo un po’- un terrorista potenziale. Di
conseguenza la politica migratoria in essere tra l’Europa e il Magreb è in
pratica diventata una questione di competenza esclusiva dei ministeri dell’
interno. Da una decina d’anni sono ormai innumerevoli le riunioni dedicate a
questo aspetto dai ministri competenti. Tuttavia la logica della sicurezza,
abbinata alla sola logica commerciale, non può fare a meno di azioni di
vasta portata necessarie a rendere dinamici gli inevitabili processi di
democratizzazione dei paesi del Magreb.

2.3 – La democratizzazione inevitabile

L’Islam tenuto in ostaggio
Nel quadro delle relazioni euromagrebine la democratizzazione è intrappolata
soprattutto dalla posizione che i soggetti in causa assumono nei confronti
dell’Islam, di cui si servono sempre più come di un ostaggio. Da un lato,
dalla riconquista dell’indipendenza, nel Magreb la religione si colloca al
centro della lotta per il potere. Per controllare il culto delle popolazioni
e, oltre a ciò le loro coscienze, le autorità  magrebine hanno fatto dell’
Islam una religione di Stato, rendendola in tal modo subordinata al potere
politico. Dopo l’indipendenza si riscontra la gestione diretta delle
moschee, la formazione e la nomina degli imam da parte degli Stati e il
finanziamento di nuove moschee e relativo funzionamento. E’ l’epoca della
strumentalizzazione dei luoghi di culto da parte del potere; le moschee sono
di fatto un prolungamento dello Stato. Con l’incremento della miseria e
della povertà , la contestazione del potere si appoggia molto rapidamente
alla vasta rete di moschee. Il movimento islamista rimprovera alle autorità ,
considerate empie, corrotte e contro il popolo, di allontanarsi dai precetti
dell’Islam e sogna di sovvertire la tendenza, ossia: sottomettere lo Stato
all’Islam e, a tal fine, instaurare uno Stato teocratico fondato sulla legge
religiosa. E’ l’epoca della strumentalizzazione della religione e dei luoghi
di culto da parte dell’Islam radicale. Gli imam ufficiali sono contestati e
sostituiti da imam militanti. Le moschee diventano cellule partigiane
incaricate di coordinare la lotta contro il potere. I discorsi politici
delle autorità  nelle mosche cede il posto al discorso politico degli
oppositori islamisti. La battaglia per la conquista o la riconquista delle
moschee infuria, sotto gli occhi attoniti dei credenti che esitano a
recarvisi per pregare e che, di fatto, subiscono la pressione dei vicini. D’
altra parte questa opposizione tra “l’Islam di Stato” e i partigiani dello
“Stato islamico” nel Magreb è in certa misura importata in Europa: nelle
periferie senza moschee, si costituiscono sale di preghiera dirette da imam
non sempre qualificati, a volte al limite del rispetto delle leggi
repubblicane che lo Stato tenta giustamente di imporre.
Come nel Magreb, l’Islam e i credenti sono ostaggi di questa opposizione tra
Stato e militanti dell’islamismo politico, tanto più che non esistono
organizzazioni rappresentative dei musulmani, riconosciute tali dalle
autorità . La soluzione del problema non è, evidentemente, solo nelle misure
di sicurezza. Le discussioni sull’integrazione della pratica religiosa nel
rispetto dei principi repubblicani, avviate in Francia, nonché sull’esigenza
di rappresentare i musulmani francesi vanno nella giusta direzione.
In Europa come nel Magreb, il solo modo di affrontare la questione consiste
nel disarmare ideologicamente e politicamente gli islamisti, al pari dei
poteri politici non democratici, procedendo alla democratizzazione più vasta
possibile delle società  magrebine e liberando così l’Islam e i credenti da
questa logica infernale in cui sono stati imprigionati. L’esperienza vissuta
negli ultimi anni dallo Stato laico turco (che bussa alla porta dell’Europa)
ad esempio, può offrire un insegnamento prezioso su come sia possibile
costruire, nel rispetto della legalità  repubblicana, una relazione pacifica
tra i partiti islamisti e la democrazia.

La polveriera berbera
Oltre all’Islam e agli islamisti, l’altro pomo della discordia magrebina che
può essere importato in Europa è rappresentato dalla questione berbera.
Quest’ultima è stata a lungo utilizzata come pretesto per dividere le
popolazioni magrebine permettendo così al potere coloniale di perdurare. In
Algeria la lingua kabyla era esaltata per contrapporla meglio all’arabo:
questo tentativo non ha avuto molto successo tuttavia, le autorità  al potere
adottano oggi comportamenti analoghi. La maggioranza della popolazione
algerina e, anche magrebina, sa però che all’origine, dall’Egitto fino al
Senegal, le popolazioni autoctone erano tutte berbere e che, attualmente,
nel Magreb vi sono per lo più soltanto arabi berberizzati o berberi
arabizzati. Ciò non di meno la questione della lingua e della cultura
berbere resta una rivendicazione essenziale sia in Algeria sia in Marocco.
Questi problemi, hanno ricevuto abbozzi di risposta, peraltro insignificanti
in entrambi i paesi, poiché essi fanno ormai parte di rivendicazioni più
ampie sulle condizioni di vita delle popolazioni sotto il profilo economico,
politico e sociale. Tali rivendicazioni democratiche si chiamano: libertà 
individuali e collettive, diritto al lavoro, alla casa, alla salute e all’
istruzione per tutti, fine del disprezzo (hogra) e della repressione. I
tragici avvenimenti che scuotono la Kabylia e altre regioni del paese da
oltre un anno ne sono il segno forte. In tutta evidenza questi avvenimenti
si ripercuotono in Europa dove una gran parte di immigrati sono originari
delle regioni di lingua berbera del Magreb.

La costruzione degli stati di diritto
Dinanzi a tali sfide, che hanno avuto un’incidenza immediata sulle relazioni
euromagrebine, l’Europa ha tutto l’interesse a costruire reali stati di
diritto nell’intera regione. Ciò passa necessariamente dal primato della
sovranità  popolare nei paesi in questione, dalla creazione di istituzioni
liberamente elette, dalla definizione e dal rispetto di tutte le libertà 
individuali e collettive, dal rispetto dei diritti dell’uomo e del
cittadino, dal diritto alla libertà  d’espressione orale e scritta.
Fintantoché i regimi del sud del Mediterraneo continueranno a sopprimere
queste libertà , imbavagliare il pensiero, la parola e la scrittura connotati
dalla diversità , a rendere illegali le opposizioni democratiche e non, a
calpestare i diritti dell’uomo e del cittadino, non ci sarà  un vero
partenariato durevole tra il nord e il sud del Mediterraneo. Al nord non
possiamo continuare ad ignorare questi superamenti e questi blocchi, foss’
anche in nome della lotta legittima contro il terrorismo. La democrazia
economica va di pari passo con la democrazia politica e quest’ultima non si
riscontra, attualmente, tra le autorità  al potere e, ancora meno, nell’
islamismo politico ancorché moderato.

L’arma del dialogo
Uno stato di diritto non si costruisce con la forza dei kalashnikov, della
spada o dei carri armati. Uno Stato democratico si costruisce, nella pace
ritrovata, attraverso il dialogo politico il più esteso possibile, ossia
aperto a tutti gli strati della società  magrebina che desiderano una
gestione pacifica dei conflitti di interesse. L’UNDP ricorda ancora una
volta: le democrazie sono meno soggette alle guerre civili; le democrazie
recenti gestiscono i conflitti meglio dei regimi autoritari; i paesi
democratici raramente scendono in guerra l’uno contro l’altro. Occorre
pertanto con urgenza che l’arma del dialogo faccia tacere il dialogo delle
armi e che il sangue magrebino cessi finalmente di scorrere. Senza alcun
dubbio si tratta di una sfida eccezionale che deve essere raccolta sia
dalle autorità  al potere, sia dalle opposizioni islamiste sia dalla società 
civile magrebina nel suo insieme. Ne va del futuro delle relazioni
euromagrebine come del Magreb nella sua totalità . Ma è anche la sfida che
attende i promotori del partenariato euromagrebino poiché, evidentemente,
molte di questi problemi sono ampiamente occultate dagli

STAZIONE DI SERVIZIO DI VIA IV NOVEMBRE: CHIESTO ANCORA L’ANNULLAMENTO!

Sulla seconda area (ubicata difronte alla pasticceria Fieschi), pochi giorni fà , è stato presentato un progetto per la realizzazione di una Struttura Polifunzionale, su cui si veda

Annullate gli atti della commissione edilizia del 17 febbraio

Sulla prima (ubicata ad angolo con via Mura Megalitiche), oltre un anno fa, fu autorizzata la realizzazione di una stazione di servizio. Questa autorizzazione fu impugnata dinanzi al TAR dall’avvocato Lagonigro, residente in quella zona; il TAR rigettò il ricorso. V.:

Una stazione di servizio… al servizio di chi?!

La stazione di servizio si farà !?

Il medesimo avvocato con l’atto che pubblichiamo torna ora a chiedere il riesame e l’annullamento della concessione edilizia e dell’autorizzazione petrolifera all’epoca rilasciate dal Comune, nonchédel Parere favorevole della Soprintendenza, alla luce delle disposizioni del PUTT/P della Regione Puglia e della legge regionale n. 13/90. L’avvocato Lagonigro ha inoltre impugnato dinanzi al Consiglio di Stato la sentenza del TAR. Su istanza sempre di Lagonigro del 14 febbraio 2003, la Regione, con Nota del 10.3.2003, Prot. 1809/06, ha invitato il Sindaco di Altamura, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Puglia di Bari e la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Taranto, “a volere verificare la fondatezza dell’esposto pervenuto nonché a procedere all’annullamento dei provvedimenti autorizzatori già  emessi qualora per gli stessi ricorrano vizi di legittimità ”.
Ci auguriamo che questa ennesima sollecitazione sortisca i risultati sperati: dare effettività  alle destinazioni urbanistiche previste dal Piano Regolatore.

______________________________________

ISTANZA DI REVISIONE E RIESAME PRESENTATA DALL’AVVOCATO VITANTONIO LAGONIGRO

Ill. Sig. Dirigente l’U.T.C. di Altamura
Ill.mo Sig. Dirigente V Settore – Comune di Altamura
Ill.mo Sig. Sindaco di Altamura
Ill.mo Soprintendente ai Beni Archeologici della Puglia – Taranto

-§ -§ -§ -§ -§

Istanza di revisione e riesame
proposta dall’Avv. Vitantonio Lagonigro, in qualità  di cittadino residente in Via IV Novembre n. 129, per la revisione e il conseguente annullamento della Concessione Edilizia n. 199/bis/2001 del 9.11.2001 e dell’Autorizzazione petrolifera n. 16 del 24.11.2001, nonché del Parere favorevole della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia – Taranto alla esecuzione delle opere richieste (Nota Prot. n. 13393 del 27.6.2001), rilasciati in favore della Sud Progetta Srl per l’installazione e l’esercizio di una Stazione di servizio in Via Mura Megalitiche angolo Via IV Novembre.

*.*.*.*.*

Il sottoscritto Lagonigro Vitantonio, nato in Altamura il 24.3.1962 e quivi residente alla Via IV Novembre n. 129, elettivamente domiciliato nel proprio studio in Altamura alla Via Abruzzi n. 3/A,

premesso
– che con concessione edilizia n. 199/bis del 9 novembre 2001 il Comune di Altamura autorizzava la SUD PROGETTA srl alla realizzazione di una stazione di carburanti nel centro di Altamura, in un’area compresa tra Via IV novembre e Via Mura Megalitiche;
– che con successivo provvedimento del 24 novembre 2001, n. 16, il Comune rilasciava altresì alla medesima società  l’autorizzazione petrolifera relativamente all’impianto e all’ubicazione suddetti.
– che il sito individuato per l’ubicazione dell’impianto di carburanti (Via Mura Megalitiche angolo Via IV Novembre) si inserisce, senza tema di smentita, in un contesto ambientale caratterizzato sia dalla presenza di un bene di interesse storico, architettonico, urbanistico ed ambientale, sia dalla unicità  del particolare aggregato urbano per come caratterizzato dalla presenza delle Mura Megalitiche, bene di interesse archeologico risalente al V secolo, tutelato fin dal 1961 con vincolo ministeriale diretto e indiretto ai sensi della legge n. 1089 del 1939 (oggi T.U. 490/1999);
– che il sito delle Mura Megalitiche è componente archeologica di rilievo nell’ambito del sistema della stratificazione storica dell’organizzazione insediativa pugliese e contribuisce alla configurazione dell’assetto paesaggistico del nostro territorio;
– che il sito in parola è compreso nell’”Elenco vincoli e segnalazioni Archeologiche e architettoniche” allegato al Piano Urbanistico Territoriale Tematico Paesaggio e Beni Ambientali adottato con Delibera della Giunta Regionale Pugliese n. 6946 del 11.10.1994;
– che, in particolare, esso rientra tra le componenti censite negli elenchi allegati al PUTT/P della Regione Puglia quale “Ambito Territoriale Distinto”. Per ciascuna tipologia di componente sono indicate le modalità  di perimetrazione delle aree di pertinenza (spazio fisico di presenza) e delle aree annesse (spazio fisico di contesto), con i rispettivi regimi di salvaguardia (prescrizioni di base immediatamente operative, indirizzi di tutela, direttive di tutela), già  definiti dal PUTT/P (pagg. 168-169 del BURP n. 8 suppl. del 17.1.2002) e meglio dettagliate dalle Norme Tecniche di Attuazione.

Considerato
1.- che il PUTT/P prescrive un regime di tutela da osservare per la formulazione di sottopiani, pareri, autorizzazioni ed è, comunque, direttamente applicabile in assenza di altra e diretta pianificazione conforme. Il PUTT/P, entro una fascia di 100 (cento) metri dal bene protetto (e cioè dalle Mura Megalitiche), non consente interventi di trasformazione territoriale (comprese arature profonde più di 50 cm!), ovvero consente solo di attrezzare aree verdi capaci di mantenere ed accrescere la qualità  paesaggistica dei luoghi;
2.- che il PUTT/P (adottato con deliberazione di G.R. n. 6946 dell’11.10.1994 e definitivamente), ha valore prescrittivo, come espressamente confermato anche nella Deliberazione della G.R. 30.9.2002, n. 1422 (“Verifica di compatibilità  tra le disposizioni del PUTT/P della Regione Puglia e le previsioni dell’Accordo 19/4/1991 tra Ministero per i Beni e le attività  culturali e le Regioni sull’esercizio dei poteri in materia di paesaggio”);
3.- che il PUTT/P, al quale la pianificazione locale deve conformarsi, introduce nuovi elementi di contrasto tra l’impianto e il territorio circostante, in quanto la realizzazione e o il mantenimento in esercizio dell’impianto di carburanti – inducendo la trasformazione fisica e l’uso improprio delle adiacenze della zona archeologica – accresce la vulnerabilità  e i fattori di rischio irreversibile che minacciano il bene in sé (le Mura Megalitiche), e il contesto (area annessa);
4.- che, pertanto, alla luce della richiamata normativa urbanistica regionale, i provvedimenti rilasciati alla ditta richiedente si appalesano illegittimi perché in evidente contrasto con le prescrizioni del PUTT/P della Regione Puglia, in particolare con la disciplina di tutela prevista e disciplinata dall’art. 3.15 delle N.T.A. del PUTT/P;

considerato altresì
5.- che la Legge regionale n. 13 del 1990 (“Disciplina degli impianti di carburante. Norme per la realizzazione della rete e per l’esercizio delle funzioni amministrative”) prescrive che il rilascio dell’autorizzazione petrolifera sia preceduto dalla previa verifica della inesistenza di incompatibilità  tra impianto e territorio, definita dall’art. 3, lett. o) come quella >.
6.- che il provvedimento di autorizzazione petrolifera n. 16 del 24.11.2001 appare carente di istruttoria e di motivazione in ordine alle verifiche richieste dalla normativa sopra richiamata;
7.- che, dato il contesto ambientale del sito individuato per la localizzazione dell’impianto assentito (presenza di un bene di interesse storico, architettonico, urbanistico ed ambientale, ed unicità  del particolare aggregato urbano per come caratterizzato dalla presenza delle Mura Megalitiche), l’installazione di una stazione di servizio può e deve considerarsi >, andando a costituire sicuro elemento di sovrapposizione e di interferenza, oltre che, evidentemente, anche tale da impedire la visuale, anche parziale, del particolare bene protetto e dell’intero aggregato urbano;
8.- che l’autorizzazione petrolifera è, a parere del sottoscritto, carente in ordine alla valutazione delle questioni sopra esposte, per non avere preso in alcuna considerazione il particolare contesto urbano in cui verrebbe ad essere collocata la stazione di servizio, con conseguente compromissione della migliore fruizione (dalla più corretta prospettiva esterna) delle Mura Megalitiche, che ha anche un forte interesse turistico, ponendosi lungo il tragitto Museo Archeologico – Orme dei dinosauri – Grotta di Lamalunga (Homo arcaicus) – Pulo;
9.- che anche la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia – Taranto, che ha rilasciato proprio parere favorevole alla esecuzione delle opere richieste (Nota Prot. n. 13393 del 27.6.2001), non ha valutato, com’è suo compito e dovere quale ente che > (art. 14, co. 2, lett. c) del Dpr n. 441/2000), la portata di tale intervento rispetto alla situazione di “contrasto con il territorio”, in ordine sia alle prescrizioni di carattere urbanistico di cui al PUTT/P della Regione Puglia che a quelle contenute nella legge regionale n. 13/1990, che essa pure è chiamata a rispettare e a far rispettare;

ritenuto
– che i richiamati provvedimenti di concessione edilizia n. 199/bis/2001 e di autorizzazione petrolifera n. 16/2001 appaiono pertanto carenti di istruttoria e di motivazione in ordine alle verifiche di compatibilità  con le richiamate prescrizioni contenute nel PUTT/P della Regione Puglia e nell’art. 3, lett. o), della Legge regionale n. 13/1990;
– che sussistono, a parere dell’istante, puntuali motivi di illegittimità  della Concessione edilizia n. 199/bis/2001 del 9.11.2001 e dell’Autorizzazione petrolifera n. 16 del 24.11.2001, nonché del presupposto Parere favorevole rilasciato dalla Soprintendenza ai beni archeologici della Puglia – Taranto;

tanto premesso, considerato e ritenuto,
il sottoscritto invita e diffida i destinatari della presente, ciascuno per la propria competenza, a procedere al riesame e alla revisione dei procedimenti a seguito dei quali venivano rilasciati, in favore della Sud Progetta Srl:
– il Parere favorevole della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia – Taranto alla esecuzione delle opere richieste (Nota Prot. n. 13393 del 27.6.2001);
– la Concessione edilizia n. 199/bis/2001 del 9.11.2001;
– l’Autorizzazione petrolifera n. 16 del 24.11.2001;
e, preso atto della illegittimità  di tali provvedimenti per contrasto con le vigenti previsioni del PUTT/P della Regione Puglia, nonché dell’art. 3, lett. o), della legge regionale n. 13/1990, procedano, nel termine di giorni trenta dalla ricezione della presente, al loro annullamento.
Riservati ogni diritto, ragione ed azione, si chiede di essere informato in ordine ai responsabili e agli esiti dei procedimenti.
Altamura, 18 marzo 2003

Avv. Vitantonio Lagonigro

SERVIZIO VOLONTARIO EUROPEO / GIOCHI OLIMPICI SPECIALI

Dal 21 al 30 giugno 2003 si terranno in Irlanda i Giochi Olimpici Speciali, una competizione sportiva nelle diverse specialità  atletiche per adulti e bambini con difficoltà  di apprendimento. 7.000 atleti di 160 delegazioni internazionali prenderanno parte al più grande evento sportivo dell’anno.

30.000 volontari internazionali si occuperanno dell’organizzazione di questo evento. Tra questi anche 200 volontari del Servizio Volontario Europeo potranno contribuire, dall’8 al 30 giugno, ad assicurare il successo dell’iniziativa. Si tratta di un progetto SVE di breve termine ma aperto a tutti i volontari tra i 18 ed i 25 anni interessati a partecipare.

Si allega la descrizione dettagliata dell’iniziativa e l’application form. L’application form potrà  essere inviata direttamente al Comitato di organizzazione dei Giochi che provvederà  anche all’organizzazione del viaggio e alla parte finanziaria.

Per maggiori informazioni è possibile contattare l’Agenzia Nazionale Italiana Gioventù (tel. 06.3675.44.23 – 06.3675.44.82) oppure direttamente la coordinatrice dell’iniziativa:

Georgia Blake

Email: gblake@2003worldgames.com

Tel: +353 1 869 1618
Fax: +353.1.868 7203
maggiori informazioni al sito www.2003specialolympics.com

ESPROPRIO DEL TEATRO MERCADANTE: UN SI’ CONVINTO DELLA COMMISSIONE CONSILIARE

 
Nella riunione odierna (14/03/2003), la IV Commissione Consiliare “Cultura” ha espresso all’unanimità  adesione alla proposta deliberativa presentata alla Giunta dal consigliere delegato Enzo Colonna ed ha invitato Sindaco e Assessori ad “approvare senza ulteriori indugi, nella riunione monotematica della Giunta convocata per il 20 marzo prossimo, la deliberazione proposta”. Lunedì, 17 marzo, il Presidente della Commissione, prof. Giacinto Forte, trasmetterà  formalmente alla Giunta il parere espresso dalla Commissione.
Compongono la IV Commissione i consiglieri: Donato Clemente, Enzo Colonna, Vito Dibenedetto, Giacinto Forte, Antonello Laterza, Dionigi Loiudice.

L’OPPOSIZIONE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

 
“Restano, infatti, ancora irrisolte le importanti questioni per le quali il PRC è passato all’opposizione:
–    L.R. 34: passata la bufala della scadenza dei presunti finanziamenti alle imprese, l’equivoca e pasticciata delibera di Consiglio comunale del novembre scorso non solo non ha risolto definitivamente il problema, ma ha addirittura spianato la strada a nuovi e insidiosi contenziosi contro l’Ente pubblico.
–    DISCARICA DI BACINO: l’acquisizione della titolarità  pubblica della discarica di bacino resta un obiettivo lontano, incerto e vago (qual è il sito della discarica pubblica? A che punto sono le procedure?).
–     URBANISTICA: la programmazione urbanistica quale “elemento qualificante” dell’azione amministrativa dell’attuale maggioranza resta pura propaganda. L’assenza di un organico e funzionale piano dei servizi espone da sempre le aree destinate a servizi di quartiere a logiche privatistiche, con realizzazioni di interventi ad iniziativa privata (uffici, attività  commerciali) che non soddisfano le vere esigenze sociali e pubbliche (scuole, asili, verde).
Ad un anno dalla redazione del piano del traffico e nonostante le reiterate denunce delle associazioni ambientaliste sui livelli di inquinamento urbano, lo stesso piano resta inspiegabilmente chiuso nei cassetti di un qualche ufficio; di contro si procede con iniziative improvvisate e parziali di cambiamento dei sensi unici.
– BENI ARCHEOLOGICI E CULTURALI: al disimpegno del PRC dal governo della città  è seguita una totale assenza di azione amministrativa su questioni rilevanti come l’UOMO ARCAICO, la VALLE DEI DINOSAURI. Uguale sorte è toccata alle politiche per il CENTRO STORICO e al TEATRO MERCADANTE.
Inoltre la vicenda del Teatro Mercadante, così come riportato dai mezzi d’informazione, dimostra ulteriormente e inequivocabilmente la completa inaffidabilità  del consorzio privato che “gestisce” il teatro, mentre lo stesso presenta vistosi segni di degrado. Si attivino da subito le procedure di esproprio come deliberato alla unanimità  dal Consiglio comunale del lontano marzo 2000.
Sono queste alcune delle questioni principali sulle quali Rifondazione Comunista incalzerà  l’amministrazione Popolizio e la sua maggioranza, articolando la sua iniziativa in Consiglio comunale e nella città .”
Altamura 8 marzo 2003

TEATRO MERCADANTE: ORA BASTA!

TEATRO MERCADANTE: ORA BASTA!
Falliti i lodevoli tentativi ed ignorati gli sforzi messi in campo da pochi, l’unica strada per superare incertezze ed ambiguità  è procedere con l’esproprio.
Il Sindaco e la Giunta sono ora chiamati alla prova: devono prendere posizione in merito alla proposta di deliberazione predisposta dal Consigliere Enzo Colonna (delegato dal Sindaco, alcuni mesi orsono, a seguire la vicenda del Teatro Mercadante), che riportiamo di seguito.
Una proposta chiara e, alla luce del tempo trascorso, doverosa: si propone, in sintesi, di predisporre gli atti richiesti dalla Soprintendenza nel novembre 2000, necessari affinché il Ministero possa decretare l’esproprio del Teatro cittadino e restituirlo ai suoi legittimi fruitori, i cittadini di Altamura.
Si spera che, almeno questa volta e su questa materia, la risposta del Sindaco e della Giunta sia altrettanto chiara e doverosa.


Si consiglia di scorrere i documenti pubblicati in questo sito nella sezione “Teatro Mercadante”. In particolare, segnaliamo:


L’ULTIMA LETTERA INDIRIZZATA AL CONSORZIO DAL COMUNE



LA NOTA DELLA SOPRINTENDENZA DEL NOVEMBRE 2000



LA PROPOSTA DI SOLUZIONE NEGOZIALE AVANZATA NELL’OTTOBRE 2001 DAL CONSIGLIERE ENZO COLONNA



GLI ULTIMI DIECI ANNI DELLA VICENDA



LA VICENDA STORICA E GIURIDICA DEL TEATRO



DIECI RAGIONI PER UN ESPROPRIO



PARERE IN ORDINE ALLA PROPRIETA’









GLI ATTI PRESENTATI DA ENZO COLONNA


Protocollo nr 8909, 11 marzo 2003
– 
– 
– 
– 
Sig. Sindaco
Sig. Assessore alla Cultura
Sig. Assessore al Patrimonio
Giunta Comunale
e p.c.
Segretario Generale
Presidente Commissione Consiliare Cultura
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Oggetto: Definizione iter procedurale “Teatro Mercadante”. Predisposizione atti per l’acquisizione al patrimonio pubblico. Trasmissione SCHEMA DI ATTO DELIBERATIVO da sottoporre alla Giunta Comunale.
– 
– 
In qualità  di Consigliere Delegato (decreto sindacale n. 25 del 17/05/2002), trasmetto in allegato schema di atto deliberativo da sottoporre all’esame della prossima riunione di Giunta finalizzato alla predisposizione degli atti tecnici richiesti dalla Soprintendenza BB.AA. di Bari, necessari all’emissione del provvedimento ablatorio avente ad oggetto il Teatro Mercadante.
Rammento che tanto si rende necessario, con la dovuta urgenza, a seguito del fallito tentativo di definizione bonaria e negoziale della vicenda e decorsi oramai oltre ude mesi dalla scadenza dell’ulteriore termine che con nota firmata dal Sindaco e dallo scrivente fu assegnato al Consorzio Teatro Mercadante per la sottoscrizione dello schema finale di intesa da me elaborato e trasmesso nel luglio 2002.
Altamura, 11 marzo 2003
– 
Il Consigliere Delegato
(Dr. Vincenzo Colonna)

– 
– 
– 
SI ALLEGA SCHEMA DI ATTO DELIBERATIVO DI GIUNTA:

– 
LA GIUNTA COMUNALE,
– 
PREMESSO CHE:
— Il Teatro Cittadino Mercadante fu edificato nel 1895 grazie alla partecipazione dell’intera cittadinanza altamurana, al lavoro delle maestranze locali e alla feconda collaborazione di circa 300 sottoscrittori uniti in un Comitato Promotore dell’iniziativa. A costoro il Comune accordò il diritto ad edificare un teatro su un suolo di proprietà  comunale “a nord della Villa Comunale” (Convenzione Comune di Altamura/Comitato Provvisorio del 15/02/1895). La costruzione del Teatro fu un evento così sentito da coinvolgere l’intera cittadinanza altamurana. Da allora il Teatro Cittadino, sotto la gestione e cura del Consorzio Teatro Mercadante [ente associativo che riuniva i sottoscrittori del 1895 (e loro eredi) a cui lo Statuto Fondamentale del 1895 riconosceva diritti di palco o poltrona], fra alterne vicende e almeno due ristrutturazioni ha sempre funzionato ed è sempre stato considerato un bene fondamentale per i “bisogni del paese e al progresso dei tempi” (Convenzione citata del 1895), tanto da essere dichiarato immobile di particolare interesse storico-artistico con D.M. 16 aprile 1984. Dal 1989 il Teatro, bisognoso di radicali interventi di recupero, è chiuso e da quell’anno ad Altamura è venuto a mancare l’unico vero luogo di fruizione culturale.
– 
— Questo Comune è da diversi anni impegnato a conseguire il ripristino strutturale e funzionale del “Teatro Mercadante” e a tal fine ha sperimentato in passato, su iniziativa delle precedenti amministrazioni, la fattibilità  di numerose ipotesi di soluzione (fondazione, acquisto, assunzione in fitto, ecc.) sul presupposto che la proprietà  indivisa dell’immobile fosse del “Consorzio Teatro Mercadante”.
– 
— Tali tentativi sono andati a vuoto o risultati essere concretamente e giuridicamente impraticabili.
– 
— Il Consiglio Comunale, rilevando che la volontà  tacita ed espressa dei cittadini di Altamura [manifestata anche attraverso l’adesione massiccia ed entusiastica (in appena 15 giorni, nel febbraio 2000, sono state raccolte oltre 5000 firme) all’atto di iniziativa amministrativa promosso dal “Comitato per la difesa del Teatro Cittadino – Il Teatro di Tutti”] è quella di riportare alla città , attraverso l’esproprio, la piena titolarità  e il pieno possesso del bene, con deliberazione n. 23 del 09/03/2000, approvata con l’unanimità  dei presenti ed esecutiva ai sensi di legge, ha deciso di «impegnare la Giunta Comunale ad attivare i procedimenti e le iniziative idonee ad acquisire detto immobile al patrimonio pubblico, stante l’evidente e oggettivo interesse pubblico e generale ad evitare l’ulteriore deterioramento di detta struttura, inattiva da circa dieci anni e, quindi, per la tutela dell’immobile e delle suppellettili e beni mobili ivi esistenti; dichiarare fin d’ora la volontà  di impegnare le risorse finanziarie necessarie per l’acquisizione, per il restauro e ristrutturazione nonché per la successiva gestione finalizzata al godimento pubblico».
– 
— Con atto del 16/06/2000 il Sindaco di Altamura invitava la Soprintendenza BB.AA di Bari ad avviare «il procedimento per l’ablazione del bene ai sensi dell’art. 91 del D.Leg.vo 29/10/99 n. 490 nel rispetto delle norme regolamentari di cui all’art. 66 del R.D. 30/01/1913 n. 363».
– 
– Con nota assunta al prot. gen. dell’ente il 10/11/2000 al nr. 17909, il Soprintendente per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici di Bari, dando riscontro all’atto del Sindaco di Altamura, comunicava di concordare «con codesta Amministrazione sulla opportunità  che il teatro sia oggetto di provvedimento di esproprio ai sensi dell’art. 91 D.lgs. n. 490/99», in quanto «tale iniziativa risponderebbe al preminente interesse generale alla concreta valorizzazione del Teatro medesimo, peraltro auspicata dai cittadini di Altamura e non solo»; a tal fine, invitava l’Amministrazione Comunale «a produrre gli atti necessari per l’emissione del D.M. di pubblica utilità  dell’esproprio» di cui forniva puntuale elencazione.
– 
— Al momento del suo insediamento (maggio 2001) ed al cospetto delle iniziative intraprese dalla precedente Amministrazione, della volontà  espressa dall’intero consiglio comunale con la deliberazione n. 23/2000 e di una forte mobilitazione cittadina, questa Amministrazione ha ritenuto opportuno e doveroso, prim’ancora di predisporre gli atti e la documentazione necessari per l’emissione del provvedimento espropriativo sollecitati dalla Soprintendenza di Bari, porre in essere un ulteriore tentativo diretto ad individuare una soluzione negoziale e concertata di definizione dei rapporti giuridici tra Comune e Consorzio Teatro Mercadante.
– 
— In questa direzione, il consigliere comunale dr. Vincenzo Colonna, nell’ottobre 2001, prese l’iniziativa di predisporre e di sottoporre all’attenzione dell’Amministrazione comunale, del Consorzio stesso, nonché di tutte le forze politiche e della Consulta Generale delle associazioni, un’articolata relazione in cui veniva ricostruita in termini storici e giuridici l’intera vicenda e se ne delineava un’ipotesi di soluzione.
– 
— Detta ipotesi di soluzione fu fatta propria dall’Amministrazione comunale e sottoposta all’attenzione e valutazione del Consorzio Teatro Mercadante (“formalmente come proposta dell’Amministrazione Comunale”) con nota del 21/11/01 con la quale, peraltro, si invitava il Consorzio a “determinarsi in merito e rappresentare la propria posizione” in un incontro che si sarebbe tenuto il 5 dicembre 2001 presso la sala consiliare.
– 
— In tale incontro, i rappresentanti del Consorzio presenti dichiararono la disponibilità  ad addivenire ad una definizione bonaria della questione, giudicarono sostanzialmente positiva l’impostazione alla base della proposta e segnalarono, con precisione, i punti della stessa che presentavano ancora elementi di criticità  e che rendevano necessario un ulteriore momento di riflessione, chiarimento e definizione; si convenne, in quella sede, che tali rilievi critici potessero essere esaminati e superati con ulteriori incontri tra i rappresentanti dell’Amministrazione (individuati nelle persone dei consiglieri comunali Vincenzo Colonna e Donato Clemente, nonché dell’assessore Gianfranco Loiudice) e del Consorzio (il presidente Paolo Simone ed i consiglieri di amministrazione Giacinto Moramarco ed Ascanio Turco).
– 
— Tale gruppo di lavoro ha svolto tale compito in numerosi incontri tenuti presso il Palazzo di Città , sino alla predisposizione di una relazione di sintesi contenente uno schema definitivo di accordo predisposta dal consigliere delegato Vincenzo Colonna. Una prima versione di tale relazione è stata dal medesimo trasmessa a tutti i componenti della commissione paritetica con nota prot. nr. 17499 del 21 giugno 2002, ma alcune osservazioni fatte dai rappresentanti del Consorzio nell’incontro del 27 giugno 2002 hanno impedito la sottoscrizione della stessa ed hanno reso necessario ulteriori modifiche ed integrazioni. A tanto ha provveduto il medesimo consigliere, che ha infine trasmesso la bozza finale della relazione di sintesi con nota prot. nr. 21496 del 19 luglio 2002 con l’invito a procedere alla sua sottoscrizione in un incontro che si sarebbe dovuto tenere il giorno 25 luglio 2002. Tale incontro non ha però sortito alcun esito.
– 
— Numerose sono state le sollecitazioni per una rapida conclusione delle trattative: il Consigliere Delegato ha avuto modo anche di partecipare ad una riunione del consiglio di amministrazione del Consorzio (19/09/02) e così di illustrare la proposta di intesa elaborata in sede di commissione paritetica. Con nota prot. nr. 28681 del 1° ottobre 2002, il Consigliere Delegato invitava ancora il Presidente del Consorzio a “voler comunicare, a breve, una data utile alla convocazione della commissione paritetica” al fine di procedere rapidamente alla sottoscrizione della relazione/intesa finale. Nonostante ulteriori ed innumerevoli sollecitazioni informali poste in essere da questa Amministrazione, nessuna indicazione e nessun riscontro si sono avuti da parte del Consorzio e dei suoi rappresentanti.
– 
— Con nota del 12/12/02, a firma del Sindaco Avv. Rachele Popolizio e del Consigliere Delegato Dr. Vincenzo Colonna, questa Amministrazione ha nuovamente e formalmente investito della questione il Consorzio Teatro Mercadante, comunicando – «con rammarico (perché, forse mai sinora si era, da parte dell’Ente Comunale, con tale serietà  di comportamenti, rigore di metodo e puntualità  giuridica perseguita ed elaborata una soluzione negoziale della questione) e con la consapevolezza che lo schema finale di intesa sottoposto all’attenzione del Consorzio sin da luglio scorso presenta un’efficace ed ottimale formula di componimento degli interessi pubblici e privati insistenti su un bene collettivo come il Teatro Mercadante (formula che, con i necessari adattamenti ed integrazioni dell’ipotesi originariamente proposta da questa Amministrazione, ha peraltro recepito in larghissima parte le indicazioni fornite dai rappresentanti del Consorzio nell’incontro del 05.12.01)» – – «che, ove non dovesse essere manifestata a questo Ente entro il 10 gennaio 2003 la concreta disponibilità  da parte del Consorzio Teatro Mercadante a sottoscrivere rapidamente lo schema di intesa finale elaborata e trasmessa nel luglio scorso, intende comunque realizzare i suoi obiettivi programmatici e perseguire gli interessi della collettività  altamurana attivando altri moduli procedimentali, altri percorsi amministrativi»;
– 
– 
RILEVATO CHE:
— Anche questa ulteriore sollecitazione non ha sortito alcun esito ed è quindi da ritenersi fallito questo ennesimo tentativo diretto ad individuare una soluzione negoziale e concertata di definizione dei rapporti giuridici tra Comune e Consorzio Teatro Mercadante.
– 
— Il bene è tuttora e da oltre 13 anni sottratto al godimento pubblico e presenta evidenti e significativi segni di degrado che impongono un tempestivo intervento dell’Ente pubblico.
– 
— Al fine di dare riscontro alla nota della Soprintendenza assunta al prot. gen. dell’ente il 10/11/2000 al nr. 17909, è necessario predisporre gli atti di natura tecnica sollecitati con tale nota;
– 
– 
PRECISATO ALTRESI’ CHE:
— il provvedimento espropriativo dovrà  essere disposto, ai sensi e gli effetti dell’art. 91 del D.lgs. n. 490/99, a favore del Comune di Altamura e dovrà  interessare unicamente l’immobile in proprietà  superficiaria indivisa del Consorzio Teatro Mercadante e non il suolo su cui sorge il Teatro stesso, di proprietà  del Comune, né i diritti di palco o di poltrona (consistenti nel diritto ad essere preferiti nella sottoscrizione dell’abbonamento stagionale) di cui sono titolari i singoli aderenti al Consorzio in base allo Statuto Fondamentale del 1895, giusta anche la disciplina introdotta dalla legge n. 1336/1339;
– 
– 
RICHIAMATE:
— la deliberazione nr. 67 del 09/02/2000 con la quale la Giunta Comunale conferiva incarico al Prof. Avv. Franco Gagliardi La Gala per «l’assistenza e consulenza necessarie per l’attivazione dei procedimenti e/o azioni idonee a conseguire con la acquisizione coattiva la fruizione collettiva del Teatro Mercadante»;
— la norma di cui all’art. 20, comma 3, dello Statuto Comunale che impegna l’Ente Comunale a tutelare «il Teatro Saverio Mercadante come bene unico, indivisibile ed inalienabile di tutta la città » ed a «promuovere tutte le iniziative di valorizzazione idonee a garantirne la fruizione collettiva ed a realizzarne la funzione pubblica»;
– 
– 
Su proposta del Consigliere Delegato Dr. Vincenzo Colonna – che prende parte ai lavori della Giunta Comunale ai sensi dell’art. 43, co. 3, dello Statuto Comunale -, ascoltata la sua relazione sintetizzata in premessa, evidenziata l’urgenza di provvedere, a voti unanimi legalmente resi e verificati nei modi di legge, anche al fine della dichiarazione di immediata eseguibilità ;
– 
DELIBERA
– 
esprimere, per le motivazioni esposte in narrativa e che qui si intendono ritrascritte, il seguente atto di indirizzo:
– 
— Incaricare il Dirigente dell’Ufficio Tecnico Comunale di predisporre gli atti tecnici necessari alla definizione del procedimento espropriativo del Teatro Mercadante, richiesti dal Soprintendente di Bari con nota assunta al prot. gen. dell’ente in data 10/11/2000 col nr. 17909;
— Raccomandare l’urgenza di tale adempimento da espletarsi entro il termine di trenta giorni dalla pubblicazione del presente provvedimento;
— Invitare il prof. avv. Gagliardi La Gala, già  officiato dell’assistenza legale dell’ente, a fornire il necessario supporto giuridico;
— Dichiarare il presente provvedimento immediatamente eseguibile ai sensi dell’art. 134 co. 4, del D.lgs. n. 267/2000.